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Resistenze della psicoanalisi

Matteo Bonazzi

La situazione politica che l’Italia sta attraversando in questi ultimi anni conferma l’impressione che spesso ha dato di essere un vero e proprio “laboratorio politico” per l’Europa. La capacità leghista di costruire un nuovo immaginario[i] sulla base di strategie discorsive spesso inedite; il passaggio, avvenuto con Bossi e con Berlusconi, da una leadership tradizionalmente incentrata sull’ideale del “salvatore”, che eroicamente guida le masse, al “maestro di godimento”[ii] che col suo esempio diventa oggetto di captazione; fino alla trovata di Beppe Grillo, che ha coniugato la comicità attoriale con la critica qualunquista del giovanilismo tecnocratico. Tutti elementi che ci costringono a ripensare in chiave contemporanea la Psicologia della masse di Freud. È così che possiamo arrivare anche a leggere la figura oggi incarnata da Salvini, non più attraverso l’identificazione con il tratto unario, ma come inscrizione in una “politica degli affetti”[iii] che gestisce la distribuzione del tracciato pulsionale nella cornice di una fantasma identitario.

Da più parti si segnala con preoccupazione il possibile ritorno del fascismo in Italia. “Fascista” non è soltanto una categoria politica ma prima di tutto un aggettivo che ha un portato ben più ampio della realtà storica nella quale si è realizzato in Italia. Un fascismo eterno e non storico, di cui Roland Barthes ha descritto precisamente il funzionamento in apertura del suo corso al Collège de France nel 1977: “La lingua è fascista non perché impedisce di dire ma perché al contrario obbliga a dire”. La presa di parola generalizzata che il populismo e i social oggi promuovono, in una comune deriva destinale, coinvolge direttamente il mandato politico della psicoanalisi. In fondo, in analisi, si è invitati a dire qualsiasi cosa perché è così che si fa esistere l’Altro. Come sottolineava bene Jacques Derrida, per poter dire, al limite anche soltanto per poter domandare, bisogna sempre aver già detto di sì all’Altro, bisogna aver risposto. È assumendo la responsabilità di questo sì pre-originario che si può far resistenza all’imperativo del fascismo contemporaneo, dalla demagogia populista all’epidemia dell’immaginario mediatico, che parla invece proprio per far tacere l’Altro, escludere ogni divisione interna alla parola, cancellare ogni destinatario e ogni destinazione. Se c’è un fantasma che oggi si aggira per l’Europa è proprio quello che alimenta quest’odio che punta a distruggere l’indirizzo della parola, impedendo che la lettera arrivi infine a destinazione e rendendo così impraticabile la psicoanalisi.

L’Europa di cui parleremo a Milano il 16 febbraio nasce dall’esperienza della Resistenza. Il Manifesto di Ventotene del 1941 si apriva con una disamina di quella “crisi della civiltà” che a noi oggi richiama il disagio freudiano. Ma, soprattutto, individuava nell’internazionalismo, erede del cosmopolitismo illuministico, l’unico orizzonte possibile per evitare le derive nazionalistiche che avevano portato l’Europa nella tragedia della Prima e della Seconda guerra mondiale. Nella crisi degli Stati nazione in cui ci troviamo, nell’epoca della globalizzazione e del capitalismo molecolare, ci sembra che quella lettura, dischiusa dall’assunzione lucida della crisi di civiltà, abbia ancora il merito di rintracciare al cuore dell’Europa la sua caratteristica cura per la divisione soggettiva in cui risuona l’enigma della verità.

Di fronte a questo ritorno del fascismo della lingua, la psicoanalisi è allora convocata non tanto per opporre la propria indignazione morale ma per leggerne il funzionamento e i meccanismi di presa sociale. Come già sottolineavano nel 1972 Deleuze e Foucault: “bisogna accettare di ascoltare il grido di Reich: no, le masse non sono state ingannate, hanno desiderato il fascismo”[iv]. Il  lascito della Resistenza fa segno, per noi oggi, a ciò che nel soggetto resiste ripetendo in atto il fondamento, non saputo, del legame sociale.

Secondo questa prospettiva, l’esperienza psicoanalitica non trova una possibile applicazione politica ma è, piuttosto, immediatamente esperienza politica. Come sottolineava già Lacan nel 1953, “La dialettica [dell’analisi] non è individuale e […] la questione del termine dell’analisi è quella del momento in cui la soddisfazione del soggetto trova di che realizzarsi nella soddisfazione di ciascuno, cioè tutti coloro che essa associa in un’opera umana”[v]. Si tratta di ripensare oggi, al fondo della nostra idea di Europa, quella forma di legame sociale che il discorso psicoanalitico incarna.

La psicoanalisi sa che noi siamo esseri parlanti e per questo fondamentalmente politici, ma anche ha il compito di ricordare che “non tutto è politico”. In questo senso, ripensare la resistenza a partire dalla psicoanalisi, e anche contro se stessa/i,  significa sostenere e promuovere una politica del non tutto, al di là dell’amore del padre, verso ciò che l’alterità femminile evoca e la figura dello straniero oggi incarna. “Étrange – come affermava Lacan nel 1972 – è una parola scomponibile: être-ange”[vi]. Angeli di quel “non-nato” alle cui mute parole l’analista offre l’orecchio testimoniando della schisi tra straniero e arrivante, tra inconscio e corpo parlante. A partire dall’assunzione di questa schisi, la questione del termine dell’analisi fa tutt’uno con la forma di legame sociale che desideriamo per l’Europa a venire.

Matteo Bonazzi

[i] L’immaginario leghista. L’irruzione delle pulsioni nella politica contemporanea, a c. di M. Barenghi e M. Bonazzi, Quodlibet, Macerata 2012.

[ii] M. Bonazzi e F. Carmagnola, Il fantasma della libertà. Inconscio e politica al tempo di Berlusconi, Mimesis, Milano 2011.

[iii] E. Laurent, Il rovescio della biopolitica. Una scrittura per il godimento, Alpes, Roma 2017, p. XVI e pp. 154-162.

[iv] M. Foucault, G. Deleuze, “Gli intellettuali e il potere”, in M. Foucault, Il discorso, la storia, la verità, a cura di M. Bertani, Einaudi, Torino 2001, pp. 126-127.

[v] J. Lacan, “Funzione e campo della parola e del linguaggio”, in Scritti, Einaudi, Torino 2002, p. 315.

[vi] J. Lacan, Il Seminario. Libro XX. Ancora. 1972-73, a c. di A. Di Ciaccia, Einaudi, Torino 2011, p. 9.

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