Alide Tassinari

Il lemma ‘diagnosi’, così come il verbo correlato, ha dei sinonimi ma differisce perché non ha contrari. La diagnosi è una definizione che esiste nel momento stesso in cui si dice: dirla è farla esistere; diversamente il diagnosticare, implica un fare, un tempo, una scelta, una responsabilità. Nel linguaggio medico diagnosi fa coppia con prognosi e insieme delimitano un campo d’intervento e una previsione; entrambi si fondano sulla conoscenza sedimentata: ciò che esula, che fa enigma, che interroga, rimane a margine in attesa di una causa e di una nominazione. La parola ‘nominata’ prende esistenza e s’installa nel sapere routinario. Negli ultimi decenni, e ancora oggi, siamo spettatori, attori e fruitori, di un florilegio di ‘diagnosi psi’: per ogni disturbo, per ciò che è difforme dalla norma o che si discosta dalla media, è creata una ‘nuova’ diagnosi, un’etichetta atta a ridurre l’angoscia scientifica e sociale. Imporre un nome a ciò che fa soffrire, al mal-essere, è illudersi di trovare la cura risolutiva: ciò fa girare l’economia della produzione di sapere, di pratiche e di oggetti. In un certo qual modo s’istituisce la malattia nominandola e poi la sua cura.

Non così per la psicoanalisi. Fin dai tempi di Freud una diagnosi è desunta dalla cura stessa, è l’esperienza analitica che la definisce. Una diagnosi sul soggetto risulta in aprés coupe, non c’è in anticipo nessuna validazione possibile ed è questo ‘non c’è che la differenzia dalla diagnosi medica. Quest’ultima si serve di strumenti ricavati dall’osservazione clinica e/o meccanica di fenomeni che si presentano nel corpo del malato. Lo scientismo si serve di una diagnosi, inizialmente particolare, per renderla generalizzata tramite la concordanza tra esperti e validata con un procedimento statistico. In campo psi, le tassonomie diagnostiche sono una sorta di elenco – la grande passione umana per il catalogo, per la serie – di malattie psichiche. Semplificando: il processo diagnostico in medicina e in psicologia, ha come mira la concordanza dei clinici sulla nominazione. Il concetto di diagnosi è nato con la medicina, ma la psicoanalisi pur riconoscendo il debito ne fa un uso diverso. Un debito pagato inizialmente da Freud alla neurologia nel cercare di trovare la traccia mnestica lasciata dal trauma e nel collocare la pulsione, resa mito da Lacan, tra soma e psiche. La vera novità freudiana, rispetto al medico che era in lui, è stata la sua pratica clinica sostenuta dal suo stesso desiderio rendendo operativo lo strumento immateriale del transfert. La diagnosi, strutturale in psicoanalisi, tramite l’ascolto delle parole dell’analizzante, è desunta ‘sotto transfert’ ma è sempre ‘particolare’ anche se, per definirla, è utilizzata la classica tripartizione: nevrosi isterica o ossessiva, psicosi, perversione. Lacan, freudianamente se n’è servito, ma introducendo, nell’arco del suo insegnamento i registri SIR, equipollenti nel nodo, ha smarcato la psicoanalisi dalla medicina innestandola saldamente nel Discorso analitico. Con Lacan la psicoanalisi e, conseguentemente una diagnosi, è un lavoro attorno a ciò che fa problema per un parlessere: il linguaggio e lalingua, incarnati nel corpo. In questo fra i parlesseri c’è uguaglianza: “tutti uguali davanti al godimento”.[1] E, a causa del traumatismo del linguaggio, tutti folli[2], anche se ognuno a suo modo: una democrazia quella del godimento, ma senza giustizia distributiva! Infatti, gli esseri affetti dal linguaggio, potrebbero essere collocati, uno a uno, in una curva di Gauss i cui estremi vanno dal patologico al normamale.  Anche se, occorre dirlo, gli estremi sono inesistenti; ciò fa si che, in una diagnosi strutturale di psicosi o di psicosi ordinaria, ci sia da parte dell’analista, una possibilità di manovra perché il soggetto parla, è nel linguaggio, ma fuori Discorso. La clinica borromea, infatti, prospetta la possibilità, nella cura, di un annodamento costruito in analisi. Dall’altro estremo il tutto normamale[3], è logicamente impensabile, qualcosa dell’indicibile resta, la lettera lo testimonia. L’ultimissimo insegnamento di Lacan, grazie al virgiliato di Joyce, con il passaggio dal sintomo al sinthomo, apre a una continuità (dal punto di vista diagnostico) psicosi-nevrosi collocandole lungo un continuum per reperire effettivamente il rapporto del soggetto al godimento[4]. Un’unica diagnosi per tutti allora? No, al contrario, si tratterà di fare un uso della diagnosi strutturale che non sia quello di “proteggere”[5] l’analista dall’impossibile, ogni volta singolare, del reale col quale è confrontato. Un analista nella conduzione della cura si orienta, tramite la diagnosi desunta dalla costruzione del caso, verso l’interpretazione e/o, verso lo svuotamento del senso. Tratta il senso facendo emergere il non senso, oppure svuota la continua ricerca di senso, per favorire l’invenzione di una tessitura possibile. Il non senso di cosa? Del godisenso del sintomo che è presentato tramite le parole corporizzate. Ascoltiamo parlesseri, i loro “modi di godimento”[6] che fanno “sparire la discontinuità delle classi”, non le classi. La psicoanalisi è interessata al singolare, non al particolare che è sempre suscettibile di fare serie. La costruzione del caso, è una messa al lavoro dell’analista: ciò gli permette di servirsi della diagnosi che è particolare per quel soggetto, ma, nello stesso tempo, fa emergere la singolarità, di ciò che ‘cade’.[7] fuori da ogni trattazione.

[1] J.-A. Miller (a cura di), La psicosi ordinaria. La convenzione di Antibes, Astrolabio, Roma 2000, p. 194.

[2] J. Lacan, Discorso sulla causalità psichica (1946), in Id, Scritti, I, Einaudi, Torino 2002.

[3] ‘Male’ trad. dall’inglese: maschile

[4] “In un primo tempo c’è una discontinuità tra psicosi e nevrosi, due classi separate. È l’abc di quello che si insegna a partire da Lacan. Il secondo punto di vista fa percepire una continuità, si tratta di due soluzioni differenti circa la stessa difficoltà d’essere.” J.-A. Miller (a cura di), La psicosi ordinaria. La convenzione di Antibes, Astrolabio, Roma 2000, pp. 194.

[5] “Il discorso analitico, l’istituzione della psicoanalisi confronta l’analista con il singolare e dato che è insostenibile si rifugia nel particolare. Si consola con le diagnosi e le comunità. […] Per proteggersi dal singolare lo psicoanalista reclama un’assistenza che trova nella classe diagnostica e nel gruppo analitico […]” J.-A. Miller, Cose di finezza in psicoanalisi, in “La Psicoanalisi”, 59, 2016, p. 175

[6] J.-A. Miller (a cura di), La psicosi ordinaria. La convenzione di Antibes, Astrolabio, Roma 2000, p. 194.

[7] “Un caso, come faccio notare da molto tempo, è ciò che cade: in particolare ciò che cade fuori dai sistemi e fuori dal matema” ibidem.