Versione Dicembre 2021

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“Katharina”  in Opere complete, vol. 1, Boringhieri, Torino 1968.

“Dovevo qui fare un tentativo di analisi? […] Dovevo aver fortuna e indovinare” pp. 281-282

“Se Lei non lo sa, le voglio dire io da che cosa penso che le siano venuti i suoi attacchi” p. 282

“Perciò le dissi: “Se tre giorni dopo ha vomitato, credo che quella volta che ha guardato dentro nella stanza, avrà sentito nausea […] Forse ha visto qualche cosa di nudo? […]
Questo non lo sapevo nemmeno io. Ma la esortai a continuare a raccontare quello che le venisse in mente, nella sicura aspettativa che le sarebbe venuto in mente proprio quello di cui avevo bisogno per chiarire il caso” […] Ma poi, con mia sorpresa, lascia cadere questo filo, cominciando a narrare due serie di storie più antiche che risalgono a due o tre anni prima del momento traumatico […]  Dopo aver terminato queste due serie di racconti, si interrompe. È come trasformata, il volto prima accigliato, sofferente, si è ravvivato, gli occhi guardano con freschezza, appare alleviata e sollevata. Io nel frattempo  sono giunto alla comprensione del suo caso” pp. 284-285

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“L’interpretazione dei sogni” in Opere complete, vol. 3, Boringhieri, Torino 1979.

“Ciò che è represso psichicamente, ciò che nella vita vigile è stato ostacolato nella propria espressione dalla reciproca eliminazione delle contraddizioni, ed escluso dalla percezione interna, trova nella vita notturna, e sotto il dominio delle formazioni di compromesso, mezzi e vie per imporsi alla coscienza. Flectere si nequeo Superos, Acheronta movebo. (Se non potrò piegare gli Dei, mi indirizzerò verso l’Acheronte). Ma l’interpretazione del sogno è la via regia che porta alla conoscenza dell’inconscio nel la vita psichica.” p. 553

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“Sulla psicoanalisi” in Opere complete, vol. 6, Boringhieri, Torino 1968.

“L’interpretazione dei sogni ha come oggetto l’eliminazione del mascheramento che hanno subito i pensieri del sognatore.” p. 496

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“Per la storia del movimento psicoanalitico” in Opere complete, vol. 7, Boringhieri, Torino 1968.

“Circa l’interpretazione dei sogni mi bastano poche parole. Essa mi si presentò come primo frutto dell’innovazione tecnica che avevo adottato dopo essermi risolto, sulle tracce di un oscuro presentimento, a sostituire l’ipnosi con le associazioni libere.” p. 392

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“Costruzioni nell’analisi” in Opere complete, vol. 11, Boringhieri, Torino 1979.

“Se nelle esposizioni della tecnica analitica si sente parlare così poco delle “costruzioni”, ciò dipende dal fatto che in loro vece si parla della “interpretazioni” e dei loro effetti. Ma io penso che “costruzione” sia la definizione di gran lunga più appropriata.” pp. 544-545

“[…] non siamo per nulla inclini a trascurare le indicazioni che si possono trarre dalla reazione del paziente quando gli comunichiamo una delle nostre costruzioni. […] Il suo “sì” ha un valore solo se è seguito da convalide indirette, ossia se il paziente subito dopo il “sì” produce nuovi ricordi che integrano e ampliano la costruzione.” p. 546

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“Seminario su L’Uomo dei lupi” in La Psicoanalisi, n. 6, Astrolabio, Roma 1989.

“Notate, a proposito dell’interpretazione, l’attenzione posta da Freud sul lavoro del sogno. Il significato di un sogno per lui si legge nel lavoro di elaborazione, di trasformazione.” p. 11

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“Funzione e campo della parola e del linguaggio” in Scritti vol. I, Einaudi, Torino, 2002.

