Francesca Carmignani

Non c’è rapporto tra godimento fallico della parola fuori corpo e godimento nel corpo. Ancora…
La diagnosi fa loro da paciere?
A volte orienta, quando il godimento del parlessere è ancora senza nome, alla ricerca del suo nome proprio nell’analisi.
Ma la diagnosi non offre quel nome, sebbene talvolta indichi le direzioni da non prendere lungo il cammino.
La Diagnosi con la maiuscola non esiste. Le diagnosi sono come le donne, esistono solamente una per una.
Eppure in un’analisi far diagnosi strutturale è in un certo qual modo una delle forme di supplenza provvisoria a quel non rapporto.
Ma, soltanto perché in attesa dell’unica diagnosi reale che è il proprio nome di godimento[1].
La passe nel presentarci tragitti unici, insegna che l’analisi è una lotta senza quartiere per piegare la diagnosi data dai significanti destinali alla trovata del sinthomo, come nuova e singolare, diagnosi di un caso. È una diagnosi unica e irripetibile, che ha estratto la sua unicità tramite il taglio del cross cap che fa emergere il vuoto dal nastro, perché evita la sepsi dell’inconscio transferale, guidando topologicamente sull’inconscio reale del parlessere. che avvallando l’estrazione dell’oggetto fantasmatico, avrà la chance per grazia del lavoro d’analisi di produrre lui stesso nel suo travail (lavoro/travaglio) la sua propria diagnosi sinthomatica, precipitata nel suo nome di godimento che diviene lettera.
Nome di godimento, felix diagnosi ! Ma sempre verso il fuori senso dell’ancora di una lettera.
Vi sono variazioni molteplici sul tema musicale del non rapporto, più o meno suadenti, più o meno stonate, più o meno incompiute…
Non c’è rapporto tra logica e poesia?
C’è senza dubbio una logica di Scuola, ma non esiste Scuola di poesia, se non la propria analisi nella sua unicità.
Tante analisi, tante poesie di partiture scritte non cessando di non scriversi, nella pagina bianca dell’inconscio reale: queste sono lettere inviate alla nostra Scuola Una, non federazione di Scuole che sono territori, ma Scuola soggetto[2].
L’analista non è un poeta, ma l’analisi è uno sforzo di poesia, come ci indica nel suo corso Jacques–Alain Miller[3].
Se il Nome del Padre non è che sembiante, il godimento singolare non può che essere senza nome, sebbene talvolta giunga alla sua nominazione, comunque lettera, perché il nome proprio non è mai tale, ma in fondo appartiene al fuori senso.
Dal Nome del Padre al Padre del Nome, verso il singolare della nominazione.
E a volte questa arriva addirittura nell’outrepasse. Come per esempio la toxic-ose, fulminante equivoco con l’osare, nell’al di là della sua isteria, per l’AE Caroline Doucet. [4]
Se come l’ultimo insegnamento di Lacan ci mostra, l’inconscio è da inventare, ne deriva che anche la nominazione lo è. Una trovata del corpo parlante. Non è già là, non si trova ab initio nel discorso di senso goduto dall’Altro, sebbene sia lalingua ciò da cui, in modo più o meno accidentato, prende origine quella elucubrazione di sapere che è l’inconscio.
Nelle analisi quel punto di passaggio (comunque punto a capo che rilancia per servirsene, come in una sorta di capitonaggio che si leva da un grafo, ma divenendo un buco topologico) non arriva se non quando si traversa l’atto stesso, facendosene attraversare. Solo così si giunge a quella nominazione, là identificazione al sinthomo, che per taluni sorregge il c’è dell’analista, quale posizione nel discorso analitico.
Si tratta comunque di una posizione incarnata in una carne che non ci appartiene, pur essendo ancora quella della propria persona. Ma il corpo del parlessere è luogo dell’Altro.
Il corpo dell’AE in esercizio è forse luogo-pezzo di corpo di una Scuola parlessere?
Forse libbra di carne che interpreta, o meglio che fa equivoco alla Scuola stessa nei suoi momenti d’insegnamento di AE. Anche dicendo: “Scuola non fermarti a diagnosticare, te stessa, il collega, ma avanza sostenendo il lavoro sul sinthomo, facendoti sintomo del discorso del padrone nel mondo! Con la tua politica, nei tuoi atti, in intensione e in estensione.”
Potremmo azzardare che l’AE fa diagnosi sullo stato della Scuola Una , ma soltanto perché ha l’umiltà di assumere con  gioia la sua diagnosi sinthomatica.
Gli equivoci, i versi dell’haiku di un’analisi.
Si tratta di un haiku che si compone tramite il ritaglio topologico degli equivoci singolari come littorale sublimatorio che fa limite alla risonanza de lalingua nel corpo, annodando e svuotando il godimento in eccesso.
Perché la passe è forse anche una diagnosi di godimento con effetti di risonanza nel corpo dell’AE e differentemente nel corpo di chi lo ascolta, rilanciando una nota. Ma se è diagnosi, lo è come trovata irripetibile, lo è come poesia con effetti di lettura metrica del ritmo, come passaggio musicale, cambio di tonalità della politica di una Scuola e della Scuola Una.
Tante diagnosi, tanti sinthomi!
Dunque la passe… poesia sinthomatica di una diagnosi di passaggio, alla lettera, topologicamente lungo un’analisi e al di là?
Sicuramente, ogni volta passe-lettera poetica indirizzata alla sua Scuola Una, incarnata nei corpi degli AE e nei corpi dei suoi membri. Sono corpi, corde dello strumento di una Scuola come lo è la SLP e dunque della Scuola Una, Scuola impegnata senza tregua in un’improvvisazione musicale senza standard. C’è un vivo mélange tra sinfonico, stridente, dodecafonico….  E tanti altri stili ancora…
Per risuonare dell’equivoco gioioso corps d’école /corde-école.

[1] Cfr. E. Laurent,  “Le “nom de jouissance” et la répétition,”, La Cause Freudienne, n.49, 2001.
[2] Cfr. M-H. Brousse “À l’envers”, Lacan Quotidien n. 698. http://www.lacanquotidien.fr/blog/wp-content/uploads/2017/05/LQ-698-2.pdf
[3] Cfr. J.-A. Miller, con E. Laurent , Un effort de poésie. Orientation lacanienne [2002-2003], lezione del 5 Marzo 2003, inedita.
[4] Cfr. C. Doucet, “TOXICOSE. Un cas d’hystérie féminin à l’époque du parlêtre” https://www.pipol8.eu/2017/04/11/toxicose-un-cas-dhysterie-feminine-a-lepoque-du-parletre/