“Il significante come tale ha per effetto la divisione del soggetto. (…) Lungi dall’avere qui a che fare con il soggetto unificante della percezione che è il soggetto presupposto da ogni psicologia, abbiamo al contrario un soggetto diviso dalla sua percezione del significante. È una delle tesi basilari per cui la psicoanalisi non è una psicologia”.
J.-A. Miller, Capisaldi dell’insegnamento di Lacan
La Giornata Nazionale dei Cartelli è il primo appuntamento di un percorso di lavoro di Scuola che ci porterà al Convegno Nazionale: “Il ben-essere e il ben-dire“. Per questo, applicare il “ben dire e i resti” al Caso del Piccolo Hans ci farà avanzare nel nostro lavoro.
Il Piccolo Hans, da Freud a Lacan … ci permette di estrarre elementi di ben-dire (del paziente, dell’analista e quanti partecipano alla cura) e, nello specifico lacaniano, “i resti” che stanno al cuore della sua fobia.
Dal ben-dire di Hans alla M (del morso, della macchia, della madre, della minaccia di castrazione, della mancanza materna), resto con cui Hans si è fatto un sinthomo… sulla via del teatro e della musica.
Ciascuno è quindi invitato a partecipare attraverso l’invio di proposte di intervento maturato in Cartello.
I testi di massimo 5000 battute, spazi inclusi, dovranno pervenire entro il 21 settembre all’indirizzo mail: http://cartelli@slp-cf.it
Si propongono quattro assi, a partire dai quali stimolare l’elaborazione
1) Il ben-dire in cartello
2) Elogio del dire
3) I resti nel lavoro cartello
4) Il sapere prodotto in cartello
È l’occasione per mettere alla prova il ben-dire e i resti, il detrito che, come ci ricorda Lacan nel Seminario “La logica del fantasma” è il “punto da tenere in considerazione è il detrito, non solo in quanto segnale, ma come qualcosa di essenziale, perché è ciò attorno a cui ruoterà la nostra interrogazione a proposito dell’alienazione”.
Come Jacques Lacan ci ricorda nell’Atto di Fondazione della Scuola Freudiana di Parigi:
“Per lo svolgimento del lavoro adotteremo il principio di un’elaborazione sostenuta in un piccolo gruppo”.
Ciascuno è convocato al lavoro di Scuola.
L’orientamento lacaniano ne “l’esp d’un laps”.[1]
Maria Anna Gentile, Partecipante SLPcf
“L’orientamento lacaniano ne l’esp d’un laps” è il titolo dato al mio contributo nell’ambito del Cartello (Del trauma e del risveglio. Lettura dei testi sui concetti fondamentali.), che fa riferimento proprio all’ultimo insegnamento di Lacan incentrato sull’applicazione teorica che poggia sul nodo borromeo e il registro del Reale al cuore dell’esperienza analitica.[2]
Titolo è sostenuto dalla domanda su quale sia il movimento implicato in questo “orientamento” nella ricerca di una nuova bussola che Lacan ci indica con il suo ultimo insegnamento e quindi con l’ultimo orientamento lacaniano.
All’inizio del ciclo di incontri di Cartello siamo partiti dal marcare la differenza tra l’inconscio “Transferale” basato sul registro del simbolico, di matrice freudiana, di cui il binomio l’S1-S2 rende la strutturazione, al passaggio radicale all’inconscio “Reale” come di ciò che avviene prima/senza/aldilà della macchina interpretativa[3], l’espressione “l’esp d’un laps” ne riassume la portata. Lacan sembra qui operare una certa riduzione: in questa espressione, che troviamo nella prefazione all’edizione inglese del seminario XI, Lacan scrive riducendo lo spazio della frase, le parole risultano troncate in una estrema riduzione, tanto che non si capisce_ l’esp d’un laps _se non si fa lo sforzo di risalire/dare/ricostruire la significazione ricorrendo alla sua “rappresentazione significante”: L’espace d’un lapsus .
