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La borsa o la vita

Eugenio Dìaz

Scrivo questo contributo al dibattito aperto sulla situazione in Catalogna, per la crisi politica e pertanto rispetto al legame sociale che tale situazione ci mostra, in un momento di massima tensione, di massima preoccupazione, di massima incertezza.
Non molto tempo fa, nelle Giornate della ELP del 2015, tenutesi a Barcellona con il titolo “Crisi, che cosa dicono gli psicoanalisti” abbiamo imparato e constatato che una crisi è qualcosa di consustanziale all’umano e che “volerla curare può a volte essere il modo migliore di alimentare questo imperativo ed i suoi effetti devastanti se prima non si analizza il significante che ordina – in tutti i sensi della parola “ordinare” – questo godimento imposto in nome del Bene” (Bassols, 2015) e, aggiungo, riferendomi all’attualità, in nome del godimento imposto da un Bene che è presumibilmente l’unità indissolubile, che sia della nazione o del popolo.
Non perché non sia saputo, non manco di avere una sensazione di fallimento collettivo e perciò personale. Un godimento del fallimento che non voglio che m’invada, ragione per cui porto questa piccola idea da prendere in considerazione fra le molte già esposte, diverse, discordanti, sul filo di esplorare gli impossibili, per non rimanere nell’impotenza e nell’osservanza della spinta al peggio.
Jacques Lacan sviluppa – nel Seminario XI, a proposito delle operazioni di causazione del soggetto, alienazione e separazione – la scelta forzata che è implicata nella prima.
Lì, usando un Witz quasi visivo, segnala che nella scelta tra la borsa (possiamo dire il tutto) e la vita, è forzato scegliere la vita, ma che nello sceglierla (la vita) non potrà se non essere mozzata. Pertanto è una perdita ciò che la scelta implica. Lacan parla ancora di una seconda operazione, la separazione che, se leggiamo bene, include anch’essa una perdita, poiché in questo partorirsi, ciò che si gioca è un ritorno all’alienazione primaria, ma in un altro modo (dunque non senza perdita). Non c’è separazione che non implichi un legame, un nuovo legame. Fatta eccezione quando la separazione è passaggio all’atto.
Comunemente questo legame – Lacan lo dirà nel corso del suo insegnamento in tanti modi diversi -, lo è a partire dalla solitudine e dalla singolarità del sinthome. È con esso che si può fare comunità, altrimenti siamo piuttosto nella psicologia delle masse.
Dunque, alienazione e separazione nell’essere quindi bucate, includono una perdita, anche se c’è qualcosa che si aggiunge: un nuovo legame all’Altro, un Altro già barrato, caduta delle identificazioni che avevano occupato il posto del “non-c’è”, del “non-tutto”. Negli stessi capitoli del Seminario, Lacan parla della scelta dello schiavo, che è piuttosto dell’ordine di libertà o morte. Per lo schiavo la scelta forzata è al prezzo della vita, quando la vita non ha più nessun valore, si sceglie vita o morte.
Pensavo, per tornare all’attualità, che in nome del tutto, vale a dire di credere che sia possibile avere la borsa e la vita – che in un certo senso è la scommessa indipendentista -, si può perdere un’autonomia, che è una vita non-tutta, mozzata, ma dopotutto una vita.
Dire che la scommessa indipendentista è un tutto, è un modo di sottolineare l’intransigenza a cui hanno portato le posizioni che la promuovono – per esempio e fra le altre cose, equiparando desiderio di decidere, di separarsi, di rendersi indipendenti (sul quale non c’è niente da dire), con un diritto a decidere (che è opinabile). Questa intransigenza si è realizzata con l’inestimabile aiuto di un governo, quello spagnolo, che non ha apportato nessuna politica – almeno una degna di questo nome – e che ha piuttosto messo in atto lo stile dei fratelli Marx, “più legna è la guerra”, come è accaduto nelle nefaste azioni di polizia dell’1 ottobre, ma anche in molti altri momenti nel corso di questi anni.
Pensavo anche che nella messa in scena indipendentista ci sia stata una forzatura, come qualcuno esperto della questione mi diceva: si tratta di dimostrare l’inguaribile dello Stato spagnolo (più di quello del governo) per giustificare che l’unica uscita possibile sia quella dell’indipendenza. Da parte nostra non ci dimentichiamo che l’inguaribile, essendo più o meno sopportabile a seconda delle soggettività e delle storie, vale per tutti, oltre a non essere completamente riducibile. Questa forzatura include “logicamente” un travaso: trasformare la scelta forzata del soggetto in quella dello schiavo. Travaso che altro non è se non banalizzazione della dignità di tale scelta, quella del vero schiavo.
Mentre scrivevo questo contributo, ho ascoltato un Consigliere della Generalitat dire alla radio: “La Repubblica non è più una scelta, è un’assoluta necessità di sopravvivenza”.
Poiché, quando non si tratta di una scelta, rimane solo “la vita o la morte”.
Sottrarre al soggetto la sua scelta forzata porta alla banalizzazione della scelta fra libertà o morte.
Banalizzare questa scelta, allo stesso modo e allo stesso tempo che applicare una legge senza aver precedentemente incluso una politica che sappia che “l’inconscio è la politica” è l’inconscio” (misconoscimento che è anche una banalizzazione), porta a delle conseguenze incalcolabili per il legame e per la vita.

Traduzione di Stefano Avedano

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