Cristiana Santini

La diagnosi è dell’ordine della scrittura o della lettura? Rifacendoci all’articolo di Miller “Leggere un sintomo”[1], diciamo che in psicoanalisi si tratta di saper leggere oltre che dire bene . Fra parlare e scrivere c’è una differenza e “la psicoanalisi sfrutta questa differenza”[2], sfrutta proprio questo iato fra le due. Non si tratta di ascolto o osservazione di dati oggettivabili, parole, comportamenti inseribili in una griglia, statisticamente valutabili. I dati che interessano il lavoro dell’analista sono quelli che escono dallo schema, proprio quelli che sfuggono alla norma. Eppure anche nel campo lacaniano si ricorre a una diagnosi di struttura, ossia si reperiscono elementi comuni, capaci di definire la posizione di un soggetto rispetto alla norma, ossia rispetto al linguaggio. Ma direi che lo scopo di questa operazione in psicoanalisi è opposto a quello della psicoterapia, della medicina classica, del sistema del DSM, in cui si pensa che la diagnosi dica qualcosa del soggetto, dove addirittura viene usata per definirlo, prende la sostanza di un nome, di una nominazione. Per un analista la diagnosi dovrebbe servire a comprendere la posizione, l’adattamento di un soggetto rispetto alla struttura del linguaggio, quindi poter definire il suo rapporto con il significante. In qualche misura per dire tutto ciò che egli non è ma che lo ha reso dicibile.

Ammesso che si possa essere qualcosa, ricordando che Lacan definisce l’essere come mancanza a essere, definizione a cui Miller aggiunge il desiderio, per cui l’essere diviene un desiderio di essere, “desiderio di far essere ciò che non è”[3], sicuramente tutto quello che di singolare è possibile far emergere da un essere parlante, ciò che pertiene la sua modalità unica e inconfondibile di godere, non può rientrare in un lavoro diagnostico. Potremmo addirittura dire che la diagnosi serve a definire ciò che impedisce al soggetto di essere qualcosa, di scrivere qualcosa, di leggere la sua scrittura, di leggersi e nel contempo di scriversi. La diagnosi può definire ciò che “non cessa di non scriversi”[4], che è dell’ordine del necessario.

In un lavoro analitico, la diagnosi di struttura serve all’analista per capire cosa impedisce al parl-essere di cominciare a scrivere, a dare corpo alla sua parola, a dire. L’analista potrà valutare la posizione in cui porsi al fine di leggere e far leggere ciò che, trovando un interlocutore  con un desiderio senza oggetto, in un posto senza luogo, può iniziare a “cessare di non scriversi”[5], ciò che è dell’ordine della lettera. La lettera scrive e al contempo mostra il suo segno, se qualcuno è disposto a leggerla, in una contingenza fatta di dire bene e saper leggere, un incontro che produce un effetto, effetto di soggetto.

Delle due facce della parola, quella del senso e quella del segno, la diagnosi si occuperebbe della prima e la psicoanalisi lacaniana della seconda. La prima definisce, is-scrive nel campo del significante, dell’Altro del linguaggio, del sapere scientifico. Il rischio è che la si prenda per il soggetto stesso, che egli ci creda, creda di essere la sua diagnosi, in questo caso potrebbe essere confusa con la scrittura ma è piuttosto una is-scrizione, che non ha a che fare con l’esistenza e rischia di chiudere ogni possibilità di superare il “non ne voglio sapere”[6], per produrre un “voglio saperne di più”.

La psicoanalisi è invece una lettura di ciò che ha “cessato di non scriversi”[7], ossia della lettera, del fuori senso, del segno che il significante ha lasciato sul corpo, del godimento in più prodotto dall’intersezione fra il significante e il corpo vivente. Qualcosa che produce un effetto di esistenza, espressione di una singolarità irriducibile, inconfondibile, che esprime qualcosa di quel “desiderio di far essere ciò che non c’è”.

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[1] JAM, Leggere un sintomo, in AL n°14, pg 19
[2] ibidem
[3] Ibidem pg 21
[4] J Lacan,Il Seminario XX, pg 138-139
[5] Ibidem
[6] Ibidem pg 3
[7] Ibidem pg 138-139