Editoriale
Emanuela Scattolin

Cari lettori,

l’incipit di questo numero è costituito da due testi che offrono un importante contributo sui temi che hanno animato le sessioni dell’incontro nazionale, promosso dalla Scuola Lacaniana di Psicoanalisi, l’11 febbraio scorso a Roma, Questioni di Scuola. Come passare dall’amore di transfert al transfert di lavoro e Il caso clinico: costruzione, scrittura e trasmissione. La Scuola interroga se stessa: il transfert di lavoro come dispositivo sul quale essa si sostiene e il caso clinico come strumento fondamentale della pratica e della formazione dell’analista.

Paola Francesconi cerca di mettere in logica il passaggio che, a fine analisi, conduce Dall’amore di transfert al transfert di lavoro. In che modo vivificare e rendere operativo nella Scuola quel che resta, che residua come lembo di reale dal lavoro di transfert? Un uso diverso dell’amore gioca una parte essenziale. Luisella Brusa ne La costruzione del caso clinico, scrittura e trasmissione. Cinque appunti, sottolinea come la costruzione del caso sia uno dei compiti dell’analista, nonché uno strumento fondamentale per la conduzione della cura. Puntuale la differenza che pone fra costruzione del caso e controllo.

In che modo, orientati dalla psicoanalisi, possiamo, nelle diverse istituzioni, accogliere e leggere le varie forme di disagio della contemporaneità? Il report di Michela Zanella Giornata di Scuola, riprende il lavoro teorico e clinico, declinato attraverso i due significanti di Urgenza e crisi, che la SLP ha dedicato alla psicoanalisi applicata lo scorso 10 dicembre ad Ancona.

La rubrica dal Campo freudiano accoglie il resoconto delle XVe Giornate dell’Escuela Lacaniana di Psicoanálisis di Soledad Bertrán, Donne, un’interrogazione per la psicoanalisi. Vi si ritrova il fervido clima dei lavori che hanno preceduto e poi costituito gli assi dell’elaborazione teorica e clinica delle Giornate punteggiate dalle testimonianze di passe. Sono queste ultime, infatti, all’interno delle Scuole dell’Associazione Mondiale di Psicoanalisi, a costituire il cuore dell’insegnamento e della trasmissione della psicoanalisi.

La passe è un dispositivo e una procedura che contraddistingue la Scuola di Lacan e che è volta a verificare se e quale conclusione si sia prodotta in un’analisi. L’analizzante, che vorrà fare domanda di passe (passant), riferirà a due passeur (due analizzanti come lui) come sia giunto a tale punto di conclusione e quale sia il resto di questa operazione. Saranno i passeur a testimoniare di quanto hanno colto della sua enunciazione – non solo rispetto alla logica dell’analisi ma anche rispetto all’emergenza del desiderio dell’analista – di fronte al Cartello della passe che deciderà, infine, sulla nomina o meno del passant come Analista della Scuola (AE). La fine dell’analisi, connessa al passaggio da analizzante ad analista, è così logificata e trasmessa alla Scuola. La nomina di AE dura tre anni, durante i quali l’analista è messo al lavoro per testimoniare all’intera comunità analitica, del sapere che ha acquisito dalla propria analisi. Del proprio caso clinico, ridotto a paradigma, evidenzierà i passaggi e i punti che hanno modificato il suo rapporto con il godimento fino a giungere al reale del sintomo che, non più modificabile, incurabile e fuori senso, avrà potuto essere utilizzato in un nuovo annodamento che dia soddisfazione.

L’accento sul valore delle testimonianze di passe e sulla loro importanza è messo in rilievo anche nel testo di Francesca Carmignani A proposito delle Journées dell’ECF 2016 L’objet regard. Ceci n’est pas un compte rendu / Questo non è un resoconto, che si sono tenute lo scorso novembre a Parigi. L’autrice coglie, in particolare, il filo rosso di tali testimonianze nei due versanti della sublimazione e del sinthomo giungendo a interrogare la fine dell’analisi e dove essa conduce.

