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Il punto di vista anti-diagnostico

Fabio Galimberti

L’arte della diagnosi è uno dei modi per regolare la posizione analitica. Per un analista fare diagnosi vuole dire intervenire sulla propria presenza e il proprio modo di ascoltare. E vuol dire, soprattutto, condizionare il modo in cui l’analizzante userà il dispositivo analitico. L’analizzante parla per come è ascoltato. È un fatto che Lacan ha chiamato “potere discrezionale dell’uditore”:[1] la soggettività di chi parla dipende da chi ascolta.
Dunque, è vero che in psicoanalisi fare diagnosi, apparentemente, serve quasi esclusivamente al clinico, tanto che, diversamente da quello che accade in altre pratiche, il suo esito resta di suo esclusivo utilizzo e non viene di solito comunicato. Ma in realtà fare diagnosi ha un’incidenza diretta sul discorso dell’analizzante e sulla soggettività che entra in scena nel dramma analitico.
Tuttavia, fare diagnosi è solo uno dei regolatori della posizione analitica, è solo una delle questioni che riguardano la gestione del potere discrezionale dell’uditore. Diversamente sarebbe difficile spiegare come alcune cure – numerose anzi – procedano con il permanere di un dubbio diagnostico o addirittura di una “svista” diagnostica. Ciò significa che nella conduzione della cura non tutto dipende dalla diagnosi e che la soggettività in gioco non è solo quella che facciamo rientrare nella classificazione nosografica. Il caso del “dubbio diagnostico” è particolarmente illustrativo dell’uso parziale e relativo, che si fa della diagnosi, perché spesso il perdurare di un’indecisione sulla struttura soggettiva del paziente non ostacola l’andamento della cura.
La parzialità del fare diagnosi rispetto alla regolazione della posizione analitica è messa in risalto da Jacques-Alain Miller nel suo Corso Cose di finezza in psicoanalisi, nel quale propone un “punto di vista anti-diagnostico”,[2] per indicare una riduzione dell’assillo del clinico, soprattutto principiante, per la diagnosi di struttura. Il punto di vista antidiagnostico non è una rinuncia all’arte della diagnosi, che costituisce sempre un riferimento per orientare l’azione nella clinica. È piuttosto l’invito ad affiancare al punto di vista diagnostico un altro punto di vista che va nella direzione della singolarità del soggetto, del suo irriducibile modo d’essere “fuori classe”, che è il punto di mira di una cura analitica. È una “visione binoculare”, come direbbe Bion, che tiene insieme il particolare dell’appartenenza ad una classe diagnostica e il singolare del modo soggettivo di organizzare il godimento. Li si ritrova abbinati in alcuni titoli dei casi freudiani: “Osservazioni su un caso di nevrosi ossessiva (Caso clinico dell’uomo dei topi)” e “Della storia di una nevrosi infantile (Caso clinico dell’uomo dei lupi)”.
Ma che cosa vuol dire per un analista tenere il “punto di vista anti-diagnostico”? Il suo punto di mira, la singolarità soggettiva, è un concetto che richiama un immediato consenso, soprattutto se lo si confonde con quello di particolarità, e ha un appeal ideologico incontestabile. È facile aderirvi intellettualmente. In realtà, nella pratica mette a dura prova l’analista e anche l’analizzante. Non è cosa da poco farsi partner della singolarità del soggetto e lasciarla emergere. La formazione dell’analista tende a produrre questa capacità, che va contro l’automatismo clinico. Bion la chiamava Capacità Negativa, riprendendo le parole di Keats: la “capacità che un uomo possiede se sa perseverare nelle incertezze, attraverso i misteri e i dubbi, senza lasciarsi andare ad una agitata ricerca di ragioni e di fatti”. Qualcosa deve essere negativizzato dal lato dell’analista perché una certa “positività”, che ne costituisce la differenza assoluta, venga fuori dal lato dell’analizzante.
Jacques-Alain Miller richiama proprio Bion e quella disciplina impossibile che raccomandava allo psicoanalista per contrastare la tendenza automatica a ricondurre al noto quanto affiorava in seduta: “che l’analista in ogni seduta deve aver dimenticato tutto: non solo – come raccomanda Freud – dimenticare, mettere in sospeso gli altri casi, ma anche dimenticare la seduta precedente, in modo tale che ogni incontro, ogni seduta, valga per se stessa”.[3] E, in effetti, Bion esortava ad attenersi strettamente a certe regole per aprirsi all’evento singolare dell’incontro: che l’analista si accechi artificialmente, opacizzi memoria e desiderio, proietti “un penetrante raggio d’oscurità”[4] sull’ignoto della seduta analitica, riesca a seguire una disciplina che è respingente, perché lo confronta con gli aspetti più dolorosi e angoscianti della realtà emotiva, gli affetti persecutori della cosiddetta posizione schizoparanoide.
Che Bion evochi l’affetto di angoscia indica che cosa è in gioco nell’emergenza della singolarità soggettiva. È in gioco il godimento che non si lascia negativizzare, una soddisfazione pulsionale che non si fa abolire. Quello che l’analista ha isolato nella propria analisi e quello che lascia essere in quella dell’analizzante. Miller lo esprime in modo quasi poetico: “il punto di vista del singolare comporta un lasciar essere […] colui che si confida con voi”, iscriversi “nella sua scia”, perché dispieghi “un’esistenza fuori dai percorsi già battuti”.[5] In questo “lasciar essere” risiede il più degno compito dell’analista, la difficile responsabilità del suo potere di uditore.

[1] J. Lacan, Varianti della cura-tipo, in Scritti, Einaudi, Torino 1974, p. 325.
[2] J.-A. Miller, Cose di finezza in psicoanalisi, in La Psicoanalisi, n. 59, Astrolabio, Roma 2016, p. 171.
[3] Ibidem.
[4] W.R. Bion, Attenzione e interpretazione, Armando, Roma 1987, p. 124.
[5] J.-A. Miller, Cose di finezza…, cit., p. 170.

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