Paolo Rocco Cipriano – membro sotto condizione SLPcf
Quando un amore finisce, il discorso dominante pone dinanzi ad una frontiera: scegliere o meno la politica del chiodo scaccia chiodo. Quante volte, ascoltando conoscenti o analizzanti, ci si ritrova dinanzi a tale bivio, che può portare tanto ad attendere, quanto spingere in direzione di una precipitazione? La fine di un amore, una rottura, spesso è causa di ostilità e può alimentare la speranza e l’urgenza di ricercare un nuovo amore che possa stemperare l’odio, poiché nell’odio «sono più vicino al mio essere di oggetto perduto nel desiderio dell’altro» [1]. La logica del chiodo scaccia chiodo presuppone evidentemente che la fine di un amore lasci aperta una ferita, un buco, che un amore nuovo potrebbe idealmente sanare, anche temporaneamente. Come canta Fabrizio De André ne La canzone dell’amore perduto: «sarà la prima che incontri per strada / che tu coprirai d’oro per un bacio mai dato, / per un amore nuovo» [2].
D’altra parte, la psicoanalisi invita a pensare al rovescio, qualificando tale “buco” non come la conseguenza di una rottura amorosa, ma come un dato di struttura. Nel Seminario XI, Jacques Lacan definisce il transfert come un affetto, individuandone due versanti: l’amore come transfert positivo; l’odio nel versante del transfert negativo [3]. Lo psicoanalista francese, riprendendo la teorizzazione freudiana che legge la traslazione come una resistenza, evidenzia come il transfert implichi una chiusura dell’inconscio [4]. Tale assunto porta ad assimilare l’amore all’ignoranza, giacché amando l’altro gli presuppongo un qualche sapere in grado compensare la mia mancanza: l’amore implica un atto di delega. Non a caso si parla del proprio partner come l’altra metà.
Nello stesso testo, però, Lacan specifica anche lo statuto dell’oggetto – da poco rivoluzionato come oggetto piccolo a – che definisce otturatore. Quest’ultimo termine compare nuovamente nella celebre nota di Una questione preliminare, aggiunta in concomitanza alla pubblicazione degli Scritti nel 1966 [5]. In questa nota Lacan, immerso nello studio della topologia, specifica come il fantasma otturi il campo della realtà. Rileggendo lo schema R alla luce degli avanzamenti del suo Seminario, lo psicoanalista francese indica come sia possibile allocare l’oggetto a nei campi I e S dello schema, il soggetto barrato ($) nel campo della Realtà. Abbiamo, dunque, $ ed a o, meglio, $◊a – per l’appunto, il fantasma. Inoltre, Lacan invita ad una trasformazione dello Schema R come piano proiettivo, introdotto nei Seminari precedenti. Di fatto, congiungendo i punti opposti dello Schema R, ci troviamo proprio dinanzi ad un piano proiettivo, al cui centro troviamo l’immaginario e il simbolico – dunque, l’oggetto – mentre all’esterno il campo del Reale, ovvero $ [6].
Per comprendere i motivi per cui Lacan invita a tale sforzo, è utile individuare l’operazione princeps della topologia, ovvero il taglio. Cosa accade operando un taglio nella porzione centrale dello schema R, ora trasformato in piano proiettivo? Ebbene, si isolano l’immaginario e il simbolico, corpo e significante, dove Lacan situa l’oggetto, da intendere come agalma. È qui che Lacan colloca gli affetti, i quali «si muovono a causa di parole» [7] e, dunque, sono un effetto del legame con l’Altro – campo attraverso cui si stratificano quelle identificazioni che definiscono la cipolla che Lacan chiama io, nonché l’immagine che chiamiamo corpo. L’esito dell’operazione di taglio è pertanto un vuoto, attorno al quale si sviluppa una striscia di Möbius che coincide con il Reale. Allora, l’oggetto “ottura” il campo del Reale, il buco strutturale – vera natura di a – tappato da quei chiodi chiamati affetti.
Non è, allora, la perdita dell’amore a causare quella sensazione di vuoto, che ad ogni costo si tenta di saturare. L’uomo crede che sia l’amore, invece è un buco e, con quell’immagine che chiama amore, egli fa il mondo [8]. Cerchiamo nell’altro la nostra metà, talvolta ci affanniamo nel convertire l’odio in amore, siamo pressati dalla spinta a scordare chi-odiamo mediante un chiodo nuovo, eppure non vi è nessuna altra metà di un buco. In conclusione, potremmo dire che l’odio – tanto intollerabile e fautore di una certa depersonalizzazione – svela più dell’amore quella credenza chiamata io?
[1] A. Zenoni, I paradigmi del transfert, “La Psicoanalisi”, 35, p. 260.
[2] F. De André, La canzone dell’amore perduto, https://open.spotify.com/track/7HqaGIzhPpHGTPnX8Cxbkt?si=4woRomAmTgOTzS47zxFzfQ
[3] Cfr. J. Lacan, Il Seminario, Libro XI, I quattro concetti fondamentali della psicoanalisi [1964], a cura di A. Di Ciaccia, Torino, Einaudi, 2003, p. 121.
[4] Ivi, p. 127.
[5] J. Lacan, Una questione preliminare ad ogni possibile trattamento della psicosi [1955-1956], in Scritti, a cura di G. B. Contri, Torino, Einaudi, 1974, p. 550.
[6] Cfr. L. Razzanelli, Logiche della vita quotidiana. Il soggetto tra ripetizione, identificazione e sintomo, Macerata, Quodlibet, 2017.
[7] J. Lacan, Il fenomeno Lacaniano [1974], “La Psicoanalisi”, 24, p. 19.
[8] Ivi, p. 17.