Seguono le testimonianze che gli Analisti della Scuola (AE) Véronique Voruz, Vedere attraverso il buco dello sguardo, e Jérôme Lecaux, L’io mimetico hanno presentato nella prima sessione dei lavori delle Journées con la prolusione di Éric Laurent, Un aggancio dell’io e della pulsione. Testimonianze brevi, frammenti connessi all’oggetto sguardo, a ciò che fa macchia nel quadro e che fa buco dello sguardo.

Nella rubrica Psicoanalisi e arte ospitiamo il testo “Fuori portata, a portata di mano. L’arte nell’epoca dell’inconscio reale di Marie-Hélène Brousse che interroga il “metodo”, del tutto singolare, che l’artista Sophie Calle – invitata d’eccezione alle plenarie delle Journées – utilizza nelle sue opere: dissezione di un elemento, estrazione di una frase o di un’immagine dal suo contesto, “banalità” di una parola che, scevra di senso, si riduce a mera materialità. L’opera performativa di S. Calle si esprime in un processo di estrazione che, abbandonato ogni pathos, si accosta al reale.

La rubrica Il bambino, l’adolescente e l’inconscio accoglie quattro contributi.

Il testo di Gustavo Slatopolsky Un triangolo a quattro lati si chiama rettangolo è da leggere in continuità con le vignette cliniche pubblicate nel precedente numero di Appunti. Si tratta infatti del proseguimento, nell’atelier della parola, del lavoro clinico con due bambini autistici presso l’ospedale La Cigarra di Buenos Aires. E il Commento di Silvia Cimarelli dà un’eco a questo contributo. Ambedue i testi, che ci offrono molti spunti sulla clinica dell’autismo, evidenziano come la manovra analitica – che è orientata e si sostiene sul desiderio dell’analista che non arretra di fronte al reale in gioco – non possa essere “calcolata” a priori o rientrare nell’aspettativa di una risposta certa o precostituita, bensì lasci spazio alla sorpresa, al nuovo che, ogni volta, può emergere. Gli effetti di un atto, possono essere letti solo in un après coup e talvolta, un momento di crisi, di rottura, può mettere in luce in modo più preciso la logica su cui un certo tipo di funzionamento si sostiene.

La clinica dell’adolescenza, o freudianamente della pubertà, pone in primo piano per il parlessere la questione del corpo proprio con le sue trasformazioni e l’incontro, segnato da un impossibile, con il corpo dell’Altro. Parlessere è il nome con cui Lacan, nel suo ultimo insegnamento, chiama l’inconscio costituito dall’annodamento tra lalingua, il corpo e il godimento. La proposta originale del testo di Laurent Dupont, L’adolescente e lo sgabello, è di leggere l’adolescenza come clinica dello sgabello, piedistallo su cui l’adolescente può appoggiarsi e che potrà cadere solo se, preliminarmente, sarà stato eretto. Nel suo contributo Il corpo, oggetto di rigetto nell’adolescenza, Hélène Bonnaud propone, invece, la sua particolare lettura su come il dolore provocato da certe forme di mutilazione, tagli, bruciature o scarificazioni, sia un modo, per alcuni adolescenti, di percepire di avere un corpo di cui prendersi cura.

Sugli effetti singolari, su come ciascuna partecipante sia stata toccata dal lavoro di Cartello intorno al Seminario XX di Lacan, danno testimonianza i tre contributi di Viviana Monti, Scritture del godimento femminile, di Ilaria Papandrea, Amore e solitudine e di Rosanna Tremante, E/O che costituiscono la rubrica Cartelli.

Infine, nella rubrica Psicoanalisi e istituzione, il testo di Carla Olivetti, Qualunque istituzione può far vivere la psicoanalisi lacaniana indica come un ascolto e una lettura che proviene da una formazione analitica possano fare la differenza anche quando l’operatore si trovi a lavorare in un’istituzione come il Pronto Soccorso e in una posizione che non sia quella dell’analista.

Il numero si conclude con la consueta pagina degli Appuntamenti.

Buona lettura