Viviana Bertolino

“Se ne è taciuto a lungo. 
Parlarne in effetti è aprire questo ripostiglio, 
non l’ultimo, ma il solo da cui dipenda ciò che può dirsi onestamente dell’onesto, 
l’onesto che tiene all’onore – tutto questo è vergogna. 
Dato che proprio il morire di vergogna, per l’onesto, è l’impossibile”[1]

Per introdurmi al tema della vergogna ho fatto riferimento ad un romanzo di Luigi Pirandello dei primi del ‘900, intitolato L’esclusa.[2] Questo romanzo narra la storia di Marta Ajala, una donna siciliana vittima di una pubblica vergogna. Il marito, Rocco Pantàgora, l’ha cacciata di casa dopo averla trovata in possesso di alcune lettere d’amore di un suo corteggiatore; la sua unica colpa è quella di aver letto le lettere e di aver risposto alle lettere con un rifiuto. Cacciata dal marito, Marta torna nella casa dei suoi genitori, lì viene ripudiata dal padre toccato nel suo onore, il quale decide di non uscire più in paese per non subìre lo scherno della gente, e obbliga Marta a restare segregata in casa per non portare la vergogna al di fuori delle mura domestiche.
Appare immediatamente chiaro che a nessuno, nemmeno al padre, importi sapere realmente se Marta sia colpevole del tradimento di cui viene accusata.
Nel racconto di Pirandello, la figura del padre di Marta mette in rilievo colui che viene toccato nel suo onore; il comportamento della figlia ha intaccato la sua immagine pubblica e ciò ha un effetto di ritorno sul padre impossibile da accogliere.
Oggi la vergogna viene meno, si mette in piazza ogni più intimo sentimento, con l’utilizzo dei social network mediante i quali – si pubblica. C’è intimità esposta senza limiti, ciò produce un appiattimento delle dimensioni di pubblico e privato.
La psicoanalisi ci insegna che la scomparsa della vergogna comporta la perdita per il soggetto del significante che lo rappresenta, quel significante che dice della sua singolarità, quel significante che fa da biglietto da visita, quel marchio indelebile che dice della sua essenza ed esistenza; quello che Lacan chiama significante padrone.
Il padre di Marta Ajala dimostra proprio questo punto, il suo onore dinanzi alla gente è stato intaccato, ciò produce per lui vergogna, a tal punto da non poterci mettere la faccia; uno sguardo “mortificante” lo invade e lo coglie di sorpresa.
Lacan conclude Il Seminario XVII, Il rovescio della psicoanalisi mettendo in rilievo qualcosa di molto prezioso e di anticipatorio rispetto alla nostra epoca, ossia che il disagio della civiltà si manifesta attraverso un modo particolare di fare legame, in cui lo stile permissivo e il divieto di vietare, la fanno da padrone.
Nella contemporaneità, tutto è esibito senza veli, sia nelle parole che nelle immagini. Cosa consente di fare limite a qualcosa che diviene dell’ordine dell’osceno, lì dove la vergogna viene meno e il pudore non è più quello strumento che fa ostacolo al guardare?
Siamo nella società dei reality dove in primo piano c’è il far vedere tutto quello che si fa e lo spettatore è lì, per guardare tutto senza censure.
L’esposizione di questi godimenti irrefrenabili comandato da oggetti di consumo che tappano immediatamente ogni défaillance produce forse, un altro tipo di vergogna, la vergogna del proprio desiderio? Forse, c’è una vergogna del godimento come quella del padre di Marta Ajala e una vergogna del desiderio, come quella attuale, dove la spinta ad essere performativi a tutti i costi non lascia spazio al farsi cogliere di sorpresa.

[1] J. Lacan, Il Seminario, Libro XVII, Il rovescio della psicoanalisi (1969-1970),  Einaudi, Torino 2001, p. 227-228.

[2]L. Pirandello, L’esclusa (1901), Newton Compton Editori, Roma 2007.