Gelindo Castellarin

“Genesi 3,1-7
Il peccato di Adamo e la prima promessa
Mt 4:1-11 (2Co 11:3; 1Ti 2:14) Mt 6:13
1 Il serpente era il più astuto di tutti gli animali dei campi che Dio il SIGNORE aveva fatti. Esso disse alla donna: «Come! Dio vi ha detto di non mangiare da nessun albero del giardino?» 2 La donna rispose al serpente: «Del frutto degli alberi del giardino ne possiamo mangiare; 3 ma del frutto dell’albero che è in mezzo al giardino Dio ha detto: “Non ne mangiate e non lo toccate, altrimenti morirete”». 4 Il serpente disse alla donna: «No, non morirete affatto; 5 ma Dio sa che nel giorno che ne mangerete, i vostri occhi si apriranno e sarete come Dio, avendo la conoscenza del bene e del male».
6 La donna osservò che l’albero era buono per nutrirsi, che era bello da vedere e che l’albero era desiderabile per acquistare conoscenza; prese del frutto, ne mangiò e ne diede anche a suo marito, che era con lei, ed egli ne mangiò.
Gm 1:13-15 (Ro 5:12-21; 8:20-22)
7 Allora si aprirono gli occhi ad entrambi e s’accorsero che erano nudi; unirono delle foglie di fico e se ne fecero delle cinture.”

La vergogna è un dono del processo di umanizzazione. Non sappiamo se l’Homo neanderthalensis (200.000-40.000 anni fa) provasse vergogna, anche se è documentato che possedesse un pensiero simbolico e un “linguaggio”, confermati dalle loro conchiglie forate da indossare in collane e esporre alla vista dell’altro(100.000 anni fa)[1]. Noi, Homo sapiens sapiens ( in Europa da soli 45.000 anni) abbiamo aperto gli occhi e con la Genesi scopriamo di essere nudi, allora, accanto al pudore, proviamo vergogna. Così, il sentimento della vergogna conseguente allo sguardo proprio o altrui, è il segno fondativo dell’umanità, dell’incontro della Τύχη del bene e del male, con la sua consapevolezza e con il suo rifiuto-rimozione.
Con la vergogna l’uomo è posto di fronte alla nudità del suo godimento che deve assumere sino in fondo, attraversando il sentimento della vergogna-consapevolezza, pena il suo risucchio, come soggetto, nel reale del sintomo. In questo orizzonte la psicoanalisi rappresenta per ciascuno la propria Genesi soggettivante.
La vergogna, ancora, è la perdita dell’ideale dell’innocenza, ma nel contempo è l’assunzione della responsabilità del desiderio proprio a ciascuno, sino alle estreme conseguenze del riconoscimento della propria colpa anche nel crimine, ben sapendo che la psicoanalisi lacaniana nell’irrealizzare il crimine, non disumanizza il criminale. [2]
Nel testo lacaniano (cioè nel corpus formato dai Seminari e dagli Scritti di Jacques Lacan) il significante vergogna appare 74 volte intrecciando il soggetto, il desiderio, lo sguardo, il fare, la vita, la morte, la verità, ecc. in una rete semantica complessa che il nostro Convegno saprà esaurientemente attraversare.

Anche J.A. Miller nella sua “Note sur la honte”[3] intreccia il significante vergogna in particolare in rapporto alla colpa.

C’è un punto nella vergogna che meriterebbe di essere illuminato ed è l’arrossire. Qui la vergogna genera un peduncolo di reale, un αὐτόματον che dice sempre la verità e che meriterebbe da parte nostra uno spazio nel Nodo BO, magari a più voci, tra psicoanalisi, linguistica e neuroscienze.

[1] http://www.lescienze.it/news/2018/02/23/news/pensiero_simbolico_neanderthal-3875396/
[2] Lacan J., Introduction théorique aux fonctions de la psychanalyse en criminologie (1950), in Écrits (1966), Paris, Seuil, 1999, pp. 124-149.
[3] Miller J.A. – Note sur la honte . https://www.wapol.org/it/articulos/Template.asp