Geert Hoornaert

Un’internazionale transatlantica della xenofobia si installa. Il linguaggio che parla si riassume in una pedagogia dell’odio. C’è il noi, e c’è il loro; c’è il qui, e c’è l’altrove; c’è il dentro e c’è il fuori; ci sono gli amici, poi i nemici; quelli che si conoscono, e gli stranieri. Con queste parole, essa pretende di descrivere solo i dati più immediati dell’esperienza; non pretende di parlare: non fa che tradurre l’ordine imminente delle cose che, a loro volta, prescrivono una politica inesorabile.

La parola politica oggi ha delle conseguenze dirette sui corpi di migliaia di persone. Perché alcuni discorsi non servono più a frenare, ma a provocare una violenza, mentre la mascherano. L’eufemizzazione è di ritorno, insieme ad altre perversioni delle lingue che i nostri totalitarismi brandiscono. Non si espone nessuno alla morte, no no: si gestiscono i flussi migratori.

Si gestisce, e sotto coercizione della dura Necessità. L’ordine delle cose costringe, e la politica non è che l’interprete fedele di tale ordine. Ma se sono queste le cose che parlano, e se la fatalità detta la politica, la circolazione libera della parola, anima della democrazia, non ha più ragione d’essere. La politica allora ha un solo compito da portare a termine: promuovere il consenso; solidificare il senso comune; tradurre le necessità del momento al popolo; sottometterlo alla “forza maggiore”, che sarà l’Uno che regolerà la complessità senza speranza del mondo.

Il parlare politico si sforza allora di cancellare il punto da cui parla. Questo punto è legato a ciò che Freud identificava come un reale: ciascun individuo è, notava, abitato da un desiderio di dominare l’altro, di sottometterlo, ucciderlo, fargli violenza [1]. È a partire da questo punto che ciascuno dovrà posizionarsi, e costruire la propria maniera di deviare tali pulsioni dal cammino della realizzazione. È qui che un compito intrapsichico raggiunge le poste in gioco di una civiltà. Ma il divario tra pulsione e civiltà è ridotto, alla fine ci sono solo le parole a tenerlo aperto. Esse importano dunque, e non poco: la storia dimostra che sono perfettamente capaci di liberare il peggio, mentre lo giustificano con il Bene.

Oggi, alcuni nemici della civiltà tuonano di nuovo a gran voce le loro “soluzioni” invariabilmente irrespirabili. Ci tengono a far credere che in quel che dicono, loro non c’entrano affatto. Non fanno che tradurre le necessità del momento che l’ordine coercitivo delle cose impone [2]. Questo cancellamento del posto da cui si parla ci dà la neolingua di oggi. Nelle parole, il male banale s’insinua e si espande.

Perché il male non si banalizza mai da solo. Ci vuole tutto un linguaggio per questo, che prepara il terreno spazzando via gli ostacoli [3]. Esso dirà, instancabilmente, che al posto delle nostre scelte, è la Necessità che parla. E che ciò di cui la Necessità parla, sono le cose, non gli uomini. Questo stile è diventato onnipresente. Si cancella la funzione della parola e si distrugge il campo del linguaggio, per seminarvi solo dei messaggi – neutri, banali, feroci. Come negli ospedali psichiatrici belga, dove, in nome dei diritti del paziente, lo si informa, in tutta neutralità certo, che esiste una procedura di eutanasia per “sofferenza psichica insopportabile”; info di cui il paziente sarà libero di fare quello che vuole, a condizione che si astenga dal vederci una suggestione.

Questa neolingua sta per ricoprire tutte le faccende umane; oggettivazione dell’intimo, andando dalla valutazione al lavoro all’intrusione statale nelle psicoterapie; cosificazione della sfera pubblica ridotta a un’arena da gestire; segregazione dello straniero al fine di rinchiudersi in un tra-sé barricato, che sarà a sua volta oggettivato. I discorsi sulle ondate migratorie sono così accoppiati con l’ingiunzione di purificarsi il ‘sé’: i tempi richiedono che la cosa umana acconsenta al sacrificio di ciò che le è proprio. Ed è così che disumanizzando l’altro, si arriva a cosificare sé stessi.

[1] S. Freud, Il Disagio della civiltà (1930).
[2] Vedere J.-Cl. Milner, La politica delle cose, Edizioni ETS, 2016.
[3] Vedere, p.es., V. Klemperer, LTI. La lingua del terzo Reich. Taccuino di un filologo, 2008.