“Del resto, chi fra noi non sa per esperienza che appena l’analisi è impegnata nella via del transfert – e questo per noi è l’indice che essa è davvero tale – ogni sogno del paziente si interpreta come provocazione, larvata ammissione o diversivo, per il suo rapporto col discorso analitico, e che, via via che progredisce l’analisi,  essi si riducono sempre più alla funzione di elementi del dialogo che vi si realizza?” p. 260

“Il fatto è che in Freud anche questa rettificazione è dialettica, e parte dal dire del soggetto per tornarvi, il che vuol dire che un’interpretazione è esatta, solo se è… un’interpretazione.” p. 595

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“La direzione della cura e i principi del suo potere” in Scritti, vol. II, Einaudi, Torino 1974.

“[…] nell’attualità psicoanalitica l’interpretazione occupa un piccolissimo posto, – non che ne sia perduto il senso, ma il modo di affrontare questo senso testimonia sempre un imbarazzo. Non c’è autore che lo affronti senza procedere staccandone tutti quei modi di intervento verbale che non sono interpretazione: spiegazioni, gratificazioni, risposte alla domanda…ecc. Il procedimento diviene rivelatore quando s’avvicina al centro d’interesse” pp. 587-588

“[…] nessun indice basta a mostrare dove agisce l’interpretazione, se non si ammette radicalmente un concetto di funzione del significante che colga dove il soggetto gli si subordina a tal punto da esserne subornato.
L’interpretazione, per decifrare la diacronia delle ripetizioni inconsce, deve introdurre nella sincronia dei significanti che vi si compongono qualcosa che subito renda possibile la traduzione – il che appunto è consentito dalla funzione dell’Altro nell’occultamento del codice, perché è a suo proposito che ne appare l’elemento mancante” p. 588

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Il seminario. Libro VI. Il desiderio e la sua interpretazione, Einaudi, Torino 2004.

“Interpretare il desiderio è restituire ciò a cui il soggetto non può accedere da solo e cioè l’affetto che designa il suo essere e che si situa a livello del desiderio che gli è proprio.” p. 158

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Il seminario. Libro XI. I quattro concetti fondamentali della psicoanalisi, Einaudi, Torino 2003

“Più di un elemento di sogno, quasi tutti, possono essere il punto in cui lo situeremo diversamente nell’interpretazione. Quando si crede di potergli far dire ciò che si vuole, è perché non si è capito niente – bisogna dire che gli psicoanalisti non si spiegano molto bene. L’interpretazione non si piega a ogni senso. Essa non designa che una sola sequenza di significanti. Ma il soggetto, in effetti, può occupare diversi posti, a seconda che lo si metta sotto l’uno o l’altro di questi significanti” p. 204.

“L’alienazione ha come conseguenza che l’interpretazione non ha la sua ultima istanza nel fatto che essa ci rivela le significazioni della via in cui si fa strada lo psichico che abbiamo di fronte a noi. Questa portata è solo il preludio. L’interpretazione non punta tanto al senso quanto a ridurre i significanti nel loro non- senso, affinché possiamo ritrovare i determinanti di tutta la condotta del soggetto” p. 207

“L’interpretazione è una significazione, ma non una qualsiasi. Essa viene al posto della s e rovescia il rapporto che fa sì che il significante abbia come effetto, nel linguaggio, il significato. Essa ha come effetto di far sorgere un significante irriducibile […]  Ma ciò è ricco e complesso,  quando si tratta dell’inconscio del soggetto, ed è destinato a far sorgere degli elementi significanti irriducibili, non sensical, fatti di non-senso” p. 245.

“L’interpretazione non è aperta a tutti i sensi. Essa non è affatto una qualsiasi. È un’interpretazione significativa e non deve essere mancata. Il che non impedisce che non è questa significazione a essere essenziale per l’avvento del soggetto. Ciò che è essenziale è che egli veda, al di là di questa significazione, a quale significante – non senso, irriducibile, traumatico – egli sia, come soggetto, assoggettato” p. 246

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Radiofonia, Televisione, Einaudi, Torino 1982

“Ma ciò che opera realmente, lì, sotto i nostri occhi fissati al testo, è una traduzione in cui si dimostra che il godimento che Freud suppone al termine del processo primario consiste propriamente  nei defilé logici in cui egli ci guida con tanta arte” p. 73.

