Luisella Brusa

Quale libro hanno premiato i nostri vicini europei di Germania come miglior libro del 2017? La domanda non è futile. I libri che hanno successo in un paese, così come la stampa locale, danno il polso del pensiero condiviso. E soprattutto quando toccano temi politici è interessante conoscere come la pensano i vicini. Ebbene nel 2017 La capitale di Robert Menasse ha vinto il Deutscher Buchpreis, il premio letterario più prestigioso per gli scrittori di lingua tedesca. È un successo editoriale.
Poiché la lingua rimane un confine molto netto all’interno dell’Europa, ciò che si discute nel dibattito politico del paese più potente dell’Unione rimane ignoto a tutti coloro che non ne conoscono l’idioma. Purtroppo la stampa degli altri paesi si premura di informare solo su ciò che è consono alla linea editoriale della propria testata. Così, l’ignoranza del discorso dell’altro lascia spazio alle proiezioni e ciascun paese può immaginarsi il vicino secondo i propri stereotipi. Fortunatamente in questo caso la traduzione in italiano per Sellerio ha reso più accessibile questo primo romanzo sulla capitale dell’Unione europea. Di fatto un saggio politico su sogno e realtà dell’Europa di cui discutiamo. Reso assai divertente dalla leggera ironia della scrittura, il romanzo non è privo di una certa consapevolezza del momento tragico che la storia europea sta per attraversare, ma anche di compassione per le passioni e le meschinità dei personaggi e per la loro umanità così normale. Sono tutti anonimi protagonisti della reale cos/dis-truzione del progetto europeo.
Il professor Erhart è uno di loro. È un eminente economista che ha dedicato la sua vita a studiare le condizioni di possibilità del progetto di un’Europa unita. È molto preoccupato per la piega che hanno preso le cose e accoglie con impegno e speranza l’invito a far parte di un think tank di esperti per ripensare le condizioni di tenuta dell’Unione.
Ecco un collage di capoversi prelevati dal libro e buona lettura.

Il professor Erhardt divideva i membri del think tank in tre categorie: per primi i vanesi. D’accordo, vanesi erano tutti, compreso lui, in un certo senso. Bisognava precisare: i vanesi nudi e crudi. I think tank erano per loro importantissimi, sì, perchévi partecipavano. E con questo tutta l’importanza si esauriva, perchél’importanza bastava darsela e sprigionarla. Erhardt conosceva bene questi tipi, sapeva come bofonchiavano boriosi a casa, nei loro istituti universitari o nelle altre istituzioni con cui collaboravano: «Caro collega, domani del resto devo andare a Bruxelles. Lo sa, sono nell’Advisory Group del presidente della Commissione!». […]. In fondo erano innocui. Ma lo erano davvero? Nei gruppi come quelli, quando bisognava prendere decisioni, erano loro a formare la maggioranza.
Poi c’erano gli idealisti. Certo idealisti erano un po’ tutti. Lui compreso. […]Erano ovvietàche Erhardt aveva giàdiscusso nel primo semestre di economia politica. In fondo si definivano idealisti solo coloro che non ricavavano nessun vantaggio dall’esserlo. Gli idealisti nudi e crudi. All’inizio erano stati i suoi alleati contro i vanesi, ma ben presto l’alleanza era andata a farsi benedire perchéc’era sempre qualche aspetto, qualche dettaglio che andava contro il loro altruistico ideale. E allora abbandonavano il campo. […] comunque gli idealisti nudi e crudi non erano determinanti per formare una maggioranza. Erano troppo pochi. Di solito per formare una maggioranza bastavano i vanesi nudi e crudi. E comunque era singolare che gli idealisti di norma andassero d’accordo con i vanesi.
[…] quelli del terzo gruppo erano i lobbisti. […] per loro l’umanitàe l’interesse comune erano solo qualcosa cui vendere quello che avevano da vendere. Negli Advisoy Groups non rappresentavano grandi gruppi industriali, ma le fondazioni di quei gruppi. […] qua e làavevano una grande utilitàsociale, il professor Erhardt non lo metteva in dubbio, era una vecchia volpe lui, e non solo come economista, ma anche quando si trattava di acquisire finanziamenti esterni per la sua università. A mandarlo fuori di testa e a farlo disperare anche in quel think tank, però, era che ogni discussione a un certo punto si arenava e tutti finivano per ripetere il solito mantra: serve piùcrescita! Qualunque fosse l’argomento la discussione sfociava sempre nella domanda: come creare piùcrescita? […] Alla fine, ormai era lampante, il gruppo «New Pact for Europe» avrebbe consegnato al presidente della Commissione un paper con la proposta: bisogna creare piùcrescita.[1]
Sì, Erhardt era stato ingenuo. I lavori che aveva pubblicato negli ultimi anni avevano fatto sìche venisse invitato a quel team. Una cosa che aveva sopravvalutato. [•••]
Ma cosìnon funzionava. L’aveva capito fin troppo in fretta.
In ogni caso avrebbe tenuto il suo keynote. Ormai aveva accettato. Si era impegnato, e lui era una persona che rispettava gli impegni. […]
Aveva completamente riscritto la sua relazione.[…] Aveva scritto un testo radicale. Per una volta aveva la palla. […]
Ansimava, si stringeva la borsa contro il petto, la borsa con il testo della conferenza che, in fondo, era un discorso sulla libertà. Sulla liberazione. O almeno un discorso di autoliberazione.[2]
Prima di concludere con la sua proposta Erhart osservòi compagni del gruppo. C’era qualcuno che immaginava il seguito? Dana sorrideva e lo guardava incuriosita. Stephanides teneva gli occhi puntati sulla finestra ostentando una noia mortale. Mosebach spippolava al computer. Pinto guardava l’ora. Ma dieci secondi piùtardi, tutti fissavano Erhardt a bocca aperta. Esterrefatti. Tredici secondi dopo, la partecipazione di Erhardt, famoso professore emerito, al think tank «New Pact for Europe» era ormai storia passata.[3]


[1]P.288 e seguenti.
[2]P. 332.
[3]P.383-384.