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L’Europa Una? Si, ma Uno per Uno

Giovanni Lo Castro

Amore e odio?
Cosa sono l’odio e l’amore? Sono vissuti primari, facce di una stessa medaglia. Li si incontra facilmente in chi non ha ancora avuto un pieno accesso al principio di realtà, o non ha ancora potuto maturare – o forse l’ha perduta – la capacità di sostenere il peso della complessa e meravigliosa realtà delle differenze. Della loro ineliminabile esistenza e del loro essere inattaccabili dal potere dell’Uno globalizzante. La natura mette a confronto e in competizione la molteplicità dei viventi, vegetali e animali che siano, non per amore o odio, ma: perché cosi va la vita. Noi umani ci riteniamo capaci di stabilire se una pianta è utile o inutile, brutta o bella o, addirittura, buona o cattiva, e possiamo privileggiarne alcune a scapito di altre, siamo capaci di creare “monocolture” e “monoculture”. Qualcuno direbbe che si tratta del ritorno all’uno dell’uguale. Ma la civiltà, contrariamente a quanto viene annunciato, è differenza, separazione, diversità non riducibile. L’Unbeagen in der Kultur, porta nell’etimologia del termine tedesco Kulturla radice indoeuropea Koll, in cui significato è: taglio, separazione, divisione. Da essa derivano i termini cultura e coltello. Il disagio della civiltàè un effetto del dover fare i conti con la differenza, ma anche il saperci fare con la complessità, con il limite posto dall’altro e con il reale della sua inassimilabile e irriducibile differenza, sino all’odioamorazionea noi ampiamente nota.
Abbiamo, da una parte il disconoscimento della esistenza della diversità, sostenuto da un flebile moralismo buonista, irrealistico e strumentale e dall’altra la correlata denegazione sociale che sostiene il mito dell’uguale. Una combinazione che produce soggetti drammaticamente angosciati dall’incontro, inatteso e non simbolizzabile, con ogni forma di alterità; che irrompa dal loro mondo interno o che si presenti a minacciare l’insieme significante al quale il soggetto si identifica (nazione, cultura, religione, partito, ecc.). La diversità non nominabile, così come tutto ciò che è sottratto al simbolico, genera angoscia: se si afferma l’impero dell’Uguale, viene meno la bussola del significante. L’affermazione dell’Uguale nega il posto alla soggettività che il parlessere sostiene con le sue identificazioni. L’Uguale globalizzato, lungi dal pacificare e rasserenare con la sua positività, scrive Byung-Chul Han, produce terrore: il terrore dell’Uguale.[1]
Il mito dell’Uguale appare oggi un prodotto del tempo dell’Altro che non esiste– come J-A Miller e E. Laurent ci hanno da tempo mostrato nel loro Corso,[2]è anche possibile spiegare, così, l’affannarsi dei “comitati d’etica”, oggi più che mai impegnati nel fallimentare tentativo di porre rimedio ad una angoscia dilagante. Ma cosa può un’etica che si sostiene sul mito dell’uguale? Come può aiutare il cittadino europeo a muoversi tra: l’angoscia della diversità e il terrore dell’uguale? Tra l’angoscia della separazione e il terrore della alienazione? Come potrebbe trattare il perturbante della differenza che s’incarna in ogni singolo individuo, in ciascuna singola comunità nel momento in cui si riconosce grazie a dei significanti, in ogni insieme di comunità, quando si aggrega per darsi la forma, e perché no, di una nazione? L’odio e l’amore testimoniano della difficoltà di accettare la caduta del mito dell’uno e dell’uguale, ma nello stesso tempo anche della necessità del riconoscimento e della difesa di quelle differenze che permettono a ciascuno di dirsi.