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Lacan in Italia, Del discorso psicoanalitico, (Discorso del Capitalista) Milano 1972,
www.praxislacaniana.it/word press /download/lacaninitalia.pdf

“Ciò che dice Freud è questo, quello che ho appena detto. E questo slittamento del significante, di cui vi parlavo poco fa, che fa sì che, per il fatto che egli ha chiamato ciò sessualità, si suppone che egli sapesse che cosa volesse dire: sessualità.

Ma, appunto, ciò che ci spiega è che non lo sa. Non lo sa. È proprio il fatto di non saperlo che gli ha fatto scoprire l’inconscio. Vale a dire, rendersi conto che gli effetti del linguaggio giocano proprio dove la parola “sessualità” potrebbe avere un senso. Se la sessualità dell’essere parlante funzionasse diversamente che a impigliarsi negli effetti del linguaggio…”

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“Lo stordito”, in Altri Scritti, ed it. a cura di A. Di Ciaccia, Einaudi, Torino 2013.

“Il “significato” del dire, come penso di aver fatto capire nelle mie fasi introduttive, non è nient’altro che ex-sistenza al detto (in questo caso al detto che tutto non si può dire). In altri termini: non è il soggetto, il quale invece è effetto del detto.
Nelle nostre asfere il taglio, un taglio chiuso, è il detto. Il taglio fa soggetto: poco importa quel che racchiude.” p. 470

“«Non te lo faccio dire». Non è forse questo il minimo intervento interpretativo? Ma non è il suo senso che importa nella formula che lalingua di cui faccio uso qui consente di darne. Importa invece che l’amorfologia di un linguaggio innesta l’equivoco tra «tu l’hai detto» e «Tanto meno me ne assumo la responsabilità in quanto una cosa simile io non te l’ho fatta dire da nessuno».
E ora veniamo alla terza cifra: è la logica, senza cui l’interpretazione sarebbe imbecille.”

“Il dire dell’analisi, in quanto è efficace, realizza l’apofantico che, per la sua sola ex-sistenza, si distingue dalla proposizione. È così che esso mette al suo posto la funzione proposizionale, in quanto – come penso di avere mostrato – essa ci fornisce il solo appoggio per supplire all’ab-senso del  rapporto sessuale. Questo dire vi si rinomina, per l’imbarazzo che tradiscono campi così  sparpagliati come l’oracolo e il fuori-discorso della psicosi, mutuando da essi il termine interpretazione” p. 487

“Ricorderò soltanto che ogni elaborazione logica, già prima di Socrate e in luoghi diversi della nostra tradizione, è sempre e solo partita da un nucleo di paradossi – per servirsi del termine, ammesso da tutti, con cui indichiamo gli equivoci che si situano a partire da questo punto che, pur intervenendo qui come terzo, è anche il primo e il secondo.” pp. 489-490

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“C.S.T.”, in La Psicoanalisi, n. 1, 1987.

“Da quando si devono datare gli esordi dell’analisi? […] Ma se Lacan qualifica come « atto analitico» l’atto dell’analista che autorizza l’esperienza, e non già l’atto dell’analizzante che vi si impegna, è per il fatto che la domanda di analisi, per poco che sia informata della pratica analitica, voglio dire che non sia equivalente, per esempio ad una domanda di rilassamento, è da intendersi come la conseguenza di un transfert già avviato in precedenza. «All’inizio della psicoanalisi è il transfert», scrive Lacan, non la domanda di analisi.
Il passo in questione non si confonde in alcun modo con il momento in cui il soggetto si rivolge all’analisi, ma è anteriore, e concerne quella che chiamerò la pre-interpretazione da parte del soggetto dei propri sintomi.
Questa pre-interpretazione, che suppone l’erezione del soggetto supposto sapere, è contrassegnata sul piano clinico dallo stile di non-senso che prendono per il soggetto i suoi pensieri, certi  suoi comportamenti, magari l’intera esistenza. […]
La svolta con la quale l’Altro come luogo del significante viene eretto dal  paziente come soggetto supposto sapere conduce a quello che Freud aveva isolato fin dall’inizio del caso di Dora: a mettere in forma il sintomo.”  p. 21.

