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Abbandona la neonata a 16 anni. Quando la diagnosi di normalità smarrisce il suo senso

Giuseppe Oreste Pozzi

Una giornalista mi chiede come si diventa bulli? Un’altra vuol sapere come spiegare che una ragazzina di 16 anni abbandoni il proprio neonato a morire, al freddo, nel cortile di un grande caseggiato? Tutti chiedono una diagnosi, una spiegazione in grado di pacificare. Dare un nome ai gesti, ai comportamenti permette di pacificarsi? Nominare ciò che ci angoscia e spaventa è pur un modo per tenere distante l’angoscia. Leggo sul web “Trieste Shock, trovata neonata abbandonata in un giardino: morta in ospedale”.  Mi colpisce la descrizione delle signore che hanno trovato la neonata e, soprattutto, il ritrovamento della figlia tredicenne di Sara Marsich che grida alla madre “è una bambina! Respira, respira! È viva!” Come un coro greco commosso e pronto ad accogliere la nuova vita, i passanti sono pronti ma è troppo tardi. La bimba, dopo 4 ore, muore di ipotermia. Tardi con la bimba e troppo tardi con la ragazzina che l’ha abbandonata. Poi il telegiornale su Rai 2 dove si è insiste nell’informare dell’esistenza dei Baby-box. Non sono certo che le ragazze d’oggi, ammesso che sappiano dell’esistenza di questa ruota degli esposti moderna, collocata in pochi grandi ospedali e non nei tanti Conventi di una volta, decidano di usarli. Anche oggi, troppo spesso, la vita non è considerata un valore. Lasciare morire il proprio figlio neonato c’entra con il bullismo? La ragazzina è vittima di una qualche situazione di degrado? Sembra proprio di no. Non ci sono diagnosi sociali devastanti. Una ragazza normale, una famiglia normale!

  • Il corpo in adolescenza. La sessualità degli adolescenti spesso è un fenomeno di agiti. No incontro né piacere. Il corpo è il primo terreno/incontro con il limite. La pulsione, invece, è l’esigenza di una soddisfazione necessaria di cui il ragazzo non ha padronanza. Il poeta, non a caso, parla di “Risveglio ed esilio”. Risveglio della pulsione, esilio dal corpo bambino;
  • La ragazza minorenne che partorisce e lascia morire. Quello che la cronaca mostra sarebbe la rappresentazione di una pulsione di morte allo stato puro. Il bambino morto come rappresentante-testimone della pulsione di morte che, tuttavia, c’era già prima del concepimento stesso. Dopo il parto il bambino viene lasciato al suo destino ma nessuno arriva in tempo per accoglierlo e riconoscerlo. Forse anche la ragazza non si è sentita accolta nè riconosciuta. Per Lacan ogni figlio, per essere riconosciuto, deve anche sentirsi adottato dai genitori, scelto come soggetto con il suo nome e con il suo corpo.
  • La presunta libertà sessuale, nella cronaca, mostra i suoi effetti un tragici a livello soggettivo, familiare e sociale. Senza l’incontro e l’accoglienza dell’Altro non è possibile essere in grado di accogliere una nuova vita. Pensare che il matrimonio, come rito e limite per la costruzione di un incontro, sia superato, porta all’illusione che l’amore non abbia bisogno se non di essere ricambiato con l’amore?

L’incontro d’amore non è incontro di corpi. L’incontro non si reggere su rivendicazioni per una vita migliore di quella dei propri genitori. Il non incontro e l’agito continuo scivola nella coazione a riperete. Ciò che rattrista, in questi episodi, è la tragicità che sembra non avere più uno spazio sociale per un’esperienza di catarsi personale. La catarsi oggi non passa più da un rito collettivo ed il risultato è la caduta in una dimensione di solitudine e di disperazione o addirittura dell’illusione di poter rimuovere ciò che ci angoscia. Una certa forma di catarsi sociale si realizzava nell’uso della ruota degli esposti che permetteva al nuovo nato abbandonato di rientrare nel discorso sociale. Il cognome assegnato era una forma di diagnosi sociale ma affidava un posto nel discorso/spazio dell’Altro.  Le diagnosi “dis” di oggi, sembrano favorire un’esclusione dal legame sociale per costruire un angolo nelle istituzioni riabilitative e rieducative. La diagnosi di normalità, invece non ha più quel gran peso se non per la pretesa del “perché no?” dilagante e al di là del limite personale, familiare e sociale.
Una breve nota. La cronaca quotidiana ci mostra il lato della rappresentazione della pulsione di morte allo stato puro. Non ci rimanda necessariamente al nichilismo noir dei romanzi e dei film alla Jim Thomson tuttavia una parte della gioventù moderna è sul bordo. Che cosa spinge verso questa deriva? Se ascoltiamo gli insegnamenti di Shakespeare messi in evidenza da Hélène Coppens nel suo testo a Pipol 7 “Amleto-Padre: Vittima!”, scopriamo che il Gost che appare ad Amleto pretende che il figlio lo vendichi, anzi: «Se hai mai amato il tuo tenero padre…Vendica il suo assassinio ignobile e mostruso!» (Atto I, scena 5) [1]. Denudando ciò che deve rimanere velato, il Ghost torna per domandare a Amleto di pagare al suo posto il debito che ha per il fatto di essere morto «falciato nel pieno fiore dei [suoi] peccati». Come lo sottolinea Lacan, il filo del destino del padre è rotto da un’intrusione del reale e «ciò di cui si duole per l’eternità il padre di Amleto, è di essere stato in questo filo sorpreso, interrotto,»[2] e di non poter più rispondere del debito da pagare per i suoi peccati. Ora, il peccato pagato riguarda la castrazione e si tratta di ciò che non si opera a livello di struttura. Le nuove generazioni ereditano le prescrizioni vendicative dei padri e delle madri? Ereditano la volontà di non accettare la castrazione? Assumere su di sé la vendetta è un modo per illudersi che si possa evitare di pagare il proprio debito esistenziale. Epidemiologia e diagnosi medica non aiutano a cogliere nè a spezzare la catena del debito ereditato, ne occultano le prove e alimentano l’illusione che il senso della nominazione sanitaria possa pacificare vittime e carnefici.

Bibliografia

[1] Shakespeare W., Amleto,
[2] Lacan J., (1958-59) Il Seminario, Libro VI, Il desiderio e la sua interpretazione, Einaudi, 2016

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