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Il Golem perturbante

Maurizio Montanari

Sempre più lo straniero è dipinto dai media come portatore di terrore e generatore di angoscia.
Una figura artatamente agitata e perturbante, perché racchiude quelle indicibili passioni e pulsioni che riconosciamo come nostre, per proteggerci dalle quali utilizziamo categorie come fondamentalismo. “L’ho fatto in nome dell’Isis” scrive Saipov prima uccidere i passanti a New York, straziati come quelli che passeggiavano sulle ramblas nell’agosto 2017 o sul lungomare di Nizza. Episodi che ripropongono l’antica questione dell’uso della religione come strumento per dare sfogo e forma a pulsioni umane violente ed ancestrali che cercano in aggregazioni religiose, e nei codici da queste condivisi (l’Isis), uno sbocco per uscire dalle profondità. Esiste una figura ben conosciuta dalla psicoanalisi, quella del perverso sadico, utile ad inquadrare le azioni terroristiche bisognose di una autocertificazione che stanno bersagliando l’Europa. Fu Eichmann a mostrare al mondo quanto radicale e tragica possa essere la determinazione di declinare la propria vita come soldato obbediente alle direttive dell’Altro. Il sadico si connota per la capacità di mettere a lato la propria soggettività determinandosi esso stesso come oggetto prono al volere dell’Altro per il cui godimento esercita la propria azione[1]: altri codici, altre leggi, sovente in antitesi con quelli che regolano la convivenza civile. Leggiamo così, oggi, il diffuso utilizzo della religione come strumento per dare forma all’odio personale. La professione di fede di tanti seminatori di terrore è un autobus sul quale trovano un passaggio feroci e lucide personalità perverse, capaci di tramutarsi in micidiali macchine di morte qualora scorgano in qualche Dio, o qualche cattivo maestro eletto a detentore di una verità, quello stesso desiderio di infliggere morte e dolore che non aveva trovato diritto di cittadinanza in alcun luogo, se non nel loro animo.
Una lettura preliminare delle vite di Omar Mateen, l’autore della strage di Orlando del 2016 e di Mohamed Bouhlel autore della mattanza di Nizza, ci consegna due uomini banali. Un livido manesco il primo capace di picchiare la moglie per il bucato fuori posto, un uomo con precedenti penali e reduce da una separazione il secondo. Per Mateen, che poco prima di imbracciare le armi chiama il 911 e dichiara fedeltà allo Stato islamico, (autocertificando in tal modo la propria azione come ‘garantita’ dall’Altro “Isis”, alla stregua di Saipov) era la femminilità, ma anche l’uomo che bacia un altro uomo, quell’indicibile che ha fatto detonare in lui qualcosa che giaceva sepolto da tempo. Per il carnefice nizzardo invece era la vita in sé, sfuggitagli di mano da tempo, l’elemento da odiare. In entrambi i casi si tratta dell’azione di animi ab origine violenti, sadici e pietrificati, finalmente felici, come insegna Lacan, di far vibrare le corde dell’angoscia dell’altro: la comunità omosessuale nell’un caso e la vita libera nel secondo. Il perverso è ‘Un difensore della fede […] un singolare ausiliario di Dio’[2], dunque un uomo che cerca, edifica, installa e venera un Dio al quale votarsi. Consiste in questo la natura golemica del perverso, un essere dormiente e incapace di possedere una propria volontà, se non quella del padrone, che dal posto che egli gli assegna, lo sveglia e gli impartisce ordini di morte. Egli ricerca nelle parole di un Dio quelle tracce di odio che fanno brillare in maniera assonante le medesime parti violente da tempo stoccate in lui, pronte a detonare, finalmente libere di manifestarsi per un’autorizzazione che si ritiene concessa, appaltate ad una divinità della quale ci si proclama sanguinari adepti. Il reverendo Anderson di ‘Outcast’, confessa:
‘So di aver detto che faccio la tua volontà, Signore. È una bugia, l’ho fatto perché mi piaceva.’
Ecco allora la grande strada sulla quale oggi si incamminano perversi sadici, misogini odiatori dell’alterità femminile per i quali il godimento deriva proprio dalla lucidissima coscienza della natura spregevole[3].Per placare la nostra inquietudine è facile osservare come l’utilizzo del termine fondamentalismo serva alla società ‘civile’ per poter inquadrare dentro una cornice ben precisa espressioni dell’animo umano che inquietano per la loro ferocia, la loro inclassificabilità, e la loro prossimità anche nel nostro tessuto, delocalizzando istinti violenti propri del consesso sociale che abitiamo direttamente nell’area del peccato o nel campo della radicalizzazione.

[1] J. Lacan. Seminario X.
[2] J. Lacan, Seminario XVI.
[3] F. Dostoevskij, Memorie dal sottosuolo

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