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“Esiste la passe perfetta?”, in La Psicoanalisi, n. 14, Roma, Astrolabio 1993.

“In numerosi casi di passe infatti vediamo dei soggetti decidere su questo effetto di verità, partire da una formula che gli si è presentata, un sogno o una interpretazione dell’analista, ebbene li vediamo decidere sulla base di questa formula che essi hanno quanto basta.” p. 53

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“Il rovescio dell’interpretazione”, in La Psicoanalisi, n. 19, Astrolabio, Roma 1996.

“L’inconscio interpreta. […] Se l’inconscio non volesse essere interpretato, se il desiderio inconscio del sogno non fosse, nella sua fase più profonda, desiderio di essere interpretato – Lacan lo dice – desiderio di prendere senso, non ci sarebbe l’analista.” p. 123

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“Il monologo dell’apparola”, in La Psicoanalisi, n. 20, Astrolabio, Roma 1996

“Quando si tratta del contesto della parola, quando nel lapsus o nell’atto mancato è la verità che parla, l’interpretazione ha un posto assicurato. Ha il fine di far sorgere un effetto di verità che, qualunque sia il modo con cui la si mette in forma, contrasta l’effetto di senso, di verità, precedente, che derivava da ciò che la verità diceva nella parola del paziente. Ma che farne dell’interpretazione quando si tratta dell’apparola? Quando è il godimento che parla? Interpretare la verità certamente, ma interpretare il godimento!” p. 34.

“Situavo come una certa difficoltà il posto dell’interpretazione in questo nuovo contesto, in cui non c’è posto per il dialogo, per la comunicazione intersoggettiva, per quanto si trovi modificata dall’introduzione dell’Altro con la maiuscola. Il problema è il pas-de-dialogue, PDD, non c’è dialogo.
Esiste a questo proposito un’indicazione di Lacan che può andare bene per oggi. Evocando il “non c’è dialogo” e vedendo come una posizione assoluta sul PDD abbia sfiancato l’interpretazione ci dice che il non c’è dialogo ha il suo limite nell’interpretazione attraverso cui si assicura il reale”. p. 36.

“Se non c’è dialogo, non c’è interpretazione. Se si vuol far posto all’interpretazione, bisogna spostare un pochino il non c’è dialogo. Che non si prenda tutto il posto. In altri termini bisogna porre da qualche parte un limite a questo non c’è dialogo. Non bisogna limitarsi a dire è finita. Poiché comunque qualcosa come l’interpretazione continua. Occorre un limite al monologo autistico del godimento. Trovo davvero illuminante dire che l’interpretazione analitica fa limite”. p. 36

“In questa idea dell’interpretazione analitica che fa limite, mi piace il fatto che essa ponga l’interpretazione  piuttosto come arresto che come rilancio, esattamente il contrario di quel che può essere una pratica interpretativa. Nella frase di Lacan è contenuta anche l’idea che non è il senso che si assicura con l’interpretazione, come sarebbe normale nel contesto del primo ternario. È il reale ad assicurarsi attraverso l’interpretazione. Cosa ne facciamo di questo?” p. 37

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“L’inizio delle analisi”, in I paradigmi del godimento, Astrolabio, Roma 2001.

“Come iniziano le  analisi?
Cominciano sempre nella stessa maniera […]. Si è concordi nel pensare che l’inizio dell’operazione propriamente analitica, cioè l’interpretazione, deve essere aggiornata fino al consolidamento del transfert.
Lacan stesso ha formulato “all’inizio è il transfert” ”. p. 137

“Non vi è dubbio che per Freud il transfert è la condizione dell’interpretazione e che interpretare all’inizio dell’analisi, prima del consolidamento del transfert, è inutile. Ciò che si è standardizzato da tempo nella pratica analitica è questa attesa dell’analista […] Egli attende di essere investito di una posizione di padronanza, per interpretare”. p. 141

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Chi sono i vostri psicoanalisti?, Astrolabio, Roma 2003.

