Omar Battisti – membro SLP e AMP
Longiano, 28 settembre 2022

Al tempo di Freud la medicina relega e degrada i sintomi isterici ad essere nient’altro che dissimulazione e teatro. Invece di continuare ad insultarle in questo modo, Freud dà la parola e ascolta chi vi si rivolge perché spinta da una sofferenza che tocca il corpo.

In consultazione, anche oggi, si ascoltano donne ferite dalle parole che gli si rivolgono. Mi interessa qui prendere in conto al di là dell’intenzione di insultare il fatto che una parola sia presa come insulto, “come una frecciata”. Ciò che in questo caso ferisce non è solo nell’intenzione di chi apostrofa in malo modo, ma non c’è in causa qui qualcosa che spinge l’essere insultato a prendere una posizione di scarto dell’altro? Lacan dice che una donna la si diffama, la si dice donna. Miller arriverà a formulare che il godimento femminile, godimento del corpo, è lo statuto del godimento in quanto tale, un’Alterità impadroneggiabile che abita ogni essere parlante. La diffamazione non è allora rivolta, uomo o donna che sia, a quella parte del proprio godere che è irriconoscibile e sempre misconosciuta da colui che parla? Inammissibile e quindi rigettata in qualcun altro? Ci trovo qualcosa di questo in un brano di Levante e Max Gazzè[1], in particolare quando cantano: “all’improvviso mi ricorderò di dimenticarti in un cestino/sei un pezzo di me…” e al maschile “all’improvviso ti ricorderò di dimenticarmi in un cestino/sei un pezzo di me…”.

Miller, nel corso del 13 dicembre 1989, mette in luce come ben prima di arrivare a formulare una teoria dell’insulto, la questione si riduce a chi insulta chi. Questo mi riporta ad un’inchiesta dell’agosto 2022 fatta dal mensile Millennium, intitolata “Il vaffa day delle élite”. C’è in gioco un’offesa che non ha fine, tra colui che scrive l’articolo, rivolta ad altri giornalisti che sostengono l’accusa delle élite di dare dei cialtroni e poco di buono agli elettori che non sono altro che ignoranti. In questo contesto colpisce come anche una semplice parola di uso comune sia usata come insulto, quando Brunetta rivolgendosi a dei lavoratori precari, ne zittisce uno dicendogli: “Continua a fare il tappezziere, dipendente!”[2].

Qualsiasi parola può essere un insulto. La parola stessa comporta un versante che ferisce. Miller pone in evidenza qualcosa che ci si può aspettare da un’analisi, che un soggetto impari a parlare, a ben dire. Non è questo il contrario dell’insulto?

[1] Levante e Max Gazze, Sei un pezzo di me…, https://www.youtube.com/watch?v=XNGL_5N4_ZU

[2] F. d’Esposito, L. Giarelli, G. Salvini, Gli elettori? Una banda di cialtroni, in Millennium, agosto 2022, p. 14.