Intervista a Miquel Bassols

a cura di Carlo De Panfilis

D.  Come Lei ha evocato nell’intervento conclusivo alle giornate di lavoro, tra amore e     godimento c’è sempre una discontinuità che la vita amorosa fa emergere nelle sue derive e nei suoi sintomi. Il transfert analitico è il tentativo di costruire un legame tra questi due territori della vita pulsionale del soggetto. Quali frontiere deve affrontare la psicoanalisi del XXI secolo?

R.      Partiamo dall’idea, feconda, di frontiera. La frontiera suppone un limite tracciato tra due territori, due spazi che esistono a partire da quel momento in quanto distinti, come stranieri l’uno per l’altro. Prima di tracciare una frontiera non c’è distinzione possibile tra gli spazi. Di fatto, senza frontiera, non possiamo concepire nemmeno lo spazio stesso. La frontiera fa esistere due territori in modo tale che essi possano mantenere una relazione di reciprocità, con una misura comune tra di loro. È ciò che capita, ad esempio, col cambio tra monete di due paesi diversi. La misura comune consente la reciprocità. È un’idea sulla quale Lacan fa una ricerca nel suo testo, difficile, intitolato Lituraterre , dove distingue la frontiera dal litorale, inseguendo la distinzione tra la logica del significante, che traccia delle frontiere simboliche, e la logica della lettera, letterale, che fa piuttosto da litorale nel reale. Quando si tratta della lettera, tutto un campo fa da frontiera senza che ci sia un passaggio dall’Altra parte, perché non c’è in realtà un’Altra parte, ma solo taglio, discontinuità. Il litorale è una frontiera molto rara perché non conduce a un Altro luogo. È l’esperienza che potevano avere, ad esempio, gli abitanti dell’una e dell’altra parte dell’Atlantico prima che Cristoforo Colombo disegnasse, senza saperlo, una frontiera tra di loro con il viaggio delle tre caravelle. Deve essere stata una strana esperienza, che non possiamo più conoscere, dinanzi all’immensità di un territorio che non conduceva da nessuna parte. Una frontiera, invece, oltre a differenziare due campi, suppone che ci sia un passaggio possibile da Un luogo all’Altro. È la legge del significante, che consente al soggetto di passare da un significante all’altro, e di essere quindi rappresentato da un campo in relazione all’altro. La lettera, dal suo canto, tale e quale Lacan l’elabora in quanto diversa da una rappresentazione grafica del significante, non suppone l’Altro, s’iscrive piuttosto al posto dell’Altro che non esiste, suppone un taglio, un buco reale nei sembianti, nei significanti del linguaggio.
Questa breve introduzione serve allora per rispondere alla domanda in modo consono all’esperienza analitica orientata dal reale.
La psicoanalisi ha sempre trattato con il campo più straniero che esiste per ciascun soggetto, un campo senza frontiere precise, impossibili da delimitare in una mappa, una “terra incognita” che compare soltanto come uno spazio in bianco fatto da litorali e da discontinuità. Freud lo chiamò inconscio ed è un dominio che cambia col tempo, come cambia anche la clinica da un’epoca all’altra, come cambia la psicoanalisi stessa lungo le decadi. Chiamiamo questo dominio anche “il campo del godimento”, riprendendo il termine che ha introdotto Lacan per condensare la libido freudiana e la pulsione di morte. Quando si tratta del godimento, non vi è alcuna reciprocità possibile, c’è soltanto una stranierità radicale. Non possiamo dire, ad esempio, che il godimento del soggetto è il godimento dell’Altro, come  invece possiamo dirlo rispetto al desiderio, secondo la nota formula lacaniana: “il desiderio è il desiderio dell’Altro”. Possiamo dire lo stesso anche dell’amore che, cosa strana, Lacan sosteneva fosse sempre reciproco: amare è sempre essere amato dall’Altro.
Nell’eterogeneità territoriale che esiste tra questi due ambiti dell’amore e del godimento, sempre stranieri l’uno per l’altro, possiamo situare tutta la serie dei malesseri e dei sintomi del soggetto contemporaneo che è solito arrivare dall’analista precisamente con un lamento a partire dalla sua singolare esperienza di  estraneità, d’impossibilità di godere di ciò che ama e di amare ciò di cui gode, di cui gode sempre malgrado se stesso.
Orbene, in questo XXI secolo stiamo assistendo precisamente al declino definitivo di una clinica, quella del DSM, la quale credeva di poter tracciare delle frontiere precise, classificando all’infinito i malesseri del soggetto con la sua descrizione normativa. La stessa psichiatria non può concepire oggi, cosa venga dopo quel mare diffuso di sintomi e di malesseri che si apre sempre di più, come nemmeno gli abitanti precolombiani potevano immaginare cosa c’era oltre il loro litorale marittimo.
L’esperienza del transfert analitico, della clinica sotto transfert – come l’ha definita  Jacques-Alain Miller – è sempre una novità nel campo della clinica. È un nuovo discorso, la scommessa di ogni soggetto per ricercare in quella zona d’inclusione e di esclusione tra amore e godimento che è nel nucleo del proprio malessere. È una scommessa, ogni volta rinnovata, per sapere se egli può amare ciò di cui godeva, senza saperlo, nel suo sintomo. Detto in un modo che riprende i termini precedenti: si tratta, per ciascun soggetto, di sapere inscrivere e leggere il proprio litorale, quello dell’istanza della lettera del suo inconscio, lì dove non ci sono frontiere possibili tra territori sempre estranei tra di loro, mai reciproci.
Saper leggere la lettera del testo del proprio inconscio, quella “terra incognita” di ciascuno, è il fine  stesso della psicoanalisi, con l’effetto terapeutico, l’unico realmente desiderabile, che deriva da ciò.
Diciamo però, allo stesso tempo, che la medesima psicoanalisi, sin da quando Freud ha scoperto l’inconscio come un Cristoforo Colombo del XX secolo, è e funziona come una “terra incognita” della nostra civiltà. Lo è anche per se stessa. Perciò abbiamo bisogno dell’esperienza della Scuola, che è una forma d’inscrivere e di leggere i litorali dell’analista e del soggetto che bussa alla sua porta, lì dove le sue frontiere già non servono, o sono scomparse, per trattare il malessere del sintomo.