Se nel registro del Simbolico troviamo il significante, ciò di cui si tratta a livello del Reale attiene alla lettera, Estella Solano nel testo Tre secondi con Lacan, scrive che la lettera è del registro del fuori senso, “per far sorgere ciò che nel significante risuona”. In quello che possiamo definire uno spostamento nel percorso lacaniano, troviamo il passaggio dalla grancassa del significante alla sua carcassa: un resto, rintracciabile ne la lettera. Lo spostamento teorico che troviamo nell’orientamento dell’ultimo Lacan va verso una riduzione dell’inconscio allo statuto di lettera a livello del reale, al movimento de la lettera, da Letter a Litter come Joyce fa e Lacan ci indica[4], e a ciò che di questo movimento risuona. La riduzione a la lettera entra in rapporto al Il tintinnio de lalingua: argent-ina/argent-denaro[5]. Lacan, ci indica Solano, per fare questa operazione esercitava la sua funzione nel più stretto rigore “materialista”, cioè che a partire dal neologismo “moterialiste”, Lacan gioca con l’omofonia di mot -parola in francese- e materialismo per indicare la materialità delle parole in cui risiede l’inconscio[6].
Nel Seminario XX -Ancora- a pagina 28, Lacan parla “del senso uditivo del termine” un senso che non ha a che fare con quanto ciò significa, ma occorre che, nella dimensione del significante, s’intenda la risonanza nel senso uditivo. In questo passaggio troviamo un Lacan impegnato nell’operazione di opposizione all’intenzione di significazione[7]. Far sorgere ciò che risuona nel significante chiama in causa l’equivoco che germoglia nel taglio che separa s1 – s2. Siamo nella dimensione dell’atto. Lacan si appoggia a Joyce, che da letter a litter fa saltare la lingua e il senso[8] , in “Pezzi Staccati” di Miller leggiamo che nell’orientamento lacaniano dell’ultimo Lacan “l’ordine del linguaggio si mostra come scomposto, disfatto” (pag. 27).
Nello spostamento dal linguaggio a lalingua, dall’inconscio strutturato come un linguaggio all’inconscio apparato di godimento delucida Il tintinnio de lalingua come canovaccio e il suono della lettera preso nel suo valore di risveglio. In La Psicoanalisi n° 36, troviamo che la poesia nella sua dimensione di sublimazione si pone come ciò che va oltre il senso. La sublimazione rappresenta di quel momento di risveglio, in cui La poesia, fatta di suoni di ritmi, si pone come dell’orine del risveglio, nell’esp d’un laps, dove il tintinnio de lalingua evoca la riduzione a la lettera.
Ma dove “risuona”? Nel Seminario XXIII, Lacan afferma che “la pulsione è l’eco nel corpo del fatto che ci sia un dire” ritroviamo il corpo come terreno su cui si traccia ciò che non cessa di non scriversi, che ha a che fare con una risonanza del senso nel corpo. In Lituraterra Lacan ritaglia ciò che del significante non fa frontiera_ terra di reciprocità_ bensì litorale dove l’Uno dettaglia la sua funzione. Il luogo dell’Altro nell’ultimo Lacan non è più il significante ma il corpo, il corpo che diventa Altro[9], possiamo collocare l’esp d’un l’esp in ciò che fa traccia sul corpo.
[1] “Quando l’esp d’un laps […] non ha più alcuna portata di senso o di interpretazione), solo allora si è sicuri che si è nell’inconscio”. J. Lacan, Prefazione all’edizione inglese Seminario XI, Atri Scritti, Einaudi, Torino 2013
[2], J-A. Miller, “L’orientamento lacaniano”, La Psicoanalisi n°42, Astrolabio, Roma 2007
[3] J-A. Miller, Divini Dettagli, Astrolabio, Roma 2021, pag. 27
[4] J. Lacan, Il Sinthomo, Seminario Libro XXIII, Astrolabio, Roma 2006.
[5] E. Solano Suarez, Tre secondi con Lacan, Rosemberg &Sellier, Torino 2013
[6] Scilicet 6/7, Ecole Freudienne de Paris, Seuil, Parigi 1976
[7] J. Lacan, Piccolo discorso all’O.T.R.F., in La Psicoanalisi n°19, Astrolabio, Roma 1996
[8] “Secondo il joke fatto precisamente da Joyce” J. Lacan, Il Sinthomo, Seminario Libro XXIII, Astrolabio, Roma 2006, pag. 11.
[9] M. Bassols, “Il falso dualismo tra mente e corpo”, conferenza presso Istituto Freudiano, Roma 2019.
