Céline Menghi

Amore e odio per l’Europa evoca un altro binomio: amore e odio per la lingua. Il sublime e l’orrore della lingua vengono a galla ogni volta che spira un’aria mefitica come quella che spira oggi, di nuovo, dopo gli orrori del XX secolo, in molti paesi di questo antico continente, culla di civiltà e crogiolo di lingue: l’Europa.
Nessuno come gli scrittori e i poeti dell’esilio ha saputo dare voce a quanto la lingua può trasportare di questo sublime e di questo orrore, non solo nella non accettazione dell’idioma dell’altro – immigrato ospite – e nella difficoltà di apprendere l’idioma del paese ospitante lasciando il proprio, come splendidamente narra la regista Nurith Aviv nel suo film D’une langue à l’autre, ma anche nell’impoverimento che la lingua stessa di un paese patisce per bocca e nei detti di chi pretende difenderne le radici, la purezza, rivendicando il sentimento – menzognero – della terra di appartenenza, della nazione, della patria, e appiattendo quel che nella lingua fa macchia, muta, singolarizza, apre.
Così come “Il poeta di fronte alla società ha un solo dovere: scrivere bene. […] Infatti, il poeta è il servo della lingua [scriveva Iosif Brodskji] il suo custode e il suo motore. E quando […] viene accettato dalla gente, succede che la gente si mette a parlare la lingua di quel poeta, non quella dello ‘stato’”[1], allo stesso modo possiamo dire, con il Lacan del 1973, che gli analisti, che “beneficiano di quel  nuovo destino, per il quale, per essere, devono ex-sistere [hanno il dovere di rimanere] Insituabili nei vari discorsi precedenti  [,gli analisti che] si credono, invece, tenuti a trarre sostegno dal senso di quei discorsi […]”[2].
Gli psicoanalisti, alla stregua dei poeti, sono servi della lingua a modo loro, per via del particolare rapporto che intrattengono con la lettera, e insituabili. La loro posizione di fronte all’orrore di certe politiche con lo svilimento della parola che esse comportano dipende dal dire bene, dall’ascoltare bene, dallo scrivere bene, all’insegna del “ben-dire” a cui ci ha invitati Lacan. La posizione degli insituabili è una posizione etica  che fa da barriera logica a quella dei così detti collaborazionisti del discorso del padrone, posizione nella quale tutti possiamo  cadere, anche se ammantati del sembiante di chi crede di mettersi di traverso a questo discorso ma, in realtà, lo sposa in toto.
Insituabili, liberi, ma sottomessi al linguaggio come a uno Stalin, gli analisti  sanno bene che c’è un buco nel sapere, che non-tutto è  preso lì dentro, non-tutto è saturato dal linguaggio in maniera immutabile, come invece pensava e voleva Stalin, imperatore del mondo moderno, quello Stalin il cui nome “conviene decifrare dietro a quello di Jakobson, linguista”[3]Se ci fermiamo alla Storia è così, ma Lacan non si è fermato alla Storia, pur evidenziandone le rotture maggiori, prima di tutte la rottura della scienza da cui la stessa psicoanalisi dipende. Il linguaggio è dunque il luogo di partenza, il riferimento, sì, ma solamente in quanto, ricondotto al reale, si fa tenente luogo del soggetto, un soggetto sempre esiliato dalla pulsione. Questo è il punto cruciale che fa la differenza con la linguistica. Una faccenda strutturale di esilio e di lingue, dunque, non più di una sola lingua, ma una lingua saputa e non saputa, una lingua che parla da dentro l’essere parlante, una lingua che parla attraverso i marchi sul corpo: lingua bucata che convoca ciascuno all’incontro con la più profonda e al contempo estranea intimità.
Nel testo di una conferenza, tenutasi a Vienna a favore degli esuli nel 1987, Brodskji scriveva: “Poiché non sono molte le cose in cui riporre le nostre speranze di un mondo migliore, poiché tutto il resto sembra condannato a fallire in un modo o nell’altro, dobbiamo pur sempre ritenere che la letteratura sia l’unica forma di assicurazione morale di cui una società può disporre; che essa sia l’antidoto permanente alla legge della giungla; che essa offra l’argomento migliore contro qualsiasi soluzione di massa che agisca sugli uomini con la delicatezza di una ruspa – se non altro perché la diversità umana è la materia prima della letteratura, oltre a costituire la ragion d’essere”[4].
Salvare la lingua contro la legge della giungla, evocazione di quella “lingua salvata” di cui Elias Canetti ha fatto un omaggio allo studio, alla memoria, all’impegno per costruire la propria identità: una identità mista, fatta di pluralità, ricavata e scavata nella diaspora, anche a partire da quella “lingua speciale che io non capivo”, il tedesco dei suoi genitori nei “loro felici anni di studio”[5], il tedesco, lingua del persecutore.
La lingua dell’altro appartiene a ciascun essere parlante per struttura, come l’esperienza analitica evidenzia. Ciò che questa lingua veicola è un godimento singolare, materia prima di ogni destino – “Se si incontra qualcosa che definisce il singolare, è quanto ho chiamato col nome di destino. È questo, il singolare”[6], ci dice Lacan.
L’amore per la lingua come antidoto all’odio per la  lingua, che non è altro che odio per la “diversità umana”, per la differenza assoluta in nome della normalizzazione. Vi è  qualcosa di grottesco e di paradossale, oggi in Italia, quando invochiamo l’amore per la lingua e pensiamo di  volerla salvare dall’appiattimento a cui la riducono. Chi ha la salvezza nel nome, seppure al diminutivo(!), è lo stesso che, dal suo Stalin del linguaggio e in posizione paterna, che certo non fa eccezione al “totalitarismo dell’universale”[7]sbragita come l’asino sbranando la lingua fino a renderla inservibile al ben-dire e facendone il facile viatico al silenzio e alla xenofobia, anticamera dell’odio razziale. Resta alla psicoanalisi, agli analisti, continuare ad articolarla alla letterarietà dell’uno per uno facendo in modo che non venga fagocitata dall’universale.


[1]Solomon Volkov, “Dialoghi con Iosif Brodskij”, Lieto Colle.

[2]J. Lacan, “Introduzione all’edizione tedesca degli Scritti”, Altri scritti, Einaudi, Torino 2013, p. 547.

[3]J.-C. Milner, “L’Oeuvre claire, Lacan, la science, la philosophie”, Seuil, Paris 1995, p. 89.

[4]I.  Brodskji, “Dall’esilio”, Adelphi, Milano 1988, p. 15.

[5]E. Canetti, “La lingua salvata”, Adelphi, Milano 1980, p. 39.

[6]J. Lacan, Sulla regola fondamentale, in «La psicoanalisi», n. 35, 2004, p. 11.

[7]J. -A: Miller e Antonio Di Ciaccia, “L’uno tutto solo”, Astrolabio, 2018,p. 146.