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Vino vecchio in botti nuove

Pietro Barbetta

La vecchia e la nuova Europa

Negli anni della mia formazione leggevo i testi della Scuola di Francoforte ricordo che si usava un termine ormai desueto, che vale la pena di riscoprire: “tecnocrazia”. Dopo il fallimento delle rivoluzioni, gli esponenti della Scuola di Francoforte furono i primi a prendere atto che la classe operaia aveva aspirazioni a diventare borghese, piuttosto che a fare la rivoluzione. Come disse una persona rumena, che frequenta l’analisi: “Il comunismo eravate voi occidentali, le vostre ville lumière et tentaculaire, passavamo le notti in clandestinità ad ascoltare le vostre pubblicità.” Il capitalismo è stato una macchina che cattura il soggetto e lo stordisce con la sua opulenza.

Oggi però siamo di fronte a un salto iperbolico. In molti oggi parlano di antropocene. Si sostiene che il soggetto è network composto da varietà di elementi interconnessi: virus, neurotrasmettitori, farmaci, macchine, burocrazie, social networks, terrorismo, guerre, eventi naturali di carattere catastrofico, nuove invenzioni delle tecnologia che dovrebbero facilitare la vita, ma che spesso non funzionano, ecc. La sede della responsabilità sarebbe simmetricamente distribuita nel network di questi sistemi. Ognuno di noi è catturato dentro questa rete, che ci costringe a osservare il trascorrere degli eventi passivamente, come fossimo su una barca alla deriva.

Le caratteristiche dell’odio, la patologia della confusione tra singolare e categorico

L’odio si fonda sul disprezzo verso categorie umane altre dalla categoria di cui saremmo rappresentanti. C’è una serie nell’odio: verso le donne, verso i neri, verso gli ebrei, verso gli zingari, verso i richiedenti asilo, i rifugiati, gli apolidi, i nomadi, i pazzi, ecc. È una serie aperta, fatta di categorie. L’odio si coltiva nel rancore e si esprime nell’insulto. Se una donna ha una relazione fuori dal matrimonio entra nella categoria delle prostitute, se un nero commette un crimine, entra nella categoria delle predisposizioni ai comportamenti antisociali, evoca i discorsi psichiatrici sull’indole delle razze umane. L’odio segue un tipo di ragionamento semplice, pulsionale: se un individuo, che appartiene a una categoria di persone altra dalla mia, si comporta diversamente da quelli che appartengono alla mia categoria di persone, allora tutta la categoria a cui costui appartiene ha gli stessi comportamenti. Ma esistono “categorie di persone”? Un tempo venivano definite razze. Oggi l’odio si è sofisticato, aggrega altre categorie, ad esempio: “i rifugiati”, che hanno come essenza quella di “invadere i nostri territori”.

Chi combatte questa supposta “invasione del mio territorio”, è il “mio eroe”. La complessità di un fenomeno viene ridotta a un meccanismo delirante di causa-effetto. Si forma il carisma, l’eroe che salverà le masse, che possiedono un territorio, da invasori che appaiono come virus. Passando il confine svizzero, ricordo una recente intervista a un rappresentante dell’industria farmaceutica di quel paese, un lapsus linguae; accusato di favorire l’assunzione di frontalieri italiani, rispose: “Assicuro che l’industria farmaceutica svizzera è assolutamente ‘sana’”. In questo caso il virus è composto da lavoratori che vivono in provincia di Varese e magari, molti di loro, pensano ugualmente degli immigrati a Varese. Ecco il punto: l’odio, come ogni forma pulsionale, che si fonda su un modo di ragionare semplice e immediato, assume una forma paradossale: chi odio se non me stesso? Chi disprezzo, se non la stessa categoria di persone a cui appartengo? Quando parlo di invasione di persone, che considero inferiori, non sto in realtà parlando della mia impotenza? Non sto pensando che gli altri, se mi rubano il lavoro, sono più intelligenti, capaci, sensibili, impegnati di me e di quelli della mia categoria? Non è forse questo senso di inferiorità che provo che mi porta a uccidere la donna che mi sta a fianco, che mi porta a invocare un eroe carismatico che caccia l’invasore? Che mi fa diventare l’eroe carismatico che stermina gli infedeli?

Come ritrovare il soggetto della speranza?