Un effetto del cartello:Il Nome-del-Padre e l’Oltre Edipo
Per una clinica del godimento:il fenomeno Incel
Marta Palmosi, Diplomata Istituto Freudiano per la Clinica, la Terapia e la Scienza
Nell’attuale esperienza di cartello dal titolo “I nodi del godimento”, il libro che abbiamo scelto è L’Uno-tutto-solo scritto a quattro mani da Antonio Di Ciaccia e Jacques-Alain Miller. Partendo dall’ultimo insegnamento, Lacan sottolinea il reale nel suo campo di ricerca conferendogli un primato, un’insistenza, un’urgenza “dominante sino a chiamare in causa la sua stessa pertinenza”.[1]
Non considerando più la psicosi a partire dalla nevrosi vale a dire individuandone il difetto nella mancanza di un significante nel luogo dell’Altro, la ricerca rilancia il reale, da ciò che si ripete al cuore della struttura e non solo. In questo senso, la psicosi mette a nudo un reale che non è più una sua esclusiva ma è presente in ciascun soggetto parlante, diventando la modalità da indagare per analizzare come il soggetto si ‘sistema’ nel rapporto con il reale, il (proprio) rapporto con il godimento.
Solo il Nome-del-Padre dà la possibilità di regolare, distribuire il godimento, ovvero intervenire sul registro del reale segnalando la presenza dell’oggetto a nel campo di realtà del soggetto. Ma qualcosa oggi, del godimento, sfugge al Simb-ordine.
Dei residui aprono ad una dimensione di una non-più-garanzia del Nome-del-Padre, si può godere senza l’Altro di un godimento proprio, unico, non condiviso e né condivisibile, autistico.
Dunque, come interrogare questi residui di godimento dal momento in cui la messa a fuoco del Nome-del-Padre non fornisce più una forma di garanzia?
Una risposta ce la fornisce il web o, meglio, il dark web.
In una zona remota del sottosopra virtuale si aggirano giovani, uni-tutti-soli che si autodefiniscono Incel (Involuntary Celibate) ovvero coloro che arretrano da qualsiasi circuito del desiderio, non trovando un posto simbolico rimangono bloccati in un gioco di specchi che li vomita come scarti, residui virtuali a cui non c’è un’immagine che restituisce loro una forma, un posto.
“Ma io ti piaccio?” sono le parole dell’adolescente Jamie, protagonista della serie di Netflix Adolescence (2025), che cerca ancora una volta di essere riconosciuto da un adulto prima di essere, infine, accusato di aver ucciso una sua coetanea, accoltellata sette volte.
“Perché era una Stacy” dirà il tredicenne riproponendo a gran voce come un automa, frasi interrotte, spezzate, provenienti da forum, chat e gruppi Telegram, l’atmosfera a cui appartiene: un’aria rarefatta, satura di godimento, la manosphere.
Nessuno però l’ha mai notata, questa voce, questo cambiamento.
“Mi dispiace ragazzo. Avrei potuto fare di meglio” chiude il padre di Jamie di fronte al figlio suicida.
[1]J-A. Miller, A. Di Ciaccia, L’Uno-tutto-solo. L’orientamento lacaniano, Astrolabio, Roma 2019, pag. 69.
Il fantasma è strutturato come una frase[1]
Alessandro Siciliano, Membro sotto condizione SLPcf
Nell’esperienza soggettiva, il fantasma si dà come una frase. Di tale frase, tuttavia, il soggetto non può fare esperienza diretta, non la vede comparire nella propria realtà come un oggetto per sé. È invece una frase inconscia, che determina effetti di ripetizione, che muove la vita in certe direzioni anziché altre.
