Michela Boccabella – diplomata IF
Pavese si suicida nell’agosto del 1950, dopo la rottura con l’attrice Constance Dowling. Ma questa fine sembra essere solo l’ultimo atto di una serie di rotture. Scrive nel diario: «Non ci si uccide per amore di una donna. Ci si uccide perché un amore, qualunque amore, ci rivela nella nostra nudità, miseria, inermità, nulla»[1]
Qual’è il partner di Pavese? In quest’una donna che scrive in corsivo, cos’è che si rivela?
Nella prima fase della sua opera, la scrittura di Pavese è ricca, ampia, narrativa. Le figure femminili sono idealizzate, spesso alter ego, oggetto di un desiderio di avvicinamento che non si compie mai. C’è il suo sguardo. Dalla prima raccolta Lavorare stanca [2]:
C’è la donna a cui parlare, evocazione di un annodamento possibile: sarà lei che parlerà. Nell’Atelier si è evocata la piazza vuota di De Chirico, la solitudine della piazza, luogo in cui ci si riunisce, che è vuota.
Negli ultimi anni la sua modalità di scrittura si riduce. L’ultima poesia è in inglese, pochi versi. La forma cambia, la prosa è asciutta, la donna si trasforma: non più figura del desiderio, ma presenza angosciante.
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi –
questa morte che ci accompagna
dal mattino alla sera, insonne,
sorda, come un vecchio rimorso
o un vizio assurdo. I tuoi occhi
saranno una vana parola,
un grido taciuto, un silenzio.
(…) Per tutti la morte ha uno sguardo.
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi. [3]
Qualcosa che annodava in un primo momento, alla fine collassa.
Il punto che Pavese arriva a toccare rispetto alla donna, di che ordine è? C’è qualcosa che non tiene più, nel passaggio dall’immaginario al reale.
L’analizzante arriva a toccare l’inesistenza dell’Altro alla fine dell’analisi e può toccarlo perché ha fatto esperienza di questo. Il poeta forse, nella perdita, si confronta con l’inesistenza dell’Altro che appare all’improvviso, nel reale, senza che possa articolarlo ad alcunché? Lo sguardo della poesia finale è uno sguardo fuori dall’autore, minaccioso e ingombrante.
Freud nel saggio Il motivo della scelta degli scrigni[4] esplora il legame tra l’amore e la morte e propone una tripartizione delle relazioni di un uomo con una donna nel corso della sua vita: «verso colei che lo genera, verso colei che gli è compagna, e verso colei che lo annienta». Tre forme di un’unica immagine: la donna come accesso alla vita e alla morte, «solo la terza delle creature fatali, la silenziosa Dea della Morte, lo accoglierà tra le sue braccia».
Forse la scrittura di Pavese, che riesce ad annodare in un primo momento il desiderio, arriva a testimoniare, nel suo slegamento, un impossibile? «Non parole. Un gesto. Non scriverò più»[5].
[1] C. Pavese, Il mestiere di vivere, Torino, Einaudi, 2020, p. 394.
[2] C. Pavese, Poesie, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 1966, p. 98.
[3] C. Pavese, Le poesie, Torino, Einaudi, 1998, p. 157.
[4] S. Freud, Il motivo della scelta degli scrigni, in Opere, vol. VII, Bollati Boringhieri, Torino, 1975, p. 207.
[5] C. Pavese, Il mestiere di vivere, cit., p. 400.




