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Dei diritti e dei doveri dello Straniero. Politica e speranza in psicoanalisi

Michele Bianchi

Se nella vita «caratteristico dell’illusione è il suo derivare dai desideri umani» [1], ma questo non è vero per tutte le illusioni – come insegna l’arte capace di fabbricare le immagini che mancano nella vita -, tale sfasatura risponde all’esperienza analitica dove pulsione e desiderio restano opposti. Ma lo snodo tra i due è anche la forma del loro essere l’uno il contenuto dell’altro, senza miscele confusive, e proprio nella misura in cui a questa forma corrisponde il concetto di psicoanalista. Se l’avvenire della psicoanalisi dipende da ciò [2], ciò forse tocca anche la democrazia a venire?

La domanda se la psicoanalisi possa porsi a servizio della democrazia implica l’ulteriore domanda di cosa la democrazia possa – producendo al suo interno principi di sovversione – arrivare a sapere della psicoanalisi e quindi del desiderio speciale che la anima. Per cominciare a rispondere, pensando al fenomeno degli esuli in Europa, evoco quanto Freud dice a Jung il 21 agosto 1909, in prossimità del porto di New York: «non sanno che portiamo loro la peste». Il sistema economico capitalista nel suo stato più avanzato sembra favorire, in modo molto democratico-umanitario, le ondate migratorie, al prezzo però d’una recrudescenza del conflitto autoctoni-migranti: la lotta resta proiettata sullo schermo dove vediamo i perdenti in lotta coi perdenti dopo il crollo del costo del lavoro per esempio. Lo scopo? Forse che nessuno alzi la testa e s’avveda del conflitto verticale. Anziché unificarsi nell’unica grande lotta dominati contro dominanti tutto resta frammentato tra i servi: stranieri contro autoctoni, italiani contro africani ecc. Se tutti appaiono servi bisogna allora smascherare ciò che occulta la polarità verticale. Sarebbe questo il compito pestifero della psicoanalisi? Non credo. Lacan mostra che con gli strumenti analitici si può invece tener ferma una polarità dove la linea proiettiva dell’esperienza sociale del soggetto coabita con la verticale simbolica. Lacan indica operativo nella scienza freudiana un modo realissimo di fare esperienza di tale conflitto tra il vertice e la base che si stacca in modo deciso da ogni simbolica della pacificazione democratica (il rischio di ogni democrazia di tipo partitico) e da ogni logica del sospetto e dello smascheramento. Ecco il punto profondo della polis dove, col mezzo analitico, la peste è iniettata. Come è possibile risolvere il problema degli esuli? L’avvenire di un’illusione sembra individuare i punti dove può riaccendersi la speranza politica anche a questo livello. La partitocrazia è il nome del popolo piccolo-borghese che vede nel singolo cittadino (la pulsione) un nemico potenziale: il rischio è che egli potrebbe sempre alleggerirsi del «peso opprimente» di quel «sacrificio» di piacere che viene a lui richiesto. Il nome di una democrazia non partitica sarebbe allora il nome di un popolo europeo nuovo, un sistema di governo – coincidente con questo popolo a venire – giunto a sapere della sua struttura d’impossibilità. E si tratterebbe pur sempre di un popolo che ancora non si configura, e che resta atteso secondo la logica freudiana della comunità. Nel 6° capitolo due esempi sul nesso pulsione (sessualità) e legge (unione) ci indicano che tale logica dell’attesa intelaia la macchina analitica: 1) la psicoanalisi «ha distrutto» l’illusione «secondo cui il bambino è un essere privo di sessualità»: qui l’illusione è falsa, è solo un gioco; 2) esiste un livello dove «l’illusione, invece, non è necessariamente falsa, cioè irrealizzabile o in contraddizione con la realtà. Una ragazza borghese può ad esempio concepire l’illusione che un principe la chiederà in sposa» [3]. Ecco l’intreccio “pensato” da Freud tra amore illusione e società, ripensato da Lacan con la politica artistica di Joyce.

