Maurizio Mazzotti

A metà degli anni quaranta del secolo scorso, Schumpeter definì la formula “governo del popolo” priva di senso, salvo si riferisse a piccolissime comunità politiche. In caso contrario qualunque governo, egli dice, non può che attuarsi attraverso un ‘gruppo di pochi’, definizione sociologica di base della nozione di élites, nella differenza con il ‘tanti’. Per Schumpeter il carattere di ‘elitismo’ è necessario tanto più nella forma di democrazia, che favorisce una selezione del politico attraverso un processo di formazione di un’élitecapace di assumerne il governo. Un’ élite diversa dall’élite oligarchica, tendenzialmente inamovibile, o dall’élite burocratica, storicamente l’aristocrazia del partito unico che governava in virtù della ‘mancanza’ dell’élite economica che avrebbe detenuto i mezzi di produzione.

Nel tempo è successo che alle élites fosse imputato un fallimento che ne giustificava la dissoluzione o la trasformazione. Oggi in Europa si manifesta un’avversione odiante per le élites. Lo vediamo con il populismo italiano e lo vediamo con i gilet gialli in Francia (contra le élites di Parigi, supposte essere ‘distratte’ dalle loro preoccupazioni sul clima…) Come dicono espressamente i populisti queste élites non sono elette dal popolo, e questo sempre più spesso viene fatto equivalere al loro essere ‘contro’ il popolo. Nell’idea populista di ‘governo del popolo’ c’è quindi fisiologicamente avversione per leélites che prendono parte agli snodi decisionali del governo dell’Europa.

Quando questa avversione proviene dall’Italia ci si dimentica, come l’anima bella, che la nostra attuale compagine governativa nelle sue decisioni chiama in causa due volte su tre la loro diretta diramazione dal ‘contratto’ di governo, formula pararituale di un burocratismo ad hoc, che nella sua portata di vero e proprio significante dell’Altro non barrato oltre a suturare ogni discussione ci fornisce un significato sul personale politico, di esecutore di ciò che erà già scritto e che di conseguenza non ha, nell’esercizio di ‘governo’, alcun bisogno di competenze proprie. E questa è una delle caratteristiche nuove della nostra posizione populista in Europa, in cui si segnala un tratto di avversione verso saperi di lunga lena che implicano formazione e preparazione, e soprattutto che non sono a costo zero. Per il tramite dell’ odio verso le élites entra nella scena politica un ‘avversione’ ai saperi formati che va ben al di là della stessa, di più, ne prefigura un’altra di cui alcuni ‘teorici’ o ‘ispiratori’ del populismo italiano hanno già iniziato a vaticinare il futuro prossimo. Cioè la scena del mondo in cui sarà un algoritmo a rendere obsoleto non solo il parlamento, per le decisioni, ma lo stesso voto popolare, in quanto gli eletti verranno tirati a sorte dall’algoritmo in questione. Per cui niente più élite, niente più gruppo di pochi che rispondono di competenze per cui è stato necessario tempo, risorse, discorso, condivisione, al soggetto verrà lasciato solo il posto del pensiero ‘informato’ algoritmicamente. E’ un vaticinio per ora ma è organico a ciò che nell’oggi è già avversione per le l’élites che non sono governo del popolo o che non quadrano con il contratto di governo.

Questa intolleranza, certamente patetica, ma non per questo meno inquietante, si è segnalata ultimamente sui media mondiali in virtù del personaggio che l’ha espressa, Trump, quando si è mostrato assolutamente furioso contro il presidente della Federal Reserve che non adegua le sue decisioni monetarie ai desiderata della politica del ‘governo del popolo’ made in USA. Qui diventa manifesta la negazione del principio dei pesi e contrappesi delle istituzioni democratiche, e di conseguenza la non sopportazione di ‘poteri’ che non sono manipolabili in questo caso, non lo sono perché non lo devono essere in quanto sono ‘poteri’ di funzione istituzionale ma non governativa e da lì esercitano il loro ruolo. In altre parole non si sopporta la resistenza che élites ‘tecniche’, o istituzionali, con le loro competenze specifiche, oppongono ad un discorso autoritario.

In Italia abbiamo, ultimamente, mostrato anche altre forme di intolleranza per queste élites, siamo approdati ad un ostilità a saperi passati al vaglio dell’Altro, saperi di scienza. In quale altro modo intendere l’ostilità verso il supposto sapere degli specialisti quando si è sollevato il polverone delle vaccinazioni, anteponendo a questa ‘élite’ la posizione del ‘soggetto informato’, che vuole discutere sul piano che ritiene essergli adeguato cioè il piano di una “scienza democratica”, come l’ha inventata un sottosegretario del ministero della sanità, laddove questa ‘democrazia’ lo autorizzava a porre le sue ‘personali’ obiezioni e/o pareri ‘informati’ sullo stesso piano di argomentazioni esposte da un’ immunologa di fama che poggiava le proprie tesi su saperi e ricerche corroborate dalla valutazione degli altri specialisti della comunità scientifica mondiale in trent’anni di serio lavoro professionale.

In questo sottrarre a un sapere formato su un principio di ragione sufficiente la possibilità di favorire decisioni salienti per far posto ad un opinione disorientata e, in alcuni casi, oscura, si registra un carattere specifico di cui il populismo attuale si fa veicolo. Trattando per esclusione il rapporto del sapere con il godimento esso crea presupposti per altre conseguenze, non delle migliori, dall’odio per le élitesoggi la forma più spendibile ‘politicamente’ della posizione populista.