Ricordo il principio di speranza di Ernst Bloch, oggi qualcuno la chiama resilienza: insistere a sperare che il soggetto – qualsiasi cosa si intenda: l’habeas corpus, il soggetto del desiderio, il soggetto collettivo, ecc. – riemerga attraverso i minuti particolari, nella singolarità. Gregory Bateson, citando il poeta William Blake, scrisse: “Il bene si fa nei minuti particolari”, ma che cosa sono questi “minuti particolari”? Quando un medico opera una persona ferita, durante un conflitto, non chiede se il ferito è un nemico, quando un giusto salva una vita in pericolo, non si preoccupa se la sua ideologia, etnia o religione è diversa dalla propria, quando uno psicologo lavora nelle carceri, o con i richiedenti asilo, è lì per accogliere il soggetto, per ricomporre l’infranto e ridargli la speranza, per ascoltare la sua vita, le sue peripezie, gli eventi che lo hanno portato lì. Il giusto esercita il rispetto e mostra coraggio, il giusto non ha una vita irreprensibile, il suo è un gesto, in quel momento si espone, ma non è un eroe perché la sua azione si svolge all’interno dei minuti particolari: è un medico che salva un criminale ferito a morte, un ambasciatore, magari un falso ambasciatore, che salva ebrei destinati allo sterminio, un imbonitore, un imbroglione che aiuta qualcuno a salvarsi, anche attraverso la sua sfacciataggine, un Totò che ci domanda se siamo donne/uomini o caporali. Al salto iperbolico che ci ha trasformati in soggetti privati della nostra responsabilità, dobbiamo rispondere con un altro salto iperbolico, quello di cui ci ha parlato Jacques Derrida nel suo lascito testamentario: perdonare l’imprescrittibile. Attenzione, non si tratta di esercitare un perdono generalizzato e poco credibile, si tratta di fare un gesto nella singolarità del momento, come la pioggia pura che cade dal cielo sulla testa dei re.

Se la coltivazione dell’eroe avviene in un contesto pulsionale di causa-effetto, dentro un modo di ragionare ridotto, semplice, la giustizia esige singolarità: “il bene si fa nei minuti particolari”, sosteneva William Blake. Bisogna saper aspettare perché l’eroe, che in apparenza è tutto d’un pezzo, facilmente si frantuma e torna a casa ferito. Chiunque pratica il male lo fa in primo luogo contro se stesso e non può che tornare a casa piangendo se stesso. La psicologia se ne accorse quando l’Europa fu preda delle guerre, dopo la Belle Époque, a partire dal 1914. In quegli anni al corpo del desiderio sessuale si sostituisce il corpo ferito del veterano di guerra. Si incomincia ad avere a che fare con le ferite, le torture, le carceri, i luoghi dell’aggressione, della punizione.

La clinica si trasforma. Il giuramento clinico ci insegna a non guardare chi sia il soggetto ferito. La clinica ci costringe a essere giusti. Si tratta dell’ospitalità, la stessa, sosteneva il filosofo Jacques Derrida, che veniva praticata nei conventi. Derrida ce lo ricordava quando aveva fornito un importante contributo a ripensarla. Il suo intervento al Consiglio d’Europa del 21-22 marzo 1996, presso il Parlamento internazionale degli scrittori, proponeva la costituzione di “città rifugio”; luoghi dove i richiedenti asilo potessero trovare protezione umanitaria al di là del diritto positivo e delle norme, definitive o temporanee, di ciascun paese. Al di là di quanto avevano commesso, in un salto iperbolico, che rende l’ospitalità assoluta, che va al di là dell’imperdonabile e dell’imprescrittibile. Questo il lavoro del giusto: “So che tu sei un divenire, e non appartieni necessariamente alla categoria di persone a cui appartieni.” È questo il paradosso del giusto: come divenire, ogni evento fornisce gli strumenti per uscire dalla categoria. Vale per il perseguitato, vale per il persecutore, basti leggere Legacy of Silence, un testo dello psicologo israeliano Dan Bar-On, che riuscì, in Olanda, a creare gruppi di auto mutuo aiuto tra i figlie dei persecutori nazisti e delle vittime.

Antagonismo versus dissenso

Da giovane mi dissero che la disubbidienza poteva essere una virtù, oggi ho imparato che i capricci, le lamentele, le proteste e persino i sintomi dei bambini – la vivacità, la disattenzione, la pipì a letto, la popò nelle mutande, le urla, le testardaggini – non sono altro che becchettate di un passero ai vetri, fuori dalla finestra di casa; sono segnali di dissenso.

L’antagonismo vede nemici dappertutto, è una condizione paranoica. I campioni mondiali di antagonismo furono Robespierre e Stalin, che mettevano a morte i loro stessi alleati. La logica amico/nemico ha fatto disastri e rischia di ripetersi. L’antagonismo parte da un premessa impossibile: tutto e subito. L’antagonismo è un Moloch che rende le due parti identiche, crea identità e non vede più differenze, produce totalitarismo: quando anche il minimo dubbio diventa tradimento, quando due gruppi umani producono tra loro una scissione, una Spaltung. Un fenomeno che lo psichiatra Eugen Bleuler aveva definito “schizofrenia”. Ai tempi di Bleuler si pensava a un disordine mentale irrecuperabile, inguaribile. Successivamente molti psicologi e psicoanalisti trovarono il modo di entrare in contatto con “gli schizofrenici” e oggi qualcuno propone addirittura di abolire questa categoria diagnostica. Che significa? Credo voglia dire che, anche nelle condizioni più difficili e complesse, bisogna avere fiducia nelle nostre capacità di esercitare la tenerezza, di osservare le piccole differenze che permettono a ognuno di uscire dai muri che vengono loro costruiti intorno.

Spesso si parla del fascino del male, ma il male diventa affascinante quando è immerso in una dimensione ironica, quando, nel venire descritto e raccontato, mostra la differenza tra crudeltà e vita quotidiana. Ciò che è affascinante è la vita, non il male, l’immanenza della vita dalla quale non possiamo mai uscire.

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