Amore, odio e conoscenza
Per amare e odiare bisogna conoscere, ma cosa ne sanno, e come fanno a saperne dell’Europa i soggetti, i popoli che la abitano? Le occasioni di conoscenza estesa sono strutturalmente limitate. Ciò che è possibile osservare direttamente è solo il poco consentito dalla contingenza della propria realtà, mentre la gran parte delle informazioni giungono selezionate e mediate da sistemi di informazione, in alcun modo interessati, a tenere conto della realtà singolare di riceve l’informazione.  Il precipitare d’informazioni cariche di valenze emotive, su popolazioni di soggetti sostanzialmente passivi e impotenti su gli eventi che vengono loro narrati, ne viola e ne forza il tempo logico e la soggettività, producendo reazioni di tipo sentimentale. Ma il sentimentale, “sentito” “mentale”, come dice Lacan nel Seminario XXIII, è “debile”, poiché è sempre riducibile all’immaginario,[3]e la debilità – l’angelo della debilità umana del quale abbiamo avuto occasione di dire qualcosa[4]– apre la via per il sentirsi e per il  farsi vittima. E chi può negare alla vittima il diritto di difendersi, se può, da se, o di invocare una protezione da parte di altri? Impossibilitati a discriminare, ad esempio, se il gesto di un singolo che aggancia il suo atto pulsionale a una questione cosi detta di “razza”, sia veramente, come la nominazione dei media enuncia: un “pericoloso attacco al cuore dell’Europa” (e quindi anche al mio, se mi sento europeo), e non piuttosto l’effetto di una psicopatologia individuale, il cittadino europeo non può non esserne angosciato.
Ma il principio di libertà dice che chiunque, nel nome del diritto di sapere e del “dovere di informare”, può disconoscere che le notizie che diffonde possono produrre gravi sofferenze in chi le riceve. Eppure tutti sappiamo che la narrazione della realtà non è mai oggettiva, e che porta sempre gli effetti della soggettività di chi la racconta, e della sua non sempre garantita “buona fede”. Come ignorare tutto questo? E ancora: come negare il diritto a difendersi, ciascuno per come può o sa fare, dalle fonti della angoscia: l’imprevedibilità della natura, la morte e … l’altro?  Ci si meraviglia che vi siano narrazioni che suscitano reazioni di autodifesa e di “conservazione”, che si innalzano barriere e si erigono muri, anziché creare ponti. Si nominano queste risposte come non civili e non umane! Eppure si tratta proprio di questo: della più precisa espressione della fragilità umana.
Si invoca il diritto al rispetto della diversità e si descrive bene come la prima insopportabile fonte della angoscia è alterità che incontriamo dentro di noi. Ma cosa ci fa ritenere che il rispetto del “diritto alla diversità” debba riguardare solo il colore della pelle, del luogo di origine o delle disponibilità economiche, e non anche della temporalità soggettiva, della fragilità e della limitata disponibilità delle risorse necessarie per gestire le fonti dell’angoscia, che ci appartengono in maniera strutturale? Forse che qualcuno è in grado di dimostrare che le sofferenze prodotte dalla “povertà economica”, siano più insopportabili di quelle prodotte dall’abuso di un dire e di una narrazione che ignora sistematicamente i suoi effetti sul signolo soggetto e sul così detto “popolo”? Come mai ci si meraviglia se l’insieme di soggetti angosciati che lo costituisce, risponde con interesse al discorso dei “populisti”? E poi è davvero la soluzione migliore degradare la democrazia a “democratura”, per dare potere alla parola di  chi dispone di maggiori risorse per fare fronte alla angoscia? O forse non sarebbe più opportuno tenere conto che, come per La Donna, non esiste l’europeo, ma gli europei, uno per uno.


[1]Byung-Chul Han L’espulsione dell’Altro, figure nottetempo, p. 7
[2]J-A Miller e E. Laurent L’Autre que n’existe pas et ses Comitée de’Etique.996-97, inedito
[3]J. Lacan Il seminario Libro XXIII, Il Sinthomo, p. 35
[4]G. Lo Castro, L’angelo della debilità umana, o la passione per farsi vittime, A. L. n. 23, p. 93.
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