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Colpo di fucile all’enunciazione

Paola Francesconi

“Che si dica resta dimenticato dietro ciò che si dice in ciò che si intende” (1).

Così Lacan ci ha trasmesso il suo concetto di frontiera interna al dire, segnata dall’esistenza dell’inconscio che attraversa il linguaggio. Mi viene da pensare che uno dei “luoghi del delitto”, per così dire, dei discorsi che uccidono possa sorgere lì, nella particolare intolleranza a quel qualcosa che resta dimenticato, ma non resta senza incidenza sul detto dei parlesseri. Accoglienza verso lo straniero che è in noi, che si fa sentire nella discrepanza tra ciò che si vuole dire e qualcosa che vuole desiderare in ciò che si dice.

Il dimenticato è pericoloso, indecidibile il punto in cui possa affacciarsi di nuovo. La differenza tra enunciato ed enunciazione è una differenza primaria nel contesto della democrazia del linguaggio, rispettosa delle enunciazioni singolari. La cosiddetta “rivoluzione del buon senso” che, nel programma di Matteo Salvini, dovrebbe portare al profondo rinnovamento dell’Europa che egli vorrebbe promuovere, va a colpire proprio lì, nell’insofferenza al che si dica, in favore di ciò che si dice e si deve intendere, facendo fuori ogni altro senso in nome di quello buono.
Il recente matrimonio celebrato a Roma tra sovranismi, nella fattispecie tra Marine Le Pen e Matteo Salvini, ha il suo rovescio, come spesso nell’immaginario degli analizzanti, nel funerale dell’enunciazione, di un che si dica aperto alle frontiere della dialettica. Così come Marine Le Pen ha fatto ai tempi della campagna per le presidenziali francesi del 2017, l’uso di detti prelevati da altri contesti enunciativi, per torcerli all’unicità di una enunciazione assoluta ed inequivoca, ha trovato in Salvini il suo partner-sintomo italiano. L’Europa, dice Le Pen, ha calpestato il principio di solidarietà, non è rispettosa dell’uno per uno dei vari Stati, delle loro politiche libidico monetarie. Dobbiamo, continua il coretto Salvini Le Pen, fondare una nuova Europa che rispetti le differenze tra Stati, che avvii una cooperazione: sì, ma in che direzione? Della solidarietà tra rifiutanti di tutto ciò che arrivi da ogni possibile Altra scena straniera al soggetto. Della cooperazione nel non rompersi le scatole a vicenda proponendo e tollerando stili di economia, strategie per lo sviluppo da costruirsi attraverso lo scambio.
Si compie così il crimine contro lo scambio stesso, contro la costruzione comune. Il crimine consiste, a mio avviso, nel fare passare ciò che così si dice a solo modo di intenderlo, abilmente, tanto abilmente da far cadere nella trappola anche intellettuali come Sgarbi, imbambolato dall’idea lepenista di nuovo rinascimento europeo, abbagliato, cieco al dietro ciò che si dice. Più che rinascimento si tratta, infatti, di una rimortificazione. Un’Europa che non c’è più. Ma anche Cacciari, per un momento, scivola sulla buccia di banana del detto salviniano di un invito ad un’Europa più solidale e meno severa verso le difficoltà individuali di uno Stato, che dia una mano all’Italia sulla gestione degli arrivi dei migranti senza fare troppe lezioni di economia. Si è ripreso, per fortuna, a Bologna (2), in occasione del lancio di un programma a venire per l’Europa che si fondi su una idea di unità ispirata ad un incremento delle politiche del lavoro, degli investimenti infrastrutturali ecc.., un New Deal, lo ha chiamato, di roosveltiana memoria, ripreso tempo fa anche da Romano Prodi.
Come scriveva Dominique Holvoet, non è necessario che i discorsi colpiscano il corpo, direttamente, per avere un effetto letale. Basta che uccidano l’indecidibile, l’impensabile che c’è oltre il limite di ciò che si dice, in nome di una larva del detto abilmente svuotato ed impagliato, dopo essersene impossessati fuori dal molteplice delle enunciazioni. Non è da chiamare superamento delle frontiere tra destra e sinistra, è da chiamare furto di ciò che sta oltre la frontiera del proprio dire. Come suggeriva Carlo De Panfilis nel suo contributo, è da chiamare grado zero del linguaggio, terra bruciata della divisione interna al linguaggio come principio di “felicità” del soggetto.

(1) J. Lacan, Lo stordito, in Altri Scritti, Testi riuniti da Jacques-Alain Miller, ed. it. a cura di Antonio Di Ciaccia, Einuadi, Torino, 2013, p.445
(2) M. Cacciari, Un New Deal per l’Europa o siamo spacciati, Bologna, 3.10.2018, Repubblica.it, video

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