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La crisi dell’Europa è identitaria

Sarantis Thanopulos

La leadership tedesca ha portato l’Europa in un vicolo cieco. Ha favorito le tendenze centrifughe, non tanto nella loro forma evidente, estroversa, come la Brexit, quanto, piuttosto, nella forma paradossale, introversa della ritrazione. Questa ritrazione è presente nella rivendicazione di nuove indipendenza nazionali che da una parte confermano l’adesione al progetto europeo e dall’altra lo indeboliscono, aumentando la parcellizzazione delle entità politiche che vi aderiscono. La chiusura in se stesse delle regioni più ricche, che anche quando non rivendicano il diritto di costituirsi come nazioni, aspirano all’autonomia economica (avere le mani slegate dalla solidarietà/responsabilità), è dettata dall’egoismo cieco, suicida di chi si aggrappa ai suoi privilegi, pensando che gli siano connaturali e non il frutto di congiunture favorevoli. Questo fenomeno, già molto attivo nei fatti, porterà l’Europa all’implosione.

La debolezza della leadership tedesca si è manifestata nella sua schizofrenia tra la politica relativamente inclusiva della Merkel nei confronti dei migranti e la politica espulsiva di Schäuble nei confronti del Sud europeo e in particolare della Grecia. L’austerità ad ogni costo non ha uno sbocco reale, ma più che una strategia economica è una reazione psicologica al disorientamento, un riflesso d’ordine di fronte a una situazione confusa, di grande incertezza. L’Europa rischia di essere travolta dal processo di globalizzazione che la minaccia dall’esterno, mentre la sua logica della diseguaglianza estrema degli scambi la sta minando dall’interno. La sua classe dirigente non ha il coraggio, che è lungimiranza, di dire ai cittadini che il fenomeno della migrazione deve essere gestito democraticamente, in modo da usare la sua forza propulsiva per le trasformazioni necessarie. Diversamente diventerà il cavallo di Troia attraverso il quale il nostro spazio di vita verrà occupato non dalle folle barbariche che temiamo, ma da politiche di sfruttamento selvaggio, oligarchiche.

La mancanza di lungimiranza nel definire un progetto di unità solidale, porta l’Europa alla deriva di tendenza centrifughe indipendentiste, in mano a movimenti separatisti, “sovranisti”, fondati sull’isolazionismo e quindi senza assunzione di responsabilità e confronto con la realtà, il che li rende più contagiosi.Le loro radici stanno nello sgomento prodotto dalla globalizzazione che se ha ampliato in modo esponenziale le relazioni di scambio le ha rese anche molto più precarie e incerte. Così, se da una parte l’apertura allo straniero appare ineludibile, dall’altra è vissuta sempre di più come rischiosa. La tendenza all’isolamento spinge a mettere in discussione assetti unitari considerati precedentemente intoccabili e a considerare come estranei i propri vicini di casa e non solo chi arriva da luoghi lontani. Si insegue la coltivazione del proprio orto, cercando di sottrarsi dalla percezione di una realtà dura e inospitale, e si mette la testa sotto la sabbia come lo struzzo. Non solo è in gioco la xenofobia, l’investimento narcisistico, difensivo della propria differenza, ma anche una tendenza di ritiro autistico dalla relazione con l’altro.

La rivendicazione dell’indipendenza a prescindere dalla definizione della propria posizione all’interno di un sistema di relazioni, segnala una preoccupante difficoltà ad accedere a legami di reciproca dipendenza. Ci di rinchiude in questo modo in un senso d’identità difensivo inteso esclusivamente come senso di appartenenza a sé o a una comunità definita e delimitata. In realtà l’appartenenza a sé è, fin dal legame originario con il corpo materno, un legame di co-appartenenza che abolisce (transitoriamente) i confini, ma si regge (silenziosamente) sulla differenza. Il nucleo essenziale del senso di identità è l’appartenenza come presentimento della libertà nei legami, della non appartenenza. Il presentimento si materializza nel movimento di estroversione di sé che il desiderio rivolto all’altro imprime alla nostra esistenza. L’identità nella sua espressione compiuta è presenza in sé coinvolta che si realizza nell’uscir fuori da sé, diventare eccentrici a se stessi.

Il riconoscimento di sé e dell’altro è incompatibile con l’isolamento e con la staticità. Esso è possibile solo in termini di reciprocità negli scambi. Identità è scambio sono inseparabili, la prima risente profondamente delle alterazioni del secondo. La globalizzazione ha spazzato via ogni forma paritaria negli scambi, si è imposta come sopraffazione brutale del più debole da parte del più forte. Il senso di identità -dei singoli individui, dei gruppi, delle comunità, delle nazioni-si liquefà: perso il legame con la rete delle relazioni fondate sulla reciprocità, l’immagine di sé sfuma i suoi bordi, diventa sfocata, confusa, vaga. Va alla ricerca di forme/contenitori e il passaggio camaleontico dall’una all’altra, da una parte dà l’illusione del movimento dell’autodeterminazione e dall’altra protegge dall’esposizione a una verifica vera del rapporto con la realtà che svelerebbe il vuoto.

Le identità “liquide”, tuttavia, sono un fenomeno di superficie anche se hanno segnalato in anticipo i processi sotterranei che emergono oggi. Sotto la loro liquefazione le identità si sclerotizzano, si riducono a un senso di appartenenza rattrappito. Si ritraggono in sé per sfuggire al processo di dissoluzione delle relazioni che le aggredisce e finiscono per assecondarlo. L’indipendenza combatte la schiavitù, non la compiace nella sua forma più invisibile ma anche più feroce.

Tratto da Sarantis Thanopulos, Il diavolo investe Isis. Lo straniero di casa nostra, Edizioni Asterios, Trieste 2018.

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