Il fantasma è articolato come una frase. Vediamo già il principio di ciò quando Freud, tramite Groddeck, usa il termine Es, pronome neutro di terza persona singolare. C’è un soggetto dell’inconscio che non è Io, che è non-io. «Occorre concepire l’Es nell’insolita, anomala positività che assume essendo il non di quell’Io che, per essenza, è non sono».2
Possiamo reperire in una frase, struttura logica e grammaticale, ciò che è Io e ciò che non è Io, cioè il resto della frase. Nella frase Un bambino viene picchiato abbiamo un esempio di un’articolazione logica e grammaticale, in cui non compare io e che si presta come supporto di una pulsione. «L’Es è tutto ciò che, nel discorso in quanto struttura logica, non è io, vale a dire tutto il resto della struttura».3
Cosa fare di o con questa frase? Solitamente, una frase si legge, e leggendola se ne coglie un senso. Niente di tutto ciò. Innanzitutto, la frase del fantasma non può essere ricostruita, dedotta, o messa in luce se non attraverso un lavoro psicoanalitico. Per quanto ne sappiamo, è solo l’analisi che dà occasione al soggetto di incontrare la costruzione del proprio fantasma, di costruire una frase che è sempre stata lì in silenzio. Si tratta dunque di una frase che non parla, ma agisce, produce effetti, struttura un rapporto col mondo. Non si legge, «non si commenta, essa si mostra».4
Se l’inconscio è strutturato come un linguaggio, il fantasma è strutturato come una frase. È una questione che ritorna in più punti di questo seminario. «L’inconscio è un momento in cui, al posto del soggetto del puro linguaggio, parla una frase, riguardo alla quale la questione è sempre quella di sapere chi l’abbia detta».5 Chi parla? Chi ci ha parlato? Come si è scritta questa frase, che sarà supporto materiale del desiderio e del godimento con cui il soggetto avrà a che fare?
Altro punto interessante. Secondo Lacan, non è sempre stato così. L’impossibilità per il soggetto di reperire la frase dell’inconscio, se non tramite l’operazione analitica, è un dato con una sua storicità. Non si può pensare il discorso analitico senza l’avvento del discorso scientifico. Per meglio comprendere questo strano rapporto del soggetto con un linguaggio inconscio che parla di lui ma non a lui, occorre prima vedere il passo compiuto da Cartesio e tutto ciò che da lì è derivato. Per questo Lacan si è a lungo dedicato a Cartesio, soprattutto in questo seminario. Non si riesce a comprendere bene l’io non sono e l’io
non penso di cui è fatto l’inconscio se non si è compiuto, assieme a Cartesio, il movimento del cogito, l’invenzione dell’ io penso e dell’io sono. «L’inconscio, il suo statuto che possiamo definire scientifico poiché trova origine in virtù della scienza, è il soggetto in quanto, rigettato dal simbolico, riappare nel reale, dove presentifica quello che è ormai un fatto compiuto nella storia della scienza, ovvero il suo unico supporto: il linguaggio».6
In quanto frase che non si legge, non si comprende, che non fa senso ma che si mostra, il fantasma è una
«significazione chiusa». Essa non si comprende e non si spiega, ma piuttosto «dà la misura della comprensione, la misura accettata, acquisita». Noi comprendiamo qualcosa solo nella misura in cui quella cosa «risveglia in voi la dimensione del desiderio».7 L’ultima lezione del seminario è da Miller titolata l’assioma del fantasma. Il fantasma costituisce l’assioma fondamentale del soggetto, punto evidente a sé stesso e indimostrabile, che orienta ogni comprensione. Ogni senso compreso è allora un senso goduto. C’è partecipazione al senso solo se questo fa vibrare qualcosa che è dell’ordine del fantasma. Perciò Miller può formulare, nel suo imprescindibile Il rovescio dell’interpretazione, che «il fantasma è una frase che si gode».8
Il punto viscerale in cui si condensa il senso goduto, il j’ouï-sens, è l’oggetto a, incastonato nel fantasma. Nella lezione dal titolo Non c’è atto sessuale, Lacan cita un passaggio di Feuerbach: «[L’uomo nulla è senza oggetto.] Ma l’oggetto a cui un soggetto è legato da rapporti necessari, essenziali, quest’oggetto non è altro che l’essenza propria, ma oggettiva, del soggetto».9
[1] Scritto in un lavoro di cartello dal titolo Lettura e commento del seminario XIV.
[2] J. Lacan, Il seminario. Libro XIV. La logica del fantasma. 1966-1967, testo stabilito da J.-A. Miller, a cura di A. Di Ciaccia, Einaudi, Torino 2023, p. 106
[3] Ivi, p. 107.
[4] Ibidem.
[5] Ivi, p. 231.
[6] Ibidem.
[7] Ivi, pp. 347-348.
[8] J.-A. Miller, Il rovescio dell’interpretazione, in La psicoanalisi, n. 19, Astrolabio, Roma …, p. 124.
[9] L. Feuerbach, L’essenza del cristianesimo, Feltrinelli, Milano 1971, p. 26.







