Massimiliano Rielli – membro sotto condizione SLPcf
Mi interessa lavorare attorno al significante “rottura” considerandolo non come rottura del legame con l’Altro. Si possono, così, individuare forse tre accezioni della rottura amorosa.
1 – La contingenza dell’incontro.
Cos’è che ci insegnano le lettere d’amore? In principio si inizia a scrivere: dal silenzio qualcosa viene scritto all’indirizzo di chi si ama. Nelle raccolte di lettere si ritrovano le tracce del primo incontro, a cui segue un’assenza che invita a scrivere… ma vi sono anche i silenzi, le interruzioni, sino all’ultima lettera, con cui la scrittura cessa.
Le lettere di Kafka a Felice ne sono un esempio, ma vorrei soprattutto puntare a come ha inizio questa scrittura: «Nell’appartamento della famiglia Brod Kafka fece la conoscenza di Felice Bauer nella tarda sera del 13 agosto 1912. Esistono, di quel periodo, parecchie dichiarazioni di Kafka sull’incontro […] il 15 agosto, troviamo la seguente frase nel suo diario: «Pensato molto a (quale imbarazzo nello scrivere dei nomi) F.B.» [1].
L’incontro fa buco rispetto all’autòmaton, da lì qualcosa “cessa di non scriversi”, delle iniziali si inscrivono, la corrispondenza può iniziare…
Come dice Lacan: «È in questo cessa di non scriversi che risiede il culmine di quella che ho chiamato contingenza […] ciò a cui si riduce quanto sottomette il rapporto sessuale a non essere altro, per l’essere parlante, che il regime dell’incontro» [2].
Si tratta della “rottura” operata dall’incontro nella sua unicità: «Chi conosce la condizione dell’essere parlante non ha ad ogni modo da stupirsi se, a partire da questa base, l’incontro dovrà essere ripetuto proprio in quanto unico» [3].
Questo forse aiuta a considerare la contingenza nella portata di reale: «[…] scopriamo la dimensione della contingenza. Il reale non è l’impossibile, il reale è il contingente, vale a dire ciò che cessa di essere impossibile, ciò che cessa di non scriversi e non si sa quando e non si calcola» [4].
2 – L’impatto con l’impossibile del non rapporto.
Dalla contingenza dell’incontro si svela, poi, l’illusione dell’idillio di un’armonia tra i sessi, si va a sbattere con l’impossibile del rapporto sessuale. Qualcosa ir-rompe in un presunto ordine. Una versione della rottura che può portare ad una domanda d’analisi, luogo in cui questo impossibile può mettere in esercizio la possibilità di scrivere qualcosa.
3 – L’inconscio e il dire dell’analista.
Un’ulteriore versione della “rottura” concerne l’inconscio e l’azione dell’analista: il “dire dell’analista” che fa rottura, buco. Un “dire” mirato [5].
La “rottura” è allora l’inconscio stesso come battito. Come nelle lettere d’amore c’è qui un’intermittenza, un movimento di apertura e chiusura che implica l’analista, la presenza.
È l’inconscio lacaniano, come fenomeno che ha una sua emergenza “disruttiva”, una temporalità che è quella del fulmine, così come un lapsus [6].
[1] E. Canetti, L’altro processo, Mondadori, Milano, p. 9.
[2] J. Lacan, Il Seminario. Libro XX, Ancora [1972-73], Einaudi, Torino, 2011, pp. 88-89.
[3] J. Lacan, Il seminario. Libro XIX, … o peggio [1971-1972], Einaudi, Torino, 2020, p. 93.
[4] J.-A. Miller, Cose di finezza in psicoanalisi, (corso del 12-12-2008), La Psicoanalisi, n. 58, 2015, Astrolabio, p. 148.
[5] J.-A. Miller, Piccola introduzione ai poteri della parola, in I paradigmi del godimento, Astrolabio, Roma, 2001.
[6] J.-A. Miller, Les us du laps, lezione del 15 dicembre 1999, inedito.


