Paola Francesconi

Lo straniero in casa, come scrive Antonio Di Ciaccia nella sua introduzione al tema del Forum Europeo di Roma, pone tutta una serie di problemi la cui novità consiste in un passaggio, a mio avviso cruciale. Come egli fa ben intendere, il luogo dell’Altro dà asilo sia agli aspetti più intimi e stranianti del sintomo, che a ciò che implica la dialettica del legame sociale tra individui, nel trovarsi di fronte all’altro come radicalmente estraneo.
Al di là di Psicologia delle Masse e analisi dell’Io, utopica nell’idea dell’armonia dentro a prezzo dello straniero fuori. Al di qua di ciò che fece arrendere Freud ne Il Disagio della civiltà sul compito impossibile di trovare un legame sociale che instaurasse negli individui una forma di solidarietà nel riconoscimento della società come bene comune. In tale spazio intermedio si colloca la questione, affrontata sia da Freud che ripresa da Lacan, dell’impossibile dell’amore del prossimo.
Nel Seminario su L’etica della psicoanalisi Lacan dice:
“Ogni volta che Freud si arresta, inorridito, di fronte alle conseguenze del comandamento dell’amore del prossimo, quel che emerge è la presenza della malvagità fondamentale insita nel prossimo. Ma allora essa abita anche in me. E che cosa mi è più prossimo di quel cuore dentro di me che è quello del mio godimento a cui non oso avvicinarmi? Appena infatti mi ci avvicino – ecco il senso del Disagio della civiltà – insorge quell’insondabile aggressività di fronte a cui mi ritraggo, che rivolgo contro di me, e che finisce, (…) per dare il proprio peso a ciò che mi impedisce di varcare un certo confine sul limite della Cosa.” [1]
Non si tratta tanto di volere o non volere il bene dell’Altro, San Martino docet. Il nostro bene e quello dell’altro, dice ancora Lacan, sono della stessa stoffa[2].
Dividere o meno il proprio mantello con l’altro concerne un uso del bene fatto per tenerci lontani dal nostro godimento, ci insegna Lacan, portandoci in un orizzonte che Freud ha voluto tenere lontano.
L’estraneità dell’Altro, e, al contempo, di un’alterità che ci abita nel più intimo di noi stessi è il nesso che Freud non seppe cogliere e che gli fece gettare la spugna di fronte all’ostilità irriducibile dell’essere umano all’Altro ed a qualsiasi comandamento che vorrebbe regolarne la convivenza con se stesso, più che mai quello che recita : “ama il prossimo tuo come te stesso”. Lacan fece il passo dell’etica, dei discorsi, dei modi di legame sociale che prendessero in carico quella parte familiare/estranea, presentificata dall’oggetto a, simbolo di quel godimento profondamente al di là del bene del soggetto o dell’altro.
In un’epoca in cui le metafore glissano, arretrano e perdono tenuta, lo straniero fa la sua comparsa proprio, si potrebbe dire, fuor di metafora. Se finora, classicamente, l’estraneità riguardava l’intrattabile di un godimento sintomatico, al di là del principio di piacere, che il soggetto si trovava in casa propria e che poteva spingerlo a ricorrere ad uno psicoanalista per sbrogliarne l’impossibilità a conviverci, ora tale intrattabile se lo trova lì, fattosi qualcuno. Non più solo metafora, spunta come metonimia. I modi di rifiutarlo, rifiutando di assumere in tale presenza l’inquietante estraneità del godimento, sono tutte varianti dell’impossibile per il soggetto ad assumere un godimento che fatica a prendere in lui diritto di cittadinanza.
Come ancora dice Lacan, “il godimento del mio prossimo, il suo godimento nocivo, il suo godimento maligno, è ciò che si presenta come il vero problema per il mio amore”[3]. Si tratta allora di affrontare la difficoltà a dare diritto di cittadinanza allo straniero esattamente negli stessi termini in cui si presenta per noi la difficoltà a dare diritto di cittadinanza alla strano che ci abita. L’intolleranza è la medesima, la malvagità dell’altro è la stessa che ci muove all’approssimarsi al confine con la Cosa, il godimento che bussa al confine, dentro e fuori di noi. Non c’è altra possibilità che quella che ci suggerisce Lacan, quella di essere abbastanza vicini alla propria “cattiveria” per incontrarvi il prossimo, assumerla radicalmente. L’unica strada per incontrare, al di là dei miraggi dell’amore ed in un autentico legame sociale, il nostro prossimo[4].


[1] J. Lacan, Il Seminario. Libro VII. L’etica della psicoanalisi. 1959-1960. Ed. it. a cura di Antonio Di Ciaccia, Einaudi, Torino 2008, p. 219
[2] Ibid.
[3] Id., p. 221
[4] Cfr. J. Lacan, Kant con Sade, in Scritti, vol. II, Einaudi Torino 1974, p. 790