La presentazione del convegno sullo Straniero si chiude con un passaggio di Joyce il sintomo: «la storia non è niente di più che una fuga, di cui si raccontano solo gli esodi» [4]. Col Joyce del dramma Esuli innanzitutto Lacan mostra il mantenersi reale d’una polarità nel cuore stesso dell’esperienza analitica: si lotta corpo a corpo, in differenti sostanze, senza la rappresentazione d’una tregua. [5] I diritti dello Straniero – anche se solo atteso, anche se solo “idea” – si saldano ai doveri di tutti: porre un freno alla furia integrativa pura di cui soffre il democraticismo, il quale vorrebbe cancellare anche l’ultima traccia d’esilio che s’incontra nello straniero (la condizione dell’amore come è spiegato da Lacan a cominciare dal seminario su Socrate e il transfert). L’unica possibilità per una politica dello Straniero è che questa politica diventi arte. Abbiamo il paradigma estetico di questa possibilità unica per una politica dello Straniero quando l’arte, invece d’arroccarsi dietro un nome si distribuisce, si fa «commestibile». Lo aveva detto nel 1933 Dalí, polemizzando contro il cattivo freudismo di Breton. Occorre riconoscere in ciò la logica dove stanno fermi i due modi della contrapposizione: il concreto e l’astratto.. Quest’ultimo è illusione condizionata dall’interferenza del desiderio edipico. Il primo no, non è un’illusione, è un possibile incondizionato che accende la speranza d’una pace tra opposti. Contro Breton [6] l’idea di Dalí era quella d’una distribuzione omnicratica dell’opera che provocasse forme di comunità dal basso attraverso una pratica concreta d’anonimato radicale e paziente [7]. È forse di questa teoria etico-estetica dell’appoggio dal basso che Lacan discusse con Dalí a New York, nell’inverno del 1973 [8]. Restare anonimi, cioè in due e pronti a mescolarsi con lo sconosciuto, con lo Straniero, è un nome del dovere dello straniero stesso. Il dovere, e non solo il diritto a una identità, foss’anche quella di un esule. In tal senso straniero non è più un genere prestato all’industria della deportazione contemporanea – tesa a sfruttare senza riserve gli uomini, nel modo più efficace, come materiale umano illimitatamente disponibile -, ma un concetto chiave della psicoanalisi. Politica coincidente con la forma anonima dell’amore che Lacan ha visto come l’evento sponsale tra due esili: corpo a corpo. «Joyce si considera come donna solo nel momento in cui si compie in quanto sintomo». Il discorso isterico, invece, «non richiede corpo a corpo. Il caso di Socrate lo conferma», e, con esso, il caso dello storicismo. E se la storia non sa più raccontare di esili, ma solo di esodi, è proprio questo il motivo del suo rifiuto joyciano, poiché essa non da conto di un’altra storia, che si chiama «evento di corpo»: l’artista «con il suo esilio […] ratifica la serietà del suo giudizio. Solo i deportati partecipano alla storia: dato che l’uomo ha un corpo, è tramite il corpo che lo si ha. Rovescio dell’habeas corpus […] ridotto a carne da cannone». Gli storici trovano nella loro disciplina un appoggio, indubbiamente, ma in ciò prendono un abbaglio, restano accecati da questo appoggio, s’illudono e non riescono a fare scienza davvero di «un altro corpo». Se l’idea dello «sgabello» nasce su un intricato terreno di problemi morali e medici, in queste pagine di Lacan vediamo articolarsi una teoria del femminile attraverso una teoria del giudizio estetico stretto alla figura dell’esilio (arte anonima dell’incontro). E l’arte può mantenersi senza firma – impersonale – proprio nella misura in cui, a differenza del caso dell’esodo, nel caso dell’esilio c’è guadagno di sapere. Non si tratta, però di metacognizione, sapere di non sapere ecc.: «Socrate, perfetto isterico, era affascinato dal solo sintomo, colto nell’altro al volo. Il che lo portava a praticare una sorta di prefigurazione dell’analisi. Avesse chiesto del denaro in cambio, invece di familiarizzare con coloro che maieuticava, sarebbe stato un analista» [9]. Ma il desiderio dell’analista questo chiede: il corpo a corpo che non chiede l’inconscio “isterico”. È solo da tale posto che sorge la domanda squisitamente politica: cosa possiamo sperare? E questo posto non se ne sta da solo, e vuoto, senza il suo Straniero atteso.

[1] S. Freud, L’avvenire di un’illusione, Opere vol. X, Boringhieri 1982, p. 461.

[2] J. Lacan, La terza, in La Psicoanalisi, n. 12.

[3] S. Freud, L’avvenire di un’illusione, Op. cit., ib.

[4] J. Lacan, Joyce il sintomo, in Altri scritti, Einaudi, p. 561.

[5] Aa. Vv., Ornicar, n. 2, Marsilio 1978, p. 14.

[6] A. Breton, Nadja, Einaudi 1972, p. 137.

[7] S. Dalí, Della bellezza terrificante e commestibile dell’architettura modern style, in Sì, Rizzoli 1980, pp. 230-236. Vedi anche Film-arte, film antiartistico, pp. 67-71.

[9] E. Roudinesco, Histoire de la psychanalyse en France – Jacques Lacan. Esquisse d’une vie, histoire d’un système de pensée, Fayard 1993, pp. 1954-56.

[10] J. Lacan, Joyce il sintomo, Op. cit., ib.

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