D.    A Roma, Lei ci ha indicato un prossimo tema di lavoro che si preannuncia, per il suo contenuto, fertile per la psicoanalisi: interrogare l’articolazione fra i resti sintomatici e il resto transferale. Può tratteggiarci questo tema di ricerca?

R.    È l’indagine che effettuiamo nella terra incognita privilegiata delle nostre Scuole che è l’esperienza della passe, un’esperienza dopo la fine dell’analisi. L’esperienza della passe è anche un litorale della psicoanalisi, un’esperienza eterogenea a quella della propria analisi, in un territorio senza frontiere stabilite o designate precedentemente. La passe è la nostra propria estraneità nella quale solo noi possiamo addentrarci a partire dal lavoro e dalle testimonianze degli Analisti della Scuola.
In ogni caso, otteniamo da questa esperienza un insegnamento molto prezioso, rispetto al quale abbiamo isolato e chiamato “i resti sintomatici”, i resti opachi di godimento una volta che il sintomo è stato ridotto al suo senza senso. Il nucleo del sinthomo che incontriamo nell’ultimo insegnamento di Lacan è fatto di questi resti sintomatici una volta che hanno perso il loro potere patogeno e possono essere riutilizzati nell’invenzione di ciascun soggetto. Ciò che mi sembra interessante è il legame che possiamo stabilire ora fra i “resti sintomatici” con quello che proprio Freud, precisamente nel suo testo finale Analisi terminabile e interminabile, chiamò i “resti transferali”  di un’analisi. I postfreudiani credevano che la fine di un’analisi consistesse nella liquidazione di quei “resti transferali”, resti che acquisivano, come dice Freud, una coloritura paranoica. È il dramma dell’istituzione analitica stessa quando crede di potersi prendere cura del transfert, del soggetto supposto sapere, della credenza nell’inconscio. La storia dell’IPA può leggersi molto bene seguendo il pentagramma di questa armonia impossibile della liquidazione del transfert. Occorre dire che lo scientismo della nostra epoca ci spinge a ciò, nella credenza  valga qui la ridondanza del termine – che il sapere della scienza possa risparmiarsi questa credenza tacciandola di essere religiosa. C’è una certa verità in ciò quando proprio gli analisti non possono dire nulla del destino del transfert nella loro formazione e nella loro propria esperienza. La psicoanalisi può allora virare verso la religione, come accade a volte alla scienza stessa che ha preso in molti casi il testimone della religione come luogo di autorità del sapere.
Nelle Scuole dell’AMP, si tratta al contrario di dare il suo giusto posto al transfert come il motore stesso dell’esperienza analitica e della sua trasmissione, in un utilizzo che non sia di impostura, di pura suggestione o di credenza nel sapere. Qui, ciascuno deve incontrare il suo legame singolare tra i resti sintomatici e i resti del transfert.
Cosa fa ciascuno con i resti del transfert nella sua propria esperienza? È la domanda che dovrebbe dirigere l’elaborazione di ogni membro nelle nostre Scuole. Per me, un’idea folgorante di Jacques-Alain Miller presentata in un tweet funziona come una bussola. Egli dice che “il comune mortale tiene il suo soggetto supposto sapere all’esterno, un analista dovrebbe averlo introiettato = confidare nel lavoro del suo inconscio”. Ma occorre seguire questa consegna con quella che viene nel suo tweet seguente: “Può uno aver fiducia del suo inconscio? Sì, stando sempre in guardia, poiché ci sono traditori e senza fede, e altri che sono stupidi […]”.
Mi sembrano due principi per una specie di Oracolo manuale e arte di prudenza – come il titolo dell’opera di Baltasar Gracián – per un’analista all’altezza del suo tempo.

D.    La scommessa della psicoanalisi, orientata dal suo reale, è di fare dei resti elaborati tra amore e godimento nel corpo parlante, l’oggetto agalmatico per rilanciare il transfert, l’amore per inconscio nel XXI secolo. Ci può dare un’ulteriore riflessione?

R.    Di fatto, una delle prime scoperte della psicoanalisi – per la quale sembra che Freud  continui a non essere perdonato – è stata che al cuore dell’amore e del godimento prende posto un resto impossibile da riciclare nella supposta armonia fra i sessi. Per quanto la sessuologia o la psicologia dei nostri giorni proseguano impegnandosi in ciò, nell’impossibile complementarietà e reciprocità tra i sessi si incontra questo oggetto resto che Lacan scrisse con la a dell’oggetto scarto, causa del desiderio. In effetti, l’oggetto feticcio continua a essere il paradigma dell’oggetto residuale sul quale si costruiscono le condizioni di godimento per ciascun soggetto, tanto dal lato maschile, quanto dal lato femminile. Ricordiamo che Lacan situò molto presto  questa condizione di struttura nell’amore e nel godimento, in un modo divergente dal lato maschile e in un modo convergente dal lato femminile. Dal lato maschile, c’è sempre una forza centrifuga che tende a separare l’oggetto d’amore dall’oggetto del godimento. Dal lato femminile, la forza è più centripeta, incarnando in uno stesso oggetto la domanda d’amore e l’esigenza del godimento, per quanto il  prezzo sia quello di separarlo, alla fine, dal corpo naturale del suo partner. Il film L’impero dei sensi, di Nagisa Oshima è paradigmatico di questa condizione del godimento femminile facendo apparire questo resto dell’oggetto nella castrazione reale dell’uomo. Sia come sia, il finale della storia fa sempre apparire l’oggetto in questione come un resto.
Non dovrebbe sorprenderci dunque che Lacan abbia situato questo oggetto resto come l’alfa e l’omega della civiltà: “La civiltà – scriverà nel 1971 – è la fogna” . E non si tratta unicamente dell’oggetto anale, ma di tutta la serie dei nuovi oggetti – orali, scopici, invocanti, fallici – che risplendono nello zenit sociale con le nuove tecnologie. Già non sappiamo che fare con i suoi resti impossibili da riciclare.
La cosa interessante della psicoanalisi come nuovo discorso – l’ultimo a nascere dopo il discorso del Padrone, con la sua variante capitalista, del discorso dell’Università e del discorso del soggetto isterico – è che mostra la fecondità di questo oggetto a condizione di rinunciare al suo riciclaggio impossibile, a condizione di comprendere che sta nel luogo di un oggetto perduto e che funziona nella misura di questa perdita strutturale. Detto in altro modo: non c’è più oggetto naturale che si possa recuperare, sia nell’esperienza sessuale o nell’esperienza del sapere, solo il suo sostituto creato attraverso il linguaggio, attraverso il significante, come un “sembiante”. Il poeta – José Lezama Lima in questo caso – lo ha detto a suo modo citando Pascal: come la vera natura si è persa, tutto può essere natura. E aggiunge: di