Noemi Galleani

La scrivania del mio studio ha un profondo cassetto dove custodisco un numero imprecisato di quaderni che racchiudono le storie dei migranti che ho incrociato in questi 18 anni. A volte, quando c’è un totale silenzio penso che, se ciò fosse possibile, “sentirei” un sordo lamento provenire dalle pagine di questi quaderni: sono le loro urla strozzate, le lacrime sommesse, il dolore narrato, ma anche quello inenarrabile. Il mio mediatore afghano, fra una collaborazione e un’altra mi confessa: “mentre viaggi non hai pensieri, poi ti cadono tutti addosso, ti mangiano il cuore. Abbiamo così bisogno di raccontare ma chi ci ascolta non sempre sa farlo, manca un posto per la nostra parola, vi chiediamo solo di saperci ascoltare con rispetto”.
Ogni giorno, nel mio lavoro con i migranti, mi trovo a confrontarmi con emozioni, dolori, traumi che spesso appaiono sfuggire a una denominazione possibile: le categorie d’uso, come i concetti acquisiti e ritenuti stabili, non sembrano sufficienti a reggere e a contenere le loro esperienze, i loro vissuti. Ascolto, attraverso lingue infinite, pratiche, tradizioni, religioni e culture fra le più diverse; la mia sfida è una clinica che “si assume dei rischi” che non “cerca delle costanti dietro le apparenze dei sintomi, non costruisce diagnosi universali.”, come scrive Tobie Nathan nel suo libro “Non siamo soli al mondo”.
Quando ci si occupa di migranti: o si interrogano le proprie pratiche “costringendosi a presentarsi in un altro modo”, oppure la loro cultura non viene ritenuta pertinente rispetto alle nostre teorie cliniche e, in questo caso, anche “riconoscendo” i conflitti, le relazioni, le dinamiche, non si sarà in grado di “assegnare loro il valore reale” perché non ne comprenderemo i significanti, gli oggetti e le “forze che sono mobilitate da tale sistema”!
Dobbiamo re-imparare i luoghi, i territorio, i contesti, il modo di lavorare, di mangiare, di pregare, di relazionarsi agli altri, di vivere la famiglia. I segnali e i significanti dei rapporti umani divengono incerti e incomprensibili proprio in quanto nuovi. (Sergio Mellina)
La clinica con i migranti deve accettare la sfida di vedersi modificata dai loro attaccamenti, senza averne paura. Una paura che potrebbe essere omologata a quella della nostra società: timore non tanto della sua estraneità culturale, ma della sua fluidità, della sua mobilità.
Come sottolinea Alessandro Dal Lago: lo straniero minaccia la pretesa che una cultura coincida con il territorio, non è rappresentativo della cultura originaria, è invece un individuo che mette in atto un assemblaggio di culture diverse, un meticciamento; suscita sospetto, paura e ostilità, perché, lo si voglia o no, è un veicolo di ibridazione.
Come clinici, rischiamo di sentirci minacciati nel nostro sapere? Nelle nostre categorie? E’ chiaro che non vengono nel mio studio per una psicoterapia così come noi la intendiamo, in quanto persone “già vincolate a procedure di cui hanno sperimentato in passato le capacità ristrutturanti … ci introducono alla conoscenza di significati e significanti che si impongono, che ci vincolano, che ci costringono a riformulare le nostre ipotesi, a ricostruire il nostro pensiero professionale”.
Franco Arminio conclude una delle sue poesie recitando: “… salviamoci insieme. Noi dalla ricchezza, loro dalla povertà.” Ghali giovane artista trap, nato a Milano da genitori tunisini, canta: “io T.V.B. cara Italia, sei la mia dolce metà” e su Instagram aggiunge: “Cara Italia ti chiedo solo tre cose: non parlarmi più di confini e io non ti parlerò più di diffidenza. Non sentirti inferiore e io mi sentirò all’altezza.. Non vedermi come un nemico e io ti vedrò come una sorella, come un’amica, una mamma”. Natale Losi sottolinea la necessità di una trasformazione clinica nei modi di ascoltare nuove narrazioni della sofferenza psichica, trasformazione che va prima compresa e poi agita.
Falis mi guarda, un fazzoletto intriso di lacrime in una mano e un cellulare nell’altra aperto sulla foto della figlia che non vede da 4 anni: “dottora, vuoi proprio ascoltare quello che ancora non sono riuscita a dire a nessuno?”. Sì Falis, voglio ascoltarti, voglio farlo, questa sfida voglio vincerla, assieme a te.