Vicente Palomera, Membro AME della ELP e dell’AMP
Barcellona

Intervento preparatorio alle XXI Giornate annuali della Escuela Lacaniana de Psicoanalisis, intitolate: Todo el mundo sta en se mundo. Clínica de las invenciones singulares, che si terranno il 5-6 novembre 2002 a Barcellona. https://todoelmundo.jornadaselp.com/

Alla domanda posta in una conferenza stampa tenutasi a Roma il 29 ottobre 1974,1 Jacques Lacan rispose: la psicoanalisi “si occupa in modo particolare di ciò che non funziona. E quindi si occupa di quella cosa che dobbiamo pur chiamare con il suo nome – devo dire che finora sono l’unico ad averla chiamata così – il reale. È la differenza tra ciò che funziona e ciò che non funziona. Ciò che funziona è il mondo. Il reale, invece, è ciò che non funziona. Il mondo va, gira bene, è la sua funzione di mondo”.

Il reale non è il mondo e, nel paese di Dante (“lasciate ogni speranza voi che entrate“) Lacan dichiara: “non c’è (…) speranza di cogliere il reale mediante la rappresentazione”2. Se il mondo è ciò che funziona, cioè che segue le leggi (il che dà l’idea del reale della scienza), dire che “il reale è ciò che non funziona” implica il fatto di definire il reale come “ciò che non ha legge”. Certo, Lacan parla di un reale il cui funzionamento è diverso dalla necessità, parla di un reale che ci rimanda al registro del contingente, che è il reale di cui si occupano gli analisti.

Ma ciò che è più interessante è il modo in cui Lacan continua: “per accorgersi che non c’è il mondo (…) basta notare che ci sono cose che fanno sì che il mondo è immondo, se posso esprimermi così”3.

Per intendere il reale come “ciò che non funziona” dobbiamo interrogare questo “non funzionare del mondo”. Infatti, questo “non funziona” inizia quando al mondo si aggiunge qualcosa che lo rende “immondo” ed “è di questo che si occupano gli analisti, di modo che, contrariamente a quello che si pensa, sono addirittura molto più esposti al reale degli scienziati. Non si occupano di altro. Sono costretti a subirlo, ad avere spalle robuste. E per questo bisogna che siano maledettamente corazzati contro l’angoscia”4.

In questo stretto passaggio dal “mondo” all’“immondo” Lacan scambia “inmonde” con “a-monde”5, facendoci vedere che quando questi oggetti a si aggiungono al mondo allora il mondo cessa di funzionare, cioè essi “fanno sì che il mondo è immondo”.

Lacan ricorda poi qualcosa che aveva sviluppato già nel suo Seminario X, nel 1962-63, quando aveva introdotto l’oggetto dell’angoscia. Infatti, è proprio nel Seminario X che affronta l’oggetto dell’angoscia a partire dal fenomeno freudiano del perturbante, dell’Unheimlich, dell’oggetto fobico e dell’oggetto allucinato, vale a dire la serie delle diverse apparizioni nel mondo di questi strani oggetti ansiogeni.

È dunque questo resto, l’oggetto a, che, attraverso qualche deviazione, viene a manifestarsi nel luogo previsto per la mancanza. Questa è l’ipotesi sul paradosso dell’apparizione di un oggetto strano, e ciò è dovuto all’irruzione dell’oggetto che cristallizza l’eccitazione pulsionale, proprio perché non conforme alle leggi del campo visivo. Un oggetto a-mondo perché non è orientabile, perché ha la stessa struttura del nastro di Moebius, un oggetto la cui presenza introduce una faglia di localizzazione che è precisamente ciò che produce l’angoscia.6 Così, quando tutti questi oggetti appaiono dove non sono attesi, quando cominciano a prendere forma, quando questo oggetto fobico o allucinato si aggiunge al mondo, è il momento in cui il soggetto cercherà di ricostruirlo, di “sintomatizzarlo” e di includerlo nel miglior modo possibile.

