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L’inconscio come luogo di impossibile identità

Francesca Duro

Se pensiamo allo straniero c’è un richiamo quasi immediato al problema dell’accoglienza, oggi così centrale sul tema dei migranti. La stessa nascita di un figlio ci pone di fronte a tale tema che concerne questo essere enigmatico a noi straniero e all’autenticità della relazione io tu, dove accogliere l’assoluto dell’Altro in un rapporto dialettico vuol dire anche risonanza, capacità di ascolto. Dare un nome a questo altro rappresenta il momento di riconoscimento più alto in cui inizia a esistere il soggetto, incontro autentico che deve poi implicare capacità di separazione.

E’ nella parola dell’Altro, del discorso fatto su di lui che in parte si giocherà la capacità di accogliere, incontrare con maggior autenticità se stesso e gli altri. Parole per nascere sono quelle di cui il bambino ancora prima di nascere ha bisogno. Già nel grembo materno è come in attesa di parole che lo aiuteranno a prendere posto nella società degli uomini e che fisseranno un godimento e tracce indelebili sul suo corpo dando luogo ai sintomi. Le parole non sono neutre, possono veicolare amore ma anche rifiuto. Se pensiamo allo straniero c’è un richiamo alla sua nascita, alla sua identità e il problema dell’accoglienza è un tema tanto dibattuto quanto irrisolto. E’ l’uomo costretto a mettersi in viaggio, chiamato a una seconda nascita simbolica. Si nasce sempre nell’Altro, quindi cambiando in ogni realtà cui ci si viene a trovare.

Tutti i testi sacri della nostra tradizione, i personaggi che segnano la storia di questi racconti parlano di sradicamento e di partenza. Pensiamo ad Abramo nato in un luogo, costretto a mettersi in viaggio verso l’Egitto o a Giacobbe sempre in cammino, sempre in movimento, diverso dal gemello Esaù presentato invece nella sua fissità. Giacobbe in cammino verso un’altra identità e una volta arrivato, destinato ancora a dondolarsi in movimento verso se stesso e verso un altrove. La psicoanalisi ci insegna che il soggetto dell’inconscio è straniero in casa propria, si tratta dunque di iscriversi in un’appartenenza particolare per farsene qualcosa.

Ciò che emerge attualmente è la difficoltà ad avere un posto nel desiderio dell’Altro, è la questione del dove prima ancora del chi sono, che concerne sia il nuovo nato, sia l’immigrato in quanto nuovo nato in altra cultura. L’uomo sembra aver smarrito se stesso, legato sempre più ad una visione del mondo difficile da cambiare, che misconosce l’Altro, nega la sua alterità. Ma quando c’è paura il rischio di una chiusura può inasprire sentimenti di ostilità e razzismo. Menzogna e perversione nel linguaggio politico portano taluni più fragili, emarginati a rifiutare valori democratici atti a testimoniare una cultura di pace. La democrazia può divenire allora intollerabile e lasciare il posto a una cultura di morte. La parola perde più valore ma si distanzia sempre più dalla dialettica del riconoscimento sul versante politico, pubblicitario e nell’euforia del consumo. Il declino della parola piena che in qualche modo ci garantiva, fa assistere alla caduta dell’interdizione che obbligava il desiderio a un giro più lungo e racconta le devastazioni legate a un godimento senza limiti. Necessitano parole credibili, in un ascolto attento alle difficoltà di chi è estraneo a se stesso, chiuso in una fissità che non gli permette di mettersi in viaggio, di accogliere e comprendere i bisogni più profondi, di interrogarsi.

Parole per nascere, per rinascere sono parole capaci di fare la differenza nei modi del legame sociale, di dar vita a modalità nuove nel rapporto con l’Altro. Ma ci sono modi d’intervento che possono orientare, almeno in un pensiero analitico. L’idea che promuove nuove capacità di apertura, pensiamo al pensiero ebraico, si costituisce all’interno di una lacerazione, nella capacità di guardarsi dentro, accogliere gli errori per superarli, riconoscere che io sono qui e l’ Altro è separato da me. Istituzioni più presenti potrebbero portare a fare la differenza in un ascolto attento che umanizzi e aiuti per quanto possibile, ad assumere quella parte di noi che ci è estranea, difficile da riconoscere che preferiamo riversare all’esterno nel rifiuto dello straniero.

Per far capire che la censura, la non cultura non sono soluzioni e che chi è incolto non ha accesso alla conoscenza. La recente legge politica sui fenomeni dell’olocausto in Polonia deve farci riflettere in tal senso, dove la censura di realtà storiche non accettate priva giornalisti, scrittori ma non solo, della possibilità di parola. Paesi come la Polonia favoriscono l’emergere di manifestazioni xenofobe nel tentativo di modificare la storia, di cancellarne i ricordi per far tacere sensi di colpa relativi alla Shoah.

Miller parla dell’amore non come riconciliazione, non sul piano immaginario ma l’amore come modo di saperci fare col reale quando il Nome del Padre non è più lì a proteggerci dal reale. Ma bisogna saper appartenere per potersi mettere in viaggio. Vi sono soggetti assolutamente dipendenti dalla voce che tormenta del Super-io, dove il soggetto attaccato ai suoi sintomi preferisce il male dal bene. E la presenza di questa voce che rimprovera, denigra può talvolta divenire spinta all’odio. Siamo tutti stranieri a noi stessi in quanto all’inconscio, luogo di impossibile identità, luogo Altro da noi. L’importante è che da questo luogo possa sorgere un desiderio e un sapere che produca ogni volta un sapere nuovo, in grado di reperire le risposte o le domande più profonde in un’esperienza che diviene incontro.

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