“Per avere una qualche efficacia, l’interpretazione analitica deve sorprendere. Come dice Lacan, deve battere in velocità l’inconscio.” p. 415

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“Una fantasia”, in La Psicoanalisi, n. 38, Astrolabio, Roma 2005.

“[…] l’inconscio è corporeo? La poetica dell’interpretazione non è per abbellire, non è del  kitsch. La poetica dell’interpretazione è un materialismo dell’interpretazione. […] Ci si deve mettere il corpo per portare l’interpretazione alla potenza del sintomo.” p. 33

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“Cose di finezza in psicoanalisi”, in La Psicoanalisi n. 58, Astrolabio, Roma 2015.

“Ed è la perversione che dà il modello dell’oggetto piccolo a. In Lacan la perversione è servita anche da modello per dire che nella nevrosi  è la stessa cosa, ma che è offuscato, non ci si accorge di questo perché è camuffato dai labirinti del desiderio che è di fatto una difesa contro il godimento, dunque che nelle nevrosi, bisogna passare per l’interpretazione.”

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“L’essere e il desiderio”, in L’Uno-tutto-solo, Astrolabio, Roma 2018.

“[…] l’interpretazione. La si raggiunge per il tempo che serve, poiché l’S2 permette di fare senso, ma anche per fare l’esperienza che il senso non risolve il sintomo.  L’analisi non lo inscrive in un sapere, e non gli dà un senso se non per giungere al de-sapere e al de-senso. C’è nel sintomo un Uno opaco, un godimento che in quanto tale non è dell’ordine del senso.” p. 150

“Interpretare: qui la parola viene meno e bisognerà sostituirla con un’altra, per esempio con ‘cingere’, ‘constatare’. Non sono soddisfatto di questo vocabolario e vorrei giungere a dire meglio ciò di cui si tratta per l’analista per quanto riguarda ciò che oltrepassa l’ontologia”. p. 152

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Il rovescio della biopolitica, Alpes, Roma 2017.

“Nel suo corso L’essere e l’Uno […], J.-A. Miller fa un passo in più e designa il posto dell’interpretazione all’epoca del parlessere, collegando, anche in questo caso, quello che si può trasmettere nel controllo della pratica dell’interpretazione. Mette dunque in evidenza il potere creazionista della parola […]” p.131-132

“Questa prospettiva permette a J.-A. Miller di reinterpretare il carattere “incalcolabile” degli effetti dell’interpretazione a partire dagli effetti di godimento. Difatti, dopo Freud, tale carattere è connesso all’interpretazione come tale: un’interpretazione è analitica solo sa ha degli effetti incalcolabili […]” p. 132

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“Un’interpretazione terapeutica”, in La Psicoanalisi, n. 3, Astrolabio, Roma 1988.

“Vorrei parlarvi di un’interpretazione, dei rimaneggiamenti che ha provocato e dei limiti che ha incontrato. Vorrei far vedere come gli effetti incalcolabili che l’interpretazione produce non impediscono l’effetto di limite.” p. 146

“A questo momento di passaggio nel transfert, cioè di passaggio dalla verità della morte alla gelosia del sapere, decisi di fare un’interpretazione, che, a mio parere, causò l’effetto più importante di questa cura. L’insistenza sul mio sapere aveva a che fare con la gelosia di quello che sua moglie sapeva. Sapere che cosa? Qualcosa del godimento di un padre, al di là dell’impotenza del suo sapere.” p. 148

