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Responsabilità, identificazione e caos

Giuseppe Salzillo

Responsabilità
La sfida che anima questo Forum, a mio avviso, parte da qui: come richiamare ciascun soggetto (europeo) alla propria responsabilità? Siamo responsabili di ciò che facciamo e di ciò che facciamo, dicendo, ciò che diciamo. In un forum ci si riunisce per discutere, per parlare e ciò produce degli effetti.
Interrogarci sull’Europa significa interrogarci su ciò che facciamo quotidianamente per essa. I partiti politici, non solo quelli italiani, grazie anche ad una stampa a volte compiacente, tendono a camuffare gli effetti che le loro decisioni o i loro annunci producono. Questo genera una certa confusione: non si capisce chi è responsabile di cosa. C’è sempre qualcun altro da accusare o da additare come causa di questa brutta Europa e ciò ristagna in una certa “inerzia libidica” che  impedisce un vero dibattito. Infondo, chi di noi è veramente interessato all’Europa?

Identificazione
Il nostro lavoro di psicoanalisti punta a produrre nei nostri pazienti una dis-identificazione dai significanti dell’Altro, punta a rendere inconsistenti i significanti identitari, affinché si possa creare quel punto di vacuità, di niente che diventa causa del desiderio. Ora, l’Europa, nella percezione comune, appare vaga, astratta, scollegata dal quotidiano. Pur esistendo come “soggetto di diritto” sembra non riuscire a far esistere “soggetti desideranti” e come “formazione collettiva” sembra anche non riuscire a fungere da ideale dell’io per i singoli che la compongono.
È una situazione per certi versi paradossale e forse questo paradosso risuonerà in questo forum: da un lato, abbiamo la necessità di sostenere una “formazione collettiva” retta sulla logica universale e che necessita di un “ideale dell’Io”, dall’altro dobbiamo fare i conti con la “solitudine soggettiva” sorretta dalla logica del non-tutto che fa spazio al resto di reale che ci abita. Amore e odio, appunto.
Trottersosteneva che sia negli uomini che nelle altre specie animali, quei fenomeni psichici alla base della formazione delle masse, si fondano su una tendenza innata chiamata “istinto gregario” (gregariousness). Tale spinta aggregante rappresenta per Freud l’analogia e al tempo stesso la continuazione della cosiddetta “pluricellularità biologica”. A partire dalla teoria della libido, l’“istinto gregario” esprime quella tendenza, di origine libidica, tipica di tutti gli esseri della stessa specie a riunirsi in unità sempre più ampie e il senso sociale di una comunità si costruisce inizialmente su un sentimento ostile (odio) che in un secondo momento si trasforma in un attaccamento in senso positivo fondato sull’identificazione (amore).
Se, nelle masse, il bisogno di uguaglianza vale solo per i singoli membri ma non per il capo (padre padrone), nel caso dell’istituzione europea, da questo punto di vista, dovremmo avere la garanzia che ognuno dei singoli stati, almeno sulla carta, potrà dire la sua nella pluralità del “dire” di tutti gli altri, avendo ognuno “diritto di parola”. Questa pluralità genera una configurazione precaria, un compromesso fragile, da reinventare tutte le volte, proprio come accade nel sintomo.
Le spinte antieuropee vanno in questa direzione: fantasticare la cancellazione del “sintomo europeo” per poter sovraneggiare ed essere padroni in casa propria.
Questa fantasia si alimenta del fantasma di chi reclama l’equità e che stigmatizza i privilegi dell’establishment. Fantasmi alimentati dal “complesso di esclusione” che orienta lo sguardo “torvo” degli odiatori verso i “fratelli di latte” che godono dell’oggetto, che mangiano al banchetto, dal quale sarebbero esclusi.
Sappiamo che Freud definisce la struttura libidica di una massa come (lo cito) “costituita da un certo numero di individui che hanno messo un unico oggetto al posto del loro ideale dell’Io e che pertanto si sono identificati gli uni con gli altri nel proprio io”[1]e questo dovrebbe favorire l’amoreconseguente all’idealizzazione. Ma ciò che sembra mancare in questa Europa è proprio il sostegno dell’identificazione, quella che (cito Lacan) “sostiene la prospettiva scelta dal soggetto nel campo dell’Altro, da cui l’identificazione speculare può essere vista sotto un aspetto soddisfacente. Il punto dell’ideale dell’io è quello da cui il soggetto si vede, come si dice, come visto dall’altro. Cosa che gli permetterà di reggersi in una situazione duale per lui soddisfacente dal punto di vista dell’amore”[2]. La mancanza di questa identificazione, insomma, sembra favorire l’inerzia di cui parlavo prima e produce quel “vittimismo deresponsabilizzante” che, in questa fase storica, rischia di aprire le porte a quei nuovi padroni, i “lupi travestiti da agnelli” che continuano a lamentarsi dell’Europa limitandosi però a contemplare il suo declino, compiacendosi della loro condizione di “innocenti” vessati dalle istituzioni che “godono impunemente”.

Caos
C’è da aggiungere, tuttavia, che questa è un’Europa che non appassiona, che non è in grado di toccare le anime dei cittadini europei. Il suo modo impersonale e razionale di governare, troppo spesso arroccato tra regole e sanzioni, crea ideali deboli che non entusiasmano, che non infiammano.
Ciò che appassiona una parte sempre più cospicua di soggetti, invece, è qualcosa che sembra creare scompiglio, incertezza. Insomma, qualcosa che luccica a tal punto da attirare molti elettori e i consigli ponderati e sapienti degli economisti non riescono a produrre quei desideri decisidi Europa di cui avremmo bisogno. Ma quale sarebbe la causa di tutto ciò? La causa attraversa tutti noi.
I greci traducono “causa” con “abisso spalancato”, Caos. È un’apertura spalancata che inghiotte tutto, senza direzione nel fondo. Sul piano estensivo abbiamo sempre una direzione, dalla causa all’effetto. Nel Caos abbiamo un abisso senza direzione nel fondo, chi ne fosse risucchiato cadrebbe indefinitamente, perché finirebbe nell’illimitato e nell’informe dis-gregante.
Questa fragile Europa si sostiene sulla beance causale, un’apertura, una ferita causale, una ferita mal suturata, una porta semiaperta, una porta la cui apertura non ci mette mai in una posizione del tutto tranquilla.
Apparentemente nel mondo fisico le causazioni hanno una logica abbastanza precisa: un oggetto agisce su un altro ed ecco che abbiamo una catena di azioni e reazioni e, nonostante ciò, non sapremo mai intercettare il principio logico che ci dice qualcosa di questa relazione causale, cioè, non c’è un principio logico che implichi che una boccia colpendo un’altra boccia produca un certo effetto ma, nonostante ciò, siamo abituati così: l’abitudine per noi diventa il principio di causazione, ma il “Caos” permane sotto la superficie della terra.


[1]S. Freud, Psicologia delle masse e analisi dell’io, OSF, Bollati Boringhieri, Vol. 9, 2001, p. 113.
[2]J. Lacan, Il Seminario Libro XI, I quattro concetti fondamentali della psicoanalisi(1964), Enauidi, Torino, 2003, 263-264.

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