Adelia Natali

In questa epoca del “Yes, we can” di una politica democratica e ambiziosa, sorretta dal potere economico e scientifico, in realtà non vediamo oltre il nostro naso.
Oltre il nostro naso, accadono infatti cose orribili, che rientrano in una normalità a cui ci stiamo ormai abituando, come la tragedia dei migranti con donne e bambini a bordo delle navi Ong Sea Watch  e Sea Eye, che trascorrono in alto mare giorni e giorni in condizioni precarie, aspettando l’autorizzazione allo sbarco.
Ma nessun Paese europeo, compreso il nostro, mostra di voler accogliere nei loro porti questi emigranti, che non sono terroristi, ma persone che scappano dalla fame e dalla guerra e quindi profughi.
E noi, europei, insieme a molti altri paesi al di là dell’Atlantico, siamo doppiamente responsabili di questa tragedia perché, prima li abbiamo depauperati di tutto e condannati alla guerra, civile o no, e poi abbiamo loro negato un aiuto per sopravvivere a tutto questo; così i migranti continuano a pagare anche le nostre cattive politiche, che perlomeno dovrebbero garantire un riparo sicuro, legale, ordinato e dignitoso.
Politiche quindi che non s’interrogano minimamente sulle cause di queste realtà terrificanti in cui si trova una buona parte dell’umanità.
E ogni volta l’odissea di questi migranti (nome che diventa etichetta coprendo quello di persone), si risolve a stento e con tempi lunghissimi, magari con il loro smistamento in più nazioni, come è successo con i 49 profughi rimasti tutto il periodo delle feste natalizie (siamo tutti buoni!) a largo delle coste maltesi fino all’accordo europeo di distribuirli in 8 Paesi: Germania, Francia, Portogallo, Irlanda, Romania, Lussemburgo, Olanda e Italia.
A questo si aggiunge la presa di posizione del nostro governo, che ribadisce in ogni occasione che il problema si risolve impedendo gli sbarchi. Un’altra offesa alla dignità dei profughi e alla nostra in quanto elettori del governo in questione, in qualche modo da noi stessi legittimato a prendere questo tipo di decisioni e rappresentare anche il nostro parere.
Queste politiche, che non riguardano, purtroppo, solo il nostro governo, manipolano quotidianamente il nostro modo di pensare, sollecitando soprattutto delle emozioni che portano a dividere il mondo semplicisticamente e falsamente in “noi” e gli “altri”, dove quest’ultimi rappresentano il “male”, coloro che ci rubano il pane e il lavoro; si crea così un’atmosfera di panico generale contro questi “stranieri”, fonte di minaccia.
E poi arriva la promessa, propaganda elettorale del populismo: proteggerci dal male che gli “stranieri” rappresentano con la loro stessa presenza nel territorio.
Sembrerebbe, a nostra discolpa, che possa essere sufficiente ascoltare quello che ci viene raccontato! E comunque sono i politici che hanno la possibilità e gli strumenti per cambiare l’ordine delle cose. O no?
Ma davvero non siamo anche noi responsabili del perseverare di questa arretratezza mentale, di queste barbarie? Fosse anche solo per non cercare di saperne un po’ di più su cosa stia accadendo, prima di farsene un’idea e dare un giudizio: insomma, dire la nostra!
Davvero non c’è in noi cattiva volontà ed errore nel pensare di avere le risposte giuste, perlopiù quelle provenienti dai media, dai vari “social”, che ce le ripetono continuamente come dei mantra che si svuotano sempre di più di senso?
Davvero non commettiamo così un pericoloso e grave atto di superbia? Davvero non commettiamo un peccato di “hibris”?
L’hibris di cui parlo è quella che ci fa pensare di aver capito tutto, accontentandoci delle veloci notizie di cronaca e dei commenti degli altri, senza che ci sia la volontà di saperne di più. Senza che ci sia la volontà di metterci la parola e la faccia. L’hibris di cui parlo mi fa venire in mente quel “cedere sul proprio desiderio” di cui ci parla Lacan.
E mi fa venire anche in mente un recente film di Nanni Moretti “Santiago, Italia” dove lo stesso regista ascolta le intense e drammatiche testimonianze di chi ha vissuto il golpe cileno del 1973 e la dittatura militare di Augusto Pinochet.
C’era una situazione di terribile ingiustizia sociale in Cile che stava però risollevandosi grazie al presidente, democraticamente eletto, Salvador Allende, le cui scelte avevano non poco spaventato una certa parte borghese dei cileni e gli americani.
“Ho voluto raccontare una storia del passato recente in cui l’Italia ha fatto una bella figura nel mondo, in cui abbiamo dimostrato di aver compreso il senso profondo dell’accoglienza”. Nanni Moretti si riferisce al fatto che la nostra ambasciata italiana a Santiago mise in salvo centinaia di cileni che richiesero asilo in Italia, trovando un paese pronto ad accoglierli. Uno degli intervistati dice: “Un paese che aveva fatto la lotta partigiana e che oggi non esiste più, perché l’Italia del consumismo e dell’individualismo somiglia al peggior Cile”, riferendosi al suo paese durante la dittatura di Pinochet.
Tra le interviste, ce ne sono due ai militari fedeli al dittatore Pinochet; a uno di questi, un generale che giustifica con l’obbedienza agli ordini le torture più disumane e i migliaia di desaparecidos, lamentandosi che si aspettava una intervista imparziale, Nanni Moretti prende posizione e dice: “io non sono imparziale”. Mentre in tutte le altre interviste, si sentiva solo la sua voce, questo è l’unico momento del film in cui si fa vedere, insomma ci mette la faccia!