“Le conseguenze di questa interpretazione coincisero con il percorso indicato da Freud quanto alla conclusione terapeutica della cura. Il soggetto scoperse prima di tutto che aveva una gran voglia di tradire sua moglie per verificare se era potente sessualmente. Cosa che fece infatti. Infine, dopo aver avuto un altro legame sentimentale, scoprì che teneva invece a sua moglie. Una volta arrivato a questo punto volle interrompere l’analisi, limitandosi al profitto terapeutico ottenuto. Qualche anno dopo l’interruzione della cura mi telefona per chiedermi l’indirizzo di un analista di un’altra città, per potervi mandare un amico. Questo mi sembra essere l’après coup di un’analisi terapeutica.” pp. 148-149

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Autori del Campo freudiano

[in costruzione]

Jacques-Alain Miller, Teoria di Torino sul soggetto della Scuola, Intervento al I Congresso della Slp (in formazione) 21 maggio 2000, Appunti, n. 78, Torino 2000.

“Sapere a che punto è la Scuola, individuare la sua posizione, non dipende da una pratica contemplativa, non consiste nell’osservare dei fatti oggettivi. In effetti, il sapere di cui io parlo è comunicato alla comunità della Scuola in formazione e, dunque, in questo modo contribuisce alla costituzione stessa di questa comunità che, in seguito, assumerà la forma di un’entità legale. La comunicazione di questo sapere, come la produzione di Atti di Scuola, ha come effetto quello di modificare il soggetto in corso di realizzazione. Questa proprietà permette di qualificarla come un’interpretazione. La vita di una Scuola è da interpretare. È interpretabile. È interpretabile analiticamente. Ecco la tesi  che  voglio sostenere”.

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J.-A. Miller, Lettere all’opinione illuminata, a cura di A. Di Ciaccia, Roma, Astrolabio, 2002.

“(La Scuola) è diasporica (non c’è ritrovamento, ma dispersione), sporadica (non c’è permanenza, ma incontri), aleatoria (non si sa mai che cosa succederà dopo) è seriale (gli incontri fanno serie). Essa ha degli interpreti, non ha un capo, è acefala” p.169.

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J.-A. Miller, La relazione del ventriloquo, in Introduzione alla clinica lacaniana, Astrolabio, Roma 2012.

“Oggi è necessaria una nuova disciplina del pensiero. Dico ‘oggi’, perché si tratta di una questione attuale che non deve limitarci a essere solamente gli storici della psicoanalisi, […].
Oggi la società ha perso il suo carattere comunitario per manifestarsi come una società di solitudini, con l’angoscia che produce e i vani rimedi che possiamo sognare.
Questo è il panorama nel quale iscrivo la necessità di una nuova disciplina dell’interpretazione”. p. 288

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J.-A. Miller, Il rovescio di Lacan, lezione del 17 gennaio 2017, La Psicoanalisi, n. 61, Astrolabio, Roma  2017.

“Non si passa impunemente al rovescio dell’insegnamento di Lacan: le fondamenta tremano, possiamo entrare nel panico. Cosa rimane, dunque, se non quel che chiameremo, con Lacan dei “pezzi di reale”? Avanziamo in questo passaggio al rovescio del suo insegnamento partendo da ciò che non è molto più che pezzi di reale. Quest’ultimo Lacan non si presta troppo all’interpretazione. Anche se lo si decifra, rimangono molte difficoltà a fare senso.” p. 14

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É. Laurent, Les trois dimensions de l’Ecole e la place de l’interpretation, audio,  http://www.radiolacan.com/fr/topic/ 1253 /3

“Le 22 novembre 2018, invité par la direction de l’EBP, a prononcé une conférence dans le cadre du Cours-Séminaire “L’École Sujet dans la perspective de l’enseignement”, réalisé à Rio de Janeiro, la veille de la XXII Rencontre Brésilienne du Champ freudien.”

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M. Bassols, “Come si passa dall’amore di transfert al transfert di lavoro?” Appunti – Numero straordinario, settembre 2017.

