Cristiano Tiburzi – Allievo IF
Per il tema sulle rotture amorose si è deciso per una ripresa del riferimento lacaniano a Gide. Seguendo il senso della ripresa, si evidenzia: il lutto riattualizza le condizioni dell’amore.
L’amore in Gide si profila a partire dalla sua separazione dal desiderio. Identificato con il dovere, l’amore si pone come mortificato e, nella cugina in lacrime, André lo reincontra. L’incontro si realizza, nel suo essenziale, con quell’elemento che, per Gide, configura la donna come unica: il segno del lutto. In questo l’artista ritrova “qualcosa di sé stesso” [1].
L’amore per Madeleine è figlio degli effetti che l’operazione simbolica ha avuto per Gide: una negativizzazione senza possibilità di positivizzazione nel desiderio. Il “viluppo” dell’amore materno impedì di costituire il figlio come desiderato, imprimendo così un’incidenza esclusivamente negativa [2]. Da ciò un rilievo si presta all’osservazione: una traccia di morte si fa più evidente. È infatti nello Schaudern, “tremito del fondo dell’essere”, che Gide evidenzia una prossimità con la morte. “…Gide è in ogni caso qualcuno che ha questo contatto segreto con la morte” [3]. Nel “Ci-Gide” – Qui-giace – recuperiamo il riferimento che identifica la posizione dell’artista: qualcosa del sentimento della vita è perturbato a livello del suo essere di vivente, svelando, invece, l’identificazione all’essere di morte.
Da tale posizione la donna di Gide acquista la sua valenza nella forma di angelo, già colta nell’anticipazione della morte: “Donna dell’aldilà”. Più specificatamente, l’oggetto d’amore è necessario che “occulti in sé stesso un meno (-) […] deve avere la significazione della morte” [4].
La rottura amorosa viene quindi messa in questione. “Atroce congiunzione di un lutto che insiste a rinnovare i suoi voti” [5]; si tratta di una coincidenza dell’amore con la morte. Il segno del lutto, che da sempre è in Madeleine, “figlia della morte”, è ora nel suo cadavere e non trova né rottura né discontinuità. Si tratta, quindi, di una rottura “tra parentesi”.
Vedere nella dipartita della moglie una rottura “tra parentesi” non può che indurre un interrogativo: se non sia sempre stata la morte il partner più autentico. Ma ancora di più, forse, si può riconoscere che la morte, come partner, è sempre stata portata in grembo da un partner “tra parentesi”.
Tutto ritorna nella (non) nuova realtà del lutto. Dunque, nessuna rottura?
Qualcosa, rispetto all’incidenza negativa, è rimasto tagliato fuori ma attivo. Una dimensione di desiderio in una pura declinazione clandestina, fuori umanizzazione. A tal proposito, qualcos’altro viene “dal di fuori”, “un’immistione”, una “licenza”: “Il messaggio di Goethe”. Da ciò sorge una nuova possibilità di umanizzazione, che si staglia sullo sfondo di una disumanizzante privazione in cui si trova immerso Gide [6]. Ma cosa motiva tale passaggio? Qual è la necessità?
Che non sia, in quello Schaudern, possibile intravedere la dimensione di un insostenibile dolore in cui si trova confrontata una vita, al di qua della sua umanizzazione? Che si possa ipotizzare, in ciò, un principio di vita tale da intenderlo come principio di rottura, con la morte?
[1] J.-A. Miller, La teoria del partner, La Psicoanalisi, n.34, p.26
[2] J.-A. Miller, Logiche della vita amorosa, Astrolabio, Roma, 1997, p.140
[3] Ivi, p.147
[4] Ivi, p.151
[5] J. Lacan, Scritti, Einaudi, Torino, 1974, p.757
[6] J.-A. Miller, Logiche della vita amorosa, Astrolabio, Roma, 1997, p.159


