Sandra Cammarata, Giuseppe Ceriotti, Florencia Medici, Katia Romelli, Giuseppe O. Pozzi

L’insegnamento del mito
Secoli fa una tribù, scacciata dalle sue terre, cerca asilo nel territorio dell’India. Chi li accoglie offre loro un bicchiere colmo di latte: non ci sta più una goccia = non c’è più posto per nessuno. Il capo tribù prende dalla propria sacca un po’ dello zucchero rimasto e lo mette nel bicchiere: “Se lo bevete, ora, sarà più buono”, dimostrando, con forza e semplicità, la possibilità e il vantaggio reciproco, all’accoglienza.

Non c’è bambino senza Istituzione
Nessun bambino può vivere se non viene adottato. Perché il proprio figlio possa entrare in famiglia e nel mondo, occorre che venga adottato. Nei nostri Centri, da più di 12 anni abbiamo esperienza di come le famiglie facciano fatica ad adottare i loro stessi figli, di come le famiglie adottive si trovino in impasse a proseguire l’adozione quando i bimbi crescono. Qualche cosa di Culturale, con gli stranieri, spesso più che non di Clinico si frappone tra la ideologia educativa occidentale e la questione singolare del ragazzo accolto in casa.
Che ne è allora dei migranti? Con loro lo spazio per l’accoglienza è più ampio. Quando arrivano alla nostra osservazione e cura hanno dovuto superare tali ostacoli materiali, morali, psicologici che si prospettano, per loro e con loro, margini importanti anche se occorre essere attenti ad ascoltare la loro parola, prima di intervenire in un aiuto “ideologico” che non è detto sia quello utile e, tanto meno, richiesto. Nelle nostre istituzioni residenziali, diurne e ambulatoriali, abbiamo accolto 30 stranieri, di cui 3 migranti arrivati sui barconi.

Due esempi: un caso accolto un lavoro culturale utile
– Ismael arriva alla nostra osservazione, inviato da un Centro migranti di Milano, che è appena maggiorenne. Alto, magro, parla poco e con un filo di voce. Ha un tono umorale basso, con frequenti manifestazioni del corpo riconducibili ad ansia: tachicardia, fame d’aria, dolore al petto. Cerca sempre un rapporto esclusivo con gli operatori e senza loro precise indicazioni tende non fare nulla, non ha iniziativa. Rispondere alla sua domanda silenziosa, in un CAS sovraffollato dove arriva come minore non accompagnato, è impossibile; è qui che compie 18 anni senza avere trovato un posto in una comunità per minori. Le difficoltà burocratiche sono immense. Non ci scoraggiamo. Lo accogliamo negli atelier con altri ragazzi. Gruppi misti, per età, problematiche, diagnosi; minorenni e giovani adulti. Il tempo per “inserirlo” nel mondo lavorativo, come ci viene chiesto, è molto poco. Ismael si presenta “docile” anche alla parola dei nostri operatori. Così bisognoso di una guida non riesce a ricostruire il perché di alcune scelte (es. l’iscrizione a una scuola media inferiore) se non attribuendo la decisione ora all’uno, ora all’altro. Ismael si appoggia sull’altro e, se l’altro si sottare, lui si immobilizza. Diventiamo noi il suo “Altro docile”, occupandoci della scuola, parliamo con gli insegnanti, l’assistente sociale, le cooperative di lavoro, ecc. Gli offriamo, anche, uno spazio per raccontare, uno spazio parola per lui, di breve durata ma costante. Emerge il suo romanzo familiare, la sua storia, alla ricerca di affiliazione. Lo ospitiamo sul “Brigantino Tender To Nave Italia” con 23 ragazzi dei nostri Centri, in navigazione per una settimana nel mar mediterraneo, con 21 marinai della Marina Militare italiana. Ismael è un buon “mozzo”, disponibile al lavoro, buona manualità, tenuta e desiderio di imparare. Ha una predilezione per la cambusa. A Milano lo sosteniamo per uno stage in un piccolo ristorante e poi l’inserimento in una catena di ristorazione molto famosa e negozi attorno alle Università. Ismael viene ancora a trovarci. Rimaniamo per lui delle figure di riferimento e di orientamento. Quando viene, però, è, ora, per raccontarci del suo lavoro, dei suoi amori.
– Una galleria d’arte, vicino alla Basilica di Sant’Ambrogio, accoglie una nostra mostra nell’evento “Ero Straniero: l’umanità che fa bene”, che ha portato entusiasmo e interesse tra i milanesi, artisti, intellettuali e curiosi. Mesi addietro, il nostro maestro d’arte, su richiesta dei ragazzi, ritrae i loro volti. Ognuno contribuisce a suo modo a completare il proprio e altrui ritratto. Nasce la serie “RitrattAbili”. Ospiti stranieri, migranti e italiani, ri-costruendo i loro volti, raccontano le loro storie. Come in uno stadio dello specchio 2, hanno ri-prodotto il proprio volto e discorso, ri-annodando, artisticamente, la propria vita con parole adatte a dirsi per essere riconosciuti e accettati. L’happening che ne è seguito ci fornisce spunti di collaborazione con altre organizzazioni di migranti. Ora siamo noi a “migrare” in queste istituzioni, per offrire e mettere a disposizione una pratica che ha entusiasmato i ragazzi, mosso le coscienze e suscitato la curiosità del pubblico più vasto.