Rosa Elena Manzetti

Il binomio valutazione/certificazione, così di moda nella nostra epoca democratica, ha di mira la standardizzazione delle pratiche e degli atti, che rendono possibile la loro quantificazione e porta all’uniformità delle istituzioni.

Tale universalizzazione suppone una formattazione del sintomo, vale a dire la sua sparizione a vantaggio del disturbo. Questa nosografia che cancella il soggetto e il suo godimento fa posto all’idea della riproducibilità transculturale del sintomo e quindi dei protocolli e delle istituzioni per trattarlo.

La via della standardizzazione, quindi della desoggettivazione, comporta necessariamente di scartare, tentare di rigettare ciò che disturba il discorso corrente, che nella nostra epoca è il discorso capitalista. E che cosa disturba maggiormente la via della standardizzazione del sintomo se non il discorso dell’analista che fa del sintomo il proprio di un soggetto, di un parlessere? Inoltre non c’è maggior ostacolo all’universalizzazione dell’ipotesi dell’inconscio e dell’atto specifico all’uno per uno.

Se con tutte le sue energie il discorso attuale mira a scacciare il sintomo e la sua dimensione singolare per regredire al segno, noi psicoanalisti non possiamo che puntare a una democrazia che includa la psicoanalisi. Non tirarsi indietro di fronte a questa posta in gioco è la nostra responsabilità di psicoanalisti.