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Il populismo

Gabriele Grisolia

La nascita delle formazioni “populiste” che da qualche anno dominano la scena politica europea, coincide con la fine della spinta propulsiva dei grandi partiti politici che hanno governato l’Europa nel dopoguerra . La crisi dei modelli politici e ideali che hanno caratterizzato il concetto di democrazia dal ‘45 ad oggi ha dato luogo ad una elaborazione politica alla base della quale non c’è un’ideologia coerente e una posizione unica. Il populismo è un’ideologia “liquida”, secondo lo studioso Cas Mudde, che divide la società in due categorie contrapposte, “il popolo puro” e “l’élite corrotta”.  In quanto espressione di una ideologia liquida adattabile ad ogni situazione, il discorso populista può essere utilizzato dai politici di destra o di sinistra. Ai grandi modelli, conservatore e socialista si contrappone una concezione manichea del mondo, in cui la dialettica politica si riduce a una lotta tra bene e male, tra popolo e élite.
Donald Trump ha basato la propria campagna elettorale proprio sull’opposizione all’élite e alla globalizzazione che si contrappone agli interessi del popolo americano. “American first”.
Egli, come Viktor Orbán e Matteo Salvini, sono espressione di questo nuovo modello populista.  Populisti sono considerati anche politici attribuibili alla sinistra: Evo Morales, Andrés Manuel López Obrador l’ex presidente venezuelano Hugo Chávez e il suo erede Maduro. In Spagna, Podemos è considerato populista.
In Italia sono accomunati nella definizione di populismo i due partiti che compongono l’attuale maggioranza di governo, che con le loro plateali divergenze politiche sono l’espressione più coerente della “liquidità ideologica” che caratterizza l’attuale clima politico.
In Europa, si legge sul Guardian, i populisti hanno triplicato il numero dei voti negli ultimi vent’anni. Alle ultime elezioni, in media più di un elettore su quattro ha votato per un partito populista.
I partiti populisti nascono nel momento in cui la politica ha smesso di dar voce a una massa di elettori trascurati, che non trovano nei partiti tradizionali una rappresentanza.
In questo vuoto di espressione politica, in questa incapacità di cogliere i nascenti bisogni dei propri elettori, si inseriscono i populismi,  cosi che possiamo dire con un paradosso che il populismo rappresenta la vera espressione della democrazia. Il problema è che come ci indica chiaramente il leader ungherese Orban, ciò a cui mirano i populismi, è sostanzialmente una democrazia illiberale.
Il sostegno ai partiti populisti è  legato a un’insoddisfazione personale, alla frustrazione che nasce dall’incapacità di adattamento nei confronti dei nuovi modelli di funzionamento della società. Il termine popolo finisce per avere una funzione consolatoria e di recupero identitario che opera come un ideale.
Sono molteplici i fattori che negli ultimi anni hanno dato l’impressione di un’incapacità e non volontà dell’establishment politico di gestire il nuovo modello di società che va delineandosi.
I fenomeni incontrollati della globalizzazione, il sempre maggiore influsso che la finanza ha sull’economia mondiale.I miliardari sono quintuplicati negli ultimi vent’anni, mentre la globalizzazione ha aperto nuovi mercati e permesso agli imprenditori di sottrarre risorse e redditi al fisco. Le otto persone più ricche del pianeta hanno la stessa quantità di denaro dei 3,5 miliardi di individui più poveri. Nei conti offshore delle élite della finanza sono depositati undicimila miliardi di euro. Le ripetute crisi economiche e le conseguenti recessioni, hanno determinato un aumento incontrollato delle diseguaglianze. L’esplosione del fenomeno dei flussi migratori, in buona parte connesso a questo modello economico sregolato, rafforza i populisti che hanno gioco facile nel convincere masse di popolazione sempre più ai margini della vita economica e sociale, che le élite politiche siano incapaci di gestire un’immigrazione che, a loro parere, minaccia i pochi posti di lavoro disponibili, abbassa i già magri salari e disgrega il tessuto sociale e culturale dei paesi. Nuove forme di razzismo, che credevamo relegate a pattume ideologico, si riaffacciano nel palcoscenico mondiale.
E’ in atto una rivoluzione culturale antielitaria. I vecchi partiti che per anni hanno governato l’Europa, i partiti popolari e i partiti socialdemocratici, sono ormai indistinguibili agli occhi degli elettori. Essi sono identificati come un establishment elitario e tecnocratico, non più in grado di dare risposte ai bisogni della popolazione. In questo spazio di manovra operano i populisti utilizzando tutti gli stessi slogan:
“È arrivato il momento di liberare il popolo francese da un’élite arrogante” dichiara Marine Le Pen
“Il popolo vuole riprendere il controllo del suo paese, della sua vita e della sua famiglia” afferma Donald Trump.
“L’élite europea ha fallito, e il simbolo di questo fallimento è la Commissione europea” ci comunica Viktor Orbán.
“La Brexit è la rivolta della gente comune contro l’establishment, e oggi sta accadendo la stessa cosa negli Stati Uniti” urla  Nigel Farage.
L’avanzata populista non può essere fermata con le vecchie forme della retorica filoeuropeista.
L’Europa come modello ideale di civiltà e di pace non funziona più, l’ideale di cittadinanza europea cede il passo alle nuove forme di localismo. All’ideale universale europeo di inclusione si contrappone il particolarismo sovranista che esclude l’estraneo, lo straniero.
L’Unione nacque come una promessa di benessere economico, di pace e stabilità politica e i cittadini europei usciti stremati dagli orrori della seconda guerra mondiale ne abbracciarono con entusiasmo gli ideali.
Oggi quella promessa non è più credibile. L’Europa è vista come l’espressione manifesta dell’élite. Le forze politiche tradizionali, i partiti che hanno finora dominato la scena europea, dovranno appellarsi a rinnovati ideali d’inclusione e di sviluppo sociale e a una più equa redistribuzione delle risorse economiche, se vogliono tentare di ostacolare l’avanzata dei populismi. Si tratta di ridare slancio al concetto ormai offuscato di democrazia dando ascolto al grido di dolore che da ogni regione d’Europa ormai si eleva e che accomuna la maggioranza degli europei. Solo così si potrà così opporre all’’ideale populista, un nuovo ideale dei popoli.

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