L’ascolto dello psicoanalista in un contesto particolare, quale è quello del carcere di massima sicurezza, fa emergere la connotazione singolare che la “parola” assume all’interno di una istituzione regolata da norme rigorose e stabili. L’incontro con soggetti condannati per reati di mafia o terroristici di matrice religiosa, la cui appartenenza è sancita dall’adesione ad un codice altrettanto rigido, e la cui identificazione all’organizzazione passa anche attraverso il divieto della parola, può aprire un varco nel muro del “silenzio” e condurre il soggetto a un uso inedito e meno angosciante della parola.
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