Omar Battisti

Occorre un evento perché ci sia ricordo? Più semplicemente: cosa si ricorda quando ricordiamo qualcosa?
Lacan nel Seminario XXIII si domanda: “Abbiamo una memoria?”[1] e considera piuttosto che: “si ha da dire”[2].
Il 10 febbraio sarà la Giornata del ricordo, legata al massacro delle Foibe. La data non è quella del massacro ma quella della firma del Trattato di Parigi[3] che ha sancito le condizione della pace tra Italia e Alleati.
Si ricordano i massacri nel giorno in cui vengono poste e promulgate le condizioni della pace.
Quali condizioni?
Senza essere uno storico che dispone degli strumenti per interpretarlo in quel senso, ho provato a leggere il trattato, facendo lo sforzo di non arrendermi al primo articolo e abbandonarmi all’idea che ci sia un altro a fare questo lavoro al mio posto. È saltato agli occhi che a scapito delle morti di tanti essere umani, gli Stati risolvono la questione ridefinendo i confini dei territori: quello che era tuo diventa mio. Questo si accompagna al fatto che su quei territori valgono leggi diverse da quelle precedenti. Alla base di queste condizioni c’è un vincolo di reciprocità tra diritti e doveri delle persone soggette alle leggi promulgate dagli Stati.
Dunque, alla base di questo trattato, c’è tutta una serie di confini ridefiniti che cambiano le frontiere.
Una frontiera si può stabilire solo per via simbolica: trattati, ambasciatori, governi, accordi, mappe, cartine, e altro ancora. Ma prevede che il territorio sia diviso tra istanze equivalenti e reciproche: gli Stati e le sue leggi.
La guerra e il massacro delle Foibe oso dire abbia funzionato con la stessa logica: tu hai qualcosa che è mio, tu non sei come io voglio tu sia. Viene riconosciuta però implicitamente una reciprocità di base tra i belligeranti, che in quanto tali sono inseriti nella coppia amico-nemico, da combattere in vista della vittoria e perno della guerra tra gli Stati.
Settantuno anni dopo la firma di questo trattato, a San Giovanni in Marignano parleremo di: Lo straniero. Crisi soggettiva e ordine sociale, in vista del Forum di Roma del 24 Febbraio.
L’Amministrazione Comunale che ci ospita ha voluto inserire, cosa di cui la ringraziamo, questo incontro tra quelli per la celebrazione della Giornata della Memoria e della Giornata del Ricordo.
Questo mi ha portato a volerne sapere qualcosa di più su quel massacro e sul trattato che vi ha posto fine, a partire da questa domanda: cosa c’entra lo straniero con il ricordo?
Leggere quel Trattato mi ha illuminato su una questione che Miquel Bassols affronta nel suo testo Frontiera e litorale, amore e godimento[4].
Oggi è saltato qualcosa della reciprocità alla base dell’operatività delle frontiere, che non fanno più fronte all’angoscia provocata dallo scontro/incontro con qualcosa che non è inserito nella coppia amico-nemico, ma fa precipitare nell’abisso che separa e incolla uomini sparsi e vaganti per un territorio sconfinato, senza bussola e punti di riferimento.
Il litorale non è la frontiera, evidenzia Bassols.
Freud è stato “come un Cristoforo Colombo del XX secolo”[5] che ha scoperto l’inconscio “una ‘terra incognita’ per la nostra civiltà”[6].
Forse, nel XXI secolo uno psicoanalista potrebbe funzionare come passeur, passatore, bandito dei resti umani vaganti in luoghi sconfinati, cercando di traghettare l’insopportabile, oscura, presenza di una soddisfazione paradossale che fa soffrire, verso il parlare la propria lingua come una lingua straniera, con una nuova e inedita possibilità di soddisfazione sinthomatica.
La psicoanalisi ci insegna che il legame tra un evento e il suo ricordo non è lineare: non si apre un file premendo un bottone che libera il ricordo di un evento. C’è qualcosa che ostacola in partenza questo funzionamento illusorio. Occorre avere “il coraggio di rivolgere […] l’attenzione”[7], Freud dixit, a quell’insopportabile e ignoto presente a ciascuno.
Un destino si crede sia già scritto, così come la storia, ma i casi strutturalmente estranei della vita possono aprire ad una diversa occasione, ad una vita da reinventare sempre per riscoprire una radice della parola crisi: opportunità. Questo non implica liquidare ciò che è estraneo, ma inventare una risposta diversa all’Unheimlich.
Ciò porterebbe, come sosteneva Miller a Torino, non tanto alla celebrazione di un ricordo ma alla creazione di un evento.


[1] J. Lacan, Il seminario. Libro XXIII. Il sinthomo, Astrolabio, Roma 2006, p. 130.
[2] Ivi.
[3] Su http://www.instoria.it/home/trattato_pace_italia_alleati.htm
[4] Miquel Bassols, Frontiera e litorale, amore e godimento, su https://www.slp-cf.it/frontiera-litorale-amore-godimento/
[5] Ivi.
[6] Ivi.
[7] S. Freud, “Ricordare, ripetere, rielaborare”, in OSF. Vol. 7, Bollati Boringhieri, Torino 1989, p. 358.