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Non me ne vergogno

Maurizio Montanari

L’evaporazione del padre ed il conseguente sdoganamento sociale della perversione, ora meno umbratile e più’ tollerata come nuovo modus vivendi del contemporaneo, ha prodotto effetti di disinibizione collettiva. Vi è stato un passaggio che ha tramutato, ad esempio, il cittadino fruitore dei media in homo mediaticus partecipante. Figli di genitori spesso irreprensibili aprono sul web il loro privato denudandosi al mondo, in una sorta di diretta web permanete sugli angoli che dovrebbero restare riservati, dal pranzo sino all’alcova. La partecipazione ai ‘talk show’ è stata superata dal concetto di ‘reality show’. Persone cupe e diffidenti pagano abbonamenti televisivi per guardare finte rappresentazioni di convivialità cafona e priva di pudicizia per trarne un godimento, alimentando una bulimia del conflitto altrui: famiglie di palta, composte da uomini e donne con corpi costruiti, asettici, sanissimi e griffati, mettono in scena la loro passione per gli eccessi, un odio fiero per la donna, la trasgressione elevata a sistema di vita e dunque banalizzata. La vergogna è antitetica a questi tipi di esibizione che necessitano dello sguardo dell’altro ( ‘Non c’è vero esibizionismo in privato (..) Perché ci sia piacere, occorre che ciò accada in Lugo pubblico’[1]), manca strutturalmente su di un palco allestito da un Altro che pretende come conditio sine qua non di lasciare sulla soglia ogni pudicizia. Un tempo l’ignoranza irretiva e recava un fardello di vergogna. Nella famiglia dell’operaio di Mirafiori, o del simpatizzante del PCI della mie terre, questa veniva malcelata con un ‘scusi se mi esprimo male, ma mi sono dovuto fermare alla quinta elementare’. Ora vale esattamente l’opposto: partecipo allo spettacolo mediatico sfoggiando il mio essere incolto ( sono dunque attore – spettatore) in una dimensione né vera né falsa, ma trasmissibile. Mi vanto di quel che per due generazioni era vergogna. E’ così’, l’Altro contemporaneo mi da un posto. L’ignoranza non è vergogna ma per dirla con Orwell, è ‘forza’.
In studio conosciamo poi la vergogna di alcuni soggetti ‘virtuosi’ pubblicamente ma intimamente abitati da passioni inconfessabili, come ricorda J. A. Miller quando scrive ‘ il nevrotico si vergogna del proprio fantasma, perché gli si presenta in contraddizione con i suoi valori morali (…) donne femministe con fantasmi masochisti. Responsabili di associazioni umanitarie che odiano i poveri, il sacerdote colmo di invidia per ricchezze altrui, il medico rispettabile che detesta i disabili, il leader no global con una passione smodata per il profitto. L’analista è quel sarto che prende le misura della loro vergogna frutto dello scarto tra questi due abiti confessata in seduta.
Infine la clinica ci insegna che, come conseguenza parziale del rinforzo sociale della perversione, alcuni individui sono portati a vivere come ‘anormali’ e dunque stigmatizzanti, comportamenti riconducibili ad una morigeratezza di costumi che appare fuori moda. S. Zizek afferma ‘ Non ci si sente più in colpa quando ci si abbandona a piaceri illeciti, come prima, ma quando non si è in grado di approfittarne, quando non si arriva a godere’ Per soggetti morigerati mossi da un fantasma rigoroso di applicazione della giustizia e di diffusione della rettitudine, la sofferenza nasce dall’incontro con la perversione diffusa, che rende per loro difficile adattare la propria condotta di vita ad ambienti di lavoro o ad associazioni particolarmente sregolate, producendo un senso di vergogna, espresso in seduta, per il la loro inadattabilità al normale scambio di mazzette in un pubblico ufficio, all’uso standardizzato di sostanze stupefacenti entro gruppi sportivi, al sesso come merce normale di scambio nel mondo dello spettacolo.

[1] Le formazioni dell’inconscio.

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