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Eros e thanatos

Giovanna Di Giovanni

Freud dice con chiarezza che un bambino, il figlio più amato, è l’espressione di un prolungamento narcisistico dei genitori.

Nel bambino, nel soddisfare con le cure le sue esigenze vitali, l’adulto rivive il proprio felice periodo infantile. Ma anche questo rivivere non è da subito esente da contraddizioni, legate al fantasma singolare della madre e del padre. Anzi, quanto più il legame genitore-figlio è speculare, tanto più si manifesta l’altro versante dell’amore, che è l’odio.

Si mettono al mondo i bambini, si amano, si odiano, talora anche si uccidono.

Attualmente poi si parla molto dei “gadget” con cui si tacitano spesso i bambini, annullando con l’oggetto la loro parola e anche la possibilità dell’adulto di ascoltare e vedere, ma prima ancora di questo c’è il bambino stesso divenuto gadget e odiato quando non sta più al gioco spesso inconsapevole dell’adulto.

Molti disturbi dei bambini hanno origine in questa discrepanza fra l’aspettativa delusa dei genitori e l’espressione singolare del figlio. Il minore in ogni caso non ha di per sé diritto di parola, sia legalmente fino ad una certa età e anche perché parla comunque una lingua sconosciuta, che mostra all’adulto l’abisso fra le generazioni e fa intravedere la morte.

Questo vale per i bambini e ancora di più per gli adolescenti. In adolescenza i figli si mostrano come uomo e donna, diventano altri, senza niente in comune con il bambino di poco tempo prima, che poteva comunque essere ancora messo a tacere. In alcune situazioni cliniche particolarmente gravi il soggetto risponde a questo orrore dei genitori per la sua nuova forma con il rifiuto inconscio della crescita e dello sviluppo.

Vi è allora un mantenersi del corpo nelle forme pre-adolescenti, pur nella completa normalità dei parametri fisiologici, quello che talora viene chiamato in medicina un “ arresto di sviluppo da cause ignote.”

In adolescenza infatti il ragazzo diviene estraneo e fa paura agli adulti, perché da estranei facilmente si può virare a nemici mortali. Infatti è in adolescenza che più spesso esplodono situazioni conflittuali gravi con agiti auto o eterolesivi, al cui fondo si può riscontrare l’estraneità reciprocamente intravista e mai elaborata.

In profondità, il bambino, l’adolescente fanno apparire l’ Unheimliche, la détresse, la derelizione con cui, ci dice Lacan, alla fine l’essere umano si ritrova solo.

Questo vale sia per i genitori che per gli operatori intorno ai minori e per i terapeuti stessi, a cui si richiede comunque di esserne avvertiti e di averne almeno in parte attraversato il fantasma.

Come allora, da questa derelizione solitaria, dare una mano a chi nel mondo è entrato, sia pure come uno straniero, con una lingua sconosciuta?

Se la strada maestra del Padre e dell’autorità non è più praticabile e se esiste certamente anche una partecipazione dei soggetti minori stessi a qualsiasi età, non si può tuttavia dimenticare che la responsabilità più forte è dalla parte degli adulti, di coloro che si sono incamminati prima nelle vie dell’esistere.

La cecità e il non- ascolto dell’ambiente intorno possono condurre il minore a qualsiasi agito, ai ts più o meno mascherati da incidenti, al suicidio realizzato o ad atti comunque individualmente e socialmente gravi. Allo stesso modo può agire il ricorso al farmaco da parte dei terapeuti,se inteso non come aiuto alla parola diretta all’Altro, ma come “silenziatore” di un disagio, malessere, dolore ancora neppure articolato o solo intravisto nelle sue forme, ma comunque da tacitare.

Vi è poi una differenza sostanziale nell’approccio, anche terapeutico, al bambino e all’adolescente. Per i bambini infatti si può credere di sapere o di riuscire ad apprendere dai manuali e dalla scienza cosa fare, come per i cuccioli di altre specie. Gli adolescenti mandano in frantumi anche questa immaginaria certezza degli adulti e li costringono, in qualsiasi ruolo, a un perenne re-inventarsi. Essi infatti irrompono come invasori da un paese straniero e vogliono avere un posto, occupare il posto che hanno immaginato come privilegiato, perché da lì è stata legiferata la loro infanzia. Scalzando gli adulti e occupando quel posto, avranno infine il potere che supponevano loro.

Non sanno ancora che quello è un posto vuoto, come nemmeno molti adulti lo sanno e per questo reagiscono con una lotta speculare. Molte situazioni conflittuali incontrollabili in famiglia hanno origine da questa lotta per una supremazia immaginaria, mai giunta ad una mediazione simbolica, e possono giungere fino al delitto, di cui poi leggiamo nella cronaca.

In numerosi casi inoltre, si viene dopo a conoscere che molti intorno sapevano o intravedevano malesseri o erano consapevoli di stati francamente pericolosi per il minore e/o i genitori. Quali sono allora gli adulti che hanno una responsabilità verso il minore ? solo quelli della cerchia più intima familiare o al massimo scolastica?

Certo qui il discorso varia di volta in volta secondo le situazioni singolari, ma l’analista non può tirarsi fuori dal discorso sociale. Anche la posizione del terapeuta infatti, quando chiamato ad intervenire nei confronti del minore e dei genitori può essere delle più diverse. Non è la stessa cosa certamente se è un genitore a rivolgersi all’analista o un’Istituzione Pubblica o anche Giudiziaria.

Come orientarsi allora e dove reperire una bussola?

Freud e Lacan ci ricordano anche in questo caso che non è un regolamento preciso, una tecnica fissa che orienta l’analista e il suo agire, ma un principio etico e cioè singolare.

Una posizione allora dell’analista sembra possa essere quella di rivolgersi ad ognuno nella sua singolarità, genitori e figli bambini o adolescenti, operatori di Istituzioni le più diverse e dovunque avvicinati, per indicare in modo accettabile a ciascuno, come ci ricordano ancora Freud e Lacan, che ogni scoperta -pur dolorosa- può lasciare un margine di esistenza vivibile.

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