Come interpretare la Scuola senza un noi?”
“Non è l’analista che interpreta, dire che l’analista interpreta è addirittura un abuso di linguaggio, l’analista ascolta e fa puntuazione dell’inconscio interprete” p. 55

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Interpretazioni che hanno avuto effetti nelle Testimonianze di Passe

J.-A. Miller, La Scuola e il suo psicoanalista
R.E. Manzetti, Una certa politica dell’inconscio
S. Chiriaco, Ritorno sul reale
S. Hommel, Una storia di famiglia al tempo del nazismo
R. Cors Ulloa, Prima testimonianza

 J.-A. Miller (1964), “La Scuola e il suo psicoanalista”, in  Introduzione alla clinica lacaniana, 1964 Astrolabio, Roma     2012.

“Ciò che Lacan propone con la sua passe è la logica dell’atto analitico, di cui la passe stessa è paradigma.” p. 162

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R.E. Manzetti (2017), “Una certa politica dell’inconscio”, Attualità lacaniana, n.22, Rosenberg&Sellier, Torino 2017

“Se vogliamo seguire l’esempio di Lacan è fondamentale che nella nostra Scuola innanzi tutto, e di conseguenza nella società in cui viviamo, manteniamo in opera una politica che combatta la dimenticanza dell’atto. Questo esige di non smettere di elaborare la psicoanalisi e i suoi fini affinché ci siano le condizioni necessarie in cui si produca lo psicoanalista che si piega all’etica che deriva dall’accogliere il reale invece che dalla sottomissione alla dipendenza politica dall’Altro.” p. 68

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S. Chiriaco, “Ritorno sul reale”, in L’Ordine Simbolico nel XXI secolo, Buenos Aires, 23-27 aprile 2012, Alpes, 2013

“Quest’ultima interpretazione dell’analista: “Scriva sulla paura di essere stupida”, mi sembrava un après- coup, come un “se la sbrogli con questo”, con la fine fuori senso dell’analisi, con ciò che resta, con la scrittura. Anche se rimane, dopo l’analisi, come modo di godere, non si può comunque considerare la scrittura come strettamente uguale al godimento: è piuttosto un modo di farcela con il resto ineliminabile, irrisolvibile.” p. 78

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S. Hommel, “Una storia di famiglia al tempo del nazismo” in Guerre senza limite, a cura di M.-H. Brousse, Rosenberg & Sellier, Torino 2017

“ ‘Come reagire al trauma?’, domanda Lacan. Attraverso la tessitura della lingua. È un’interpretazione di Lacan che ha aperto questa via. In una seduta, dico: “Mi sveglio tutte le mattine alle 5. È l’ora in cui la Gestapo cerca gli Ebrei nelle loro case…”. Lacan si alza, si precipita su di me e mi accarezza la guancia sinistra. E conclude la seduta. In un primo tempo ero sbalordita, turbata. In un secondo tempo ho decomposto la parola: geste-à-peau. In un terzo tempo, a posteriori, anni dopo, ho potuto misurare che cosa questo atto di interpretazione avesse trasformato in me: “Il trauma si presenta come il rovescio di un atto”. Questa frase è verificata da quest’atto dell’analista. La parola tedesca «Gestapo», attraverso un gesto sul corpo, è passata alla lingua francese. Un atto di traduzione. La dolcezza di quel gesto ha addolcito il mio rifiuto di quella lingua. Quel gesto inoltre ha prodotto un taglio, una fenditura lì dove il soggetto è la sua stessa divisione. Lì dov’è più prossimo al reale. C’è stato un prima e un dopo. Non c’è perdita tra Freud e Lacan quando si tratta della lingua dell’inconscio.” pp. 77-78

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R. Corso Ulloa, “Prima testimonianza”, in Attualità Lacaniana, n. 25, Rosenberg & Sellier, Torino, 2019

“All’improvviso mi vedo perseguitata da un uomo brutto, pallido e magro; è la morte, corro e corro, quasi mi raggiunge, c’è un muro, salto il muro, ma lui mi afferra la gamba. In quel preciso momento, dall’alto,    dal nulla, esce un braccio robusto e fermo – è di un analista.” p. 227

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