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Educare all’amore per l’Europa?

Cristiana Santini

La mia professoressa di Italiano del liceo, negli anni ottanta, ci parlava della Comunità Europea come di una evoluzione civile dei paesi, dei popoli. Sembrava l’inizio di una nuova era, fatta di pace, persone emancipate, corrette, positive. Era impegnata nel suo compito, noi annoiati. Ci parlava di qualcosa di lontano, ideale, ci giudicava se non avevamo il suo stesso entusiasmo. Solo gli studenti che si fingevano coinvolti da questa nuova era ottenevano i suoi favori, perché considerati più colti ed evoluti. Noi che ci entusiasmavamo di più per un bacio o uno sguardo, sopraffatti dal corpo, eravamo oggetto di scandalo o disprezzo per la nostra superficialità.
Oggi, ripensando a quel mio primo contatto con l’idea della  Comunità Europea, mi chiedo come, e se, si possa insegnare l’amore per l’Europa e se abbia senso.
Scrivo questo testo dal Brasile, dove mi trovo per una ricerca proprio sull’esperienza educativa di un missionario molto particolare, i cui scritti mi sono capitati fra le mani e mi hanno colpito. Si chiamava Don Paolo Tonucci e, nel periodo della dittatura militare, si impegnò molto affinchè i poveri e gli emarginati avessero una coscienza civile, istruzione, ma soprattutto consapevolezza di se stessi, del proprio valore umano attraverso il racconto e la parola. Partendo dalle parole di questo uomo che inizia la sua prima lettera agli amici in Italia scrivendo: “avevo un sogno molto bello ma completamente sbagliato”, mi chiedo se anche il sogno dell’Europa sia molto bello ma sbagliato, soprattutto nell’idea che possa essere creata dall’alto piuttosto che dal basso, ossia che si possa imporre ideologicamente senza una cultura sociale, umana che la sostenga. Questo missionario arrivò armato di sapere, di buone intenzioni ma ben presto cambiò posizione, come scrive, si mise in una posizione di alunno e seppe farsi insegnare dalla diversità del popolo che pretendeva di aiutare. Mi ha colpito la testimonianza del sindaco di quel periodo, al suo funerale. Questi era un militare, suo acerrimo nemico perché lottavano su fronti diversi, Don Paolo in difesa dei poveri, il Sindaco in difesa della dittatura e dei privilegi dei ricchi, e disse : “…vite come quella di Paolo, fanno l’esistenza umana più bella e infinita. Ci ricordano che in un mondo profondamente segnato dall’egoismo, dallo spirito competitivo che non riconosce il prossimo, dal predominio del mercato e della merce, possono ancora nascere persone che si lasciano inquietare dalla miseria, dalla fame, dall’esclusione di milioni di esseri umani dai benefici dello sviluppo. Vite come quella di Padre Paolo sono eterne, perché di lui si parlerà sempre, e sempre si dirà che seppe amare e che sapendo amare fu felice. E essendo felice fu umano.” Forse non solo egli cambiò la propria posizione ma seppe produrre cambiamenti, veri insegnamenti. Egli pensava di dover fare spazio dentro di sè, essere mancante, diremmo noi, affinchè l’altro potesse rendere produttiva la propria mancanza, affinchè si creasse una coscienza umana, un soggetto.
La mia insegnante era di altra natura, predicava bene e razzolava male, parlava di pace e rispetto delle diversità ma non riusciva a sopportare che si avessero passioni diverse dalle sue, non considerava la contingenza fisica della nostra età ma soprattutto la sua era una passione intellettuale, senza amore perché senza corpo, quel corpo che non sopportava nei suoi allievi. Nessuno di noi è riuscito a provare amore per l’Europa, neanche quelli che la seguivano.
Perché ci sia insegnamento, ci vuole qualcuno che rinunci a essere confermato dall’altro, a essere riconosciuto e garantito, qualcuno che si sostenga sul proprio desiderio, la cui causa sia al di là della domanda d’amore, verso un orizzonte che apra spazi per altri desideri. Ci vogliono educatori che sappiano e-ducere, estrarre e non riempire, che facciano buchi nel pieno di un sapere ottuso e noioso, auto celebrativo che ormai si trova nelle scuole. Un sistema scolastico che non riconosce il soggetto non consente di fare esperienza della diversità, non prepara, non favorisce le esperienze relazionali, unicamente orientate su una logica competitiva ed esclusiva. Inevitabilmente prepara cittadini incapaci di cogliere il valore della cooperazione, della collaborazione, incapaci di collaborare, di lavorare, vivere nella differenza. Un futuro difficile per l’Europa, se continueremo a crescere giovani a cui chiediamo di essere poco umani e quindi poco capaci di amare e quindi poco felici.

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