Questo oggetto a non è l’oggetto di cui parla la fenomenologia, quando sostiene che siamo nel mondo perché il nostro corpo è un oggetto del mondo. Il punto di partenza della fenomenologia, “essere nel mondo”, implica che si è immersi in questo mondo in modo connaturale, cioè che nel mondo il soggetto riconosce se stesso, e non percepisce un mondo che sarebbe esterno a lui. Vediamo come questo influenza uno psicoanalista come Winnicott il quale, nell’introdurre l’oggetto transizionale e i fenomeni transizionali, si riferisce all’immagine del corpo come “il primo possesso not-me7, la capacità del bambino di riconoscere l’oggetto come “non io”, il primo io che non si possiede, che è allo stesso tempo io e non-io. Pur considerando l’oggetto transizionale come un antecedente dell’oggetto a, Lacan precisa che l’oggetto a introduce un taglio, una rottura nel momento in cui si aggiunge al mondo. Questa è l’obiezione di Lacan alla corrente fenomenologica, ritenendo che la psicoanalisi non solo spiega come il mondo cessa di essere mondo, ma spiega anche cosa succede quando questo particolare tipo di oggetto, che egli qualifica come oggetto a, appare nel mondo.

Pertanto, se Lacan insiste sul fatto che gli psicoanalisti si occupano di un reale diverso da quello della scienza, è perché si occupano di un reale che implica la necessità della contingenza di ciò che non funziona, quando vari oggetti si aggiungono al mondo come armi che limitano l’espansione propria dell’immaginario. Nel Seminario XXIII, Lacan sottolinea che l’”oggetto da me chiamato piccolo a è in effetti un unico e medesimo oggetto. Gli ho appioppato il nome di oggetto in quanto l’oggetto è ob, ostacolo all’espansione dell’immaginario concentrico, ossia inglobante”8.

Infatti, per illustrare la vanità di ogni con-naturalità con il mondo, Lacan cita le varie forme che l’oggetto può assumere (orale, anale, fallica, invocante, scopica), poiché “al mondo non c’è nient’altro che un oggetto a, cacatura o sguardo, voce o tetta, che divide il soggetto e lo trucca in quello scarto che ex-siste al corpo”9.

Questo è ciò che Lacan accenna già nel Seminario X quando parla del fatto che “c’è – prima – il mondo”. Ma in cosa consiste questo mondo? L’essenziale di questo mondo è che è perduto, perché non c’è alcuna soggettività associata ad esso. In secondo luogo, abbiamo la scena in cui portiamo questo mondo. La messa in scena è la dimensione propria della storia. È una scena costruita da frammenti, che non vale ancora come storia.

Tutte le cose del mondo entrano in scena secondo le leggi del significante, leggi che non possiamo in alcun modo considerare omogenee in linea di principio a quelle del mondo: “Una volta che la scena ha preso il sopravvento, succede che vi è salito su il mondo intero […] A partire da qui può essere posta la questione di sapere che cosa il mondo – quello che all’inizio, in tutta innocenza, abbiamo chiamato il mondo – debba a quanto ha riportato giù da tale scena”. Che cosa ne consegue? I “relitti di mondi che si sono succeduti”10.

Traduzione: Adele Succetti

[1] J. Lacan, “Il trionfo della religione”, Dei Nomi-del-Padre seguito da Il trionfo della religione, Einaudi, Torino, 2006, pp. 96-97.

[2] J. Lacan, “La Terza”, in La Psicoanalisi, n. 12, Astrolabio, Roma, 1993, p. 18.

[3] J. Lacan, “Il trionfo della religione”, op. cit., p. 97.

[4] Ivi.

[5] In francese si pronunciano quasi nello stesso modo.

[6] J. Lacan, Il Seminario, Libro X, L’angoscia, Einaudi, Torino, 2007, p. 68.  

[7] “La primera posesión “no-yo”, en Winnicott, D. W., “Objetos transicionales y fenómenos transicionales”, Realidad y juego, Granica, 1972, p. 18.

[8] J. Lacan, Il Seminario, Libro XXIII, Il sinthomo, Astrolabio, Roma, 2006, pp. 82-83.

[9] J. Lacan, “La Terza”, op. cit., p. 19.

[10] J. Lacan, Il Seminario, Libro X, op. cit., p. 38.