Maria Laura Tkach

“Non avere paura, non vergognarti”. In questo modo, un conduttore di radio invitava un ascoltatore a parlare, a dire la sua verità, equiparando la vergogna alla paura, confondendo così l’obiettivo rispetto ad un affetto – quello della vergogna – che ha una sua specificità. Testimoniando anche dello spirito del tempo, contraddistinto dalla forma imperativa di un senza vergogna e da una spinta a mettere tutto in mostra.
Una modalità di legame sociale – legame? – differente e lontana da quella in cui spesso il fantasma di ciascun soggetto si costruiva proprio a partire dallo sguardo dell’Altro, istituendo il soggetto e lanciandolo nella vita con il senso di vergogna in tasca, con il senso del pudore – anche quello falso – con una predilezione per l’opacità anziché per la trasparenza, per il nascondere più che per il dare a vedere.
Non siamo più in quel tempo o, in ogni modo, da decenni, non è più quella la modalità prevalente di legame sociale.
In famiglia, a scuola, nella vita sociale, nella politica, ogni singolo è sollecitato a prendersi il proprio godimento, senza mettere nemmeno per un attimo qualche cosa in discussione, senza il tempo necessario per poter cogliere che il godimento non ha limiti. Se lo si lascia libero a se stesso, non sa come fermarsi.
La psicoanalisi ha contribuito, in parte o in qualche modo, a questo andamento del mondo?
La psicoanalisi ha introdotto nel mondo un nuovo legame sociale; è essa stessa un nuovo legame sociale che non cerca di escludere l’immondo che c’è in ciascuno di noi, ma invita piuttosto ad acconsentirvi, trattandolo, depurandolo ed infine, in qualche modo, sublimandolo nel sinthome.
Ciò non equivale a un senza vergogna. In analisi la vergogna è presente come affetto per l’analizzante, dal momento che “la vergogna è un affetto primario del rapporto con l’Altro”[1] e che non c’è analisi senza la dimensione dell’Altro, presente e operativa per l’analizzante fino alla fine dell’analisi.
Il dica, formulato dall’analista, è un invito al dire, cioè punta al reale singolare di ciascun parlessere in analisi. Punta a che del dire si produca, lì, ogni volta, in un legame che tiene conto delle tre dimensioni, reale, simbolico e immaginario, e che perciò sostiene autenticamente il parlessere nella sua singolarità perché egli possa arrivare a farsi il proprio sinthome, quello sul quale meglio potrà salire nella vita.
Si tratta, rispetto alla vergogna, di un’operazione diversa da quella proposta dal legame sociale attuale, in ogni sua manifestazione.
Acconsentire al proprio sinthome non comporta di per sé l’assenza di vergogna, anche se, grazie allo svuotamento della pulsione prodottosi nell’analisi, l’Altro, come sguardo, non causa più in modo immediato l’affetto della vergogna.
La vergogna nasce nella giuntura del soggetto con l’Altro; in una giuntura in cui l’uno e l’altro sono legati da un godimento. È questo godimento che con il lavoro di analisi si dissolve. È così che ci si separa dall’Altro incombente, passando a instaurare, nella contingenza, un nuovo legame con un Altro diverso ogni volta; un Altro che ogni volta si costruisce. Perciò, la vergogna legata a quel godimento non avrà più ragione di essere.
Ne rimane una sottile barriera del pudore, un velo sul reale.
Un pudore operante nel legame sociale, insieme all’amore, ovunque si tratti di tessere dei legami, al posto del rapporto sessuale che non c’è. Un pudore operante nella pratica clinica, che non vuol dire indietreggiare dinanzi all’angoscia, né fermarsi davanti all’inibizione, ma essere sensibile al dire dell’analizzante, e compiere l’atto opportuno ogni volta, quello sì, senza vergogna.
Infine, un gaio pudore, nel legame con i colleghi “sparsi scompagnati”,[2] messo al servizio di un transfert di lavoro in una Scuola soggetto che è “una somma di solitudini soggettive”[3] chiamate, una per una, senza vergogna, a investire libidicamente la causa che la fonda.

[1] J.-A. Miller, Nota sulla vergogna, in La Psicoanalisi n. 46, Astrolabio, Roma 2009, p. 26.
[2] J. Lacan, Prefazione all’edizione inglese del Seminario XI, in Altri scritti, Einaudi, Torino 2013.
[3] J.-A. Miller, Teoria di Torino sul soggetto della Scuola, https://www.slp-cf.it/teoria-torino-sul-soggetto-della-scuola/