di NATHALIE GEORGES-LAMBRICHS

1 – Lei aveva visto venire la Scuola Una?

Ho visto la strada che si copriva di polvere, questo si. Avevo scritto, già dalla prefazione del primo Annuario dell’AMP, che saremmo andati verso una “super-Scuola”, però che, necessariamente, si sarebbero manifestate delle resistenze dovute al molteplice. Non avevo visto male. L’imprevisto è che le reticenze attese hanno preso in definitiva la piega di una crisi e che questa crisi ha fatto cristallizzare l’ Uno in sospensione nell’ Associazione Mondiale.

2 – Secondo lei, da quale reale il suo sorgere sembra rispondere?

Il sorgere del significante della Scuola Una, la trasformazione rapida dell’idea in *forza materiale* sembrano dimostrare che la determinazione del soggetto da parte del discorso analitico é più potente della differenza delle lingue, delle tradizioni culturali e delle distanze chilometriche. È da verificare.

3 – In che misura essa è dipendente da questo reale per il suo orientamento?

Dipendenza totale: si tratta di sapere se la Scuola Una potrà regolarsi sulla logica del discorso analitico, senza concessione alcuna. Questo, per lo meno, ci insegnerà quello che, dei sembianti, è ineliminabile, se è il caso. È un’esperienza: non se ne possono anticipare i risultati. La logica qui non basta, ci vuole anche l’audacia (osservazione che riprendo da un messaggio che mi scrive Marie-Hélène Brousse).

4 – La Scuola Una ha, secondo lei, dei precedenti nella cultura o è assoluta, inedita?

In modo incisivo, dico:Joachim de Flore! Telema! Charles Fourier!

5 – Questo desiderio, che non è né quello di fare scuola né di fare uno, quali apparecchi, quali strumenti sono ad esso adeguati? Qualcosa di umano gli è estraneo?

Apparecchi, strumenti: la parola, la scrittura, dunque: il transfert, il sapere, la lettera, tutto l’armamentario. Il resto – regolamenti, titoli, decoro – è accessorio, è questione di opportunità, di aggiustamento pragmatico. Non abbiamo la stessa nozione dell’umano che ha Terenzio. Per il discorso analitico, l’umano è estraneo all’umano, perché l’inumano gli è estimo.

6 – Primo tempo, la Scuola Una è dichiarata. E subito, dissolta tra due anni. È per sostenere il desiderio senza il quale essa smetterebbe immediatamente di esistere?

È proprio così. È il contrario del discorso universitario, in cui il sembiante di sapere fa la legge al più-di-godere. Qui, Eros comanda. Questa Scuola non potrà che dare ciò che non ha, poiché non avrà niente: nessuna quota, nessun bene, la povertà assoluta. Sarà la mendicante del Campo freudiano. La più bella Scuola del mondo può dare soltanto ciò che non ha. Il suo nome è Aporia.

7 – Gli interlocutori “naturali” di quella che avete designata, per alcuni anni, la Scuola di Lacan, sembravano essere le altre comunità analitiche. Non si tratta di qualcos’altro qui?

Ha capito molto bene. Però, ciò non significa che domani, la Scuola Una sarà il genere umano…

8 – Per esempio, apprendere a parlare, a partire dalla Scuola Una, con chiunque volesse, di colpo, vederci più da vicino?

L’intendo come una sua proposta. Sarebbe un miracolo del Signore poter arrivare a questo. È già molto bello che si apprenda a parlare con chiunque delle altre Scuole. Éric Laurent ne ha fatto la dimostrazione tutte le settimane su *Ornicar? digital*. E ieri sera, in rue Huysmans, abbiamo visto che funzionava: quattro membri dell’ ECF ne presentavano quattro dell’ EOL. Questo è l’ effetto Scuola Una.

9 – Questa Scuola Una sovvertirebbe al tempo stesso la famiglia, così come la scienza stessa l’ha molto cambiata, e la nostra buona vecchia scuola laica e repubblicana?

Essa sovverte la metrica di quello che è prossimo e di quello che è lontano, sostituendogli una topologia. È lo spazio nuovo che apre già alla trasmissione dello scritto elettronico. Però la famiglia ha altri fondamenti e altre risorse.

10 – Allo stesso tempo essa sarebbe l’altro di ciascuna delle nostre proprie istituzioni? Il partner della solitudine di ognuno che si confronta con la psicoanalisi?

La Scuola Una, in effetti, è la Scuola Altra. E persino la Scuola Altra dell’Altro, quella che non esiste, uno *want to be*. È il catalogo impossibile di Bertrand Russell. È la molteplicità inconsistente dei Meno-uno, con in più l’attrazione appassionata.

Parigi, 27 gennaio 2000

Pubblicato ne La Lettre mensuelle, marzo del 2000