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La dimensione strutturale della diagnosi

Luisella Brusa

«Non c’è pratica senza diagnosi – implicita o esplicita»[1] è l’esergo in copertina di un numero di Mental dedicato all’attualità della diagnosi nel vasto campo delle pratiche terapeutiche. Nell’editoriale M.Bassols scrive

«In un’epoca in cui il senso della diagnosi tende a disperdersi in una molteplicità di tratti descrittivi che non sempre arrivano a situare il soggetto dell’esperienza, riproporre la dimensione strutturale della diagnosi è […] una sfida etica per situare correttamente il soggetto».[2]

Da più parti si conviene che l’effimera tassonomia del DSM «non altera lo sviluppo delle forme che la clinica classica ha isolato»;[3] gli psichiatri dei primi decenni del novecento avevano aggiunto allo sguardo medico anche l’ascolto, cosicché i migliori hanno potuto descrivere in dettaglio il modo in cui si configuravano gli argomenti enunciati dai malati di nervi e in che modo le argomentazioni evolvevano. Ne usciva una matassa confusa, ma non senza differenze stabili al suo interno.
Consideriamo l’analisi svolta da E.Laurent nei suoi numerosi lavori dedicati alla diagnostica.[4] La clinica classica rimane la soglia di un’evoluzione della clinica oltre la quale solo la psicoanalisi ha proseguito. Lo possiamo constatare senza difficoltà oggi. Con il progetto DSM[5]la diagnostica clinica degli ultimi sessant’anni ha imboccato un vicolo cieco, non ha messo capo ad alcuna validità scientifica e ha reso inconsistenti tutte le categorie che utilizza.
Se il DSM ci offre il grande vantaggio di poter fare diagnosi senza dire niente, in compenso non permette di cogliere niente del soggetto che possa orientare una pratica terapeutica quale che sia.
Ma se la dispersione descrittiva del DSM ha sancito la fine della clinica dissolvendola nella singolarità dei tratti semplici, empirici e chiaramente osservabili, la psicoanalisi la rinnova sotto l’egida di nuovi principi. È per questo che nelle nostre istituzioni il primo colloquio non è mai fatto da uno psichiatra bensì da un analista, qualcuno che della diagnosi sa servirsi a favore del soggetto.
Con Freud e con Lacan la psicoanalisi ha cercato la logica sottesa agli argomenti inventariati dalla psichiatria classica e ha scoperto che, a prendere la matassa da questo bandolo, le logiche non sono infinite, esse rispondono a due modi di abitare il linguaggio, dai quali derivano non meno di tre e non più di cinque posizioni soggettive nella struttura.
L’insieme di lavori prodotti nel Campo Freudiano da quando J.-A. Miller ha lanciato il significante “psicosi ordinaria” e gli sviluppi contenuti in quello che chiamiamo l’ultimo Lacan sono avviati a  discernere la struttura profonda degli enunciati che animano le soggettività e i legami presenti.
La psicosi ordinaria è divenuta una categoria usata per comprendere posizioni molto diverse, ma accomunate da una serie di caratteristiche. Esse possono apparire disparate, ma proprio qui appare la forza di concetto della scoperta lacaniana, essa spiega la profonda unità  strutturale sotto l’eclettica lista di caratteristiche prima incomprensibili, quali: l’identificazione attraverso la nominazione immaginaria; l’importanza esistenziale dell’ego; il tipo di legame che si instaura tra ego, che prende la forma della riunione in comunità governate da regole di ferro (il che vuol dire che il sapere tecnico – S2 – è in posizione di sembiante/agente, cioè il governo è legittimo se segue regole Evidence Based alle quali non si può fare obiezione di coscienza pena l’espulsione); la compagine sociale non ha la forma dell’insieme ma assume la forma della collezione illimitata; l’alterità è dissolta nella singolarità degli uni.
I nuovi principi che Lacan ha indicato nelle formule anticipatorie degli anni ’70 ci consentono di cogliere il nesso che lega tanti fenomeni prima incomprensibili. Questi principi non hanno ancora finito di rinnovare la nostra lettura; essi ci consentono di capire a fondo quel che accade in noi e intorno a noi, a condizione di non pretenderci al di sopra dello sconcerto che sempre accompagna lo scandalo della coscienza.

Segue…
al convegno.

[1] M. Bassols, Editorial, in Mental 6, Les pratiques du diagnostic, Julliet 1999, EEP, Bruxelles, p.5.

[2] «In un’epoca in cui il senso della diagnosi tende a disperdersi in una molteplicità di tratti descrittivi che non sempre arrivano a situare il soggetto dell’esperienza, riproporre la dimensione strutturale della diagnosi è qualcosa di più di una proposta di applicazione della psicoanalisi a pratiche terapeutiche diverse, è una sfida etica per situare correttamente il soggetto di queste scelte», ibidem, p.6.

[3] E. Laurent, Come mandare giù la pillola, La psicoanalisi n.32, p.107.

[4] Si vedano per es.: E. Laurent, Come mandare giù la pillola, La psicoanalisi n.32, p.107. E. Laurent; E. Laurent, La fin d’une époque, Lacan Quotidien n. 319, www.lacanquotidien.fr; E. Laurent, La crise profonde et durable de la zone DSM, Lacan Quotidien n. 219, www.lacanquotidien.fr.

[5] Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM) la prima versione (DSM-I)risale al 1952; hanno fatto seguito il DSM-II (1980), il DSM-III (1987), il DSM-III-R (1994) il DSM-IV (2000) e il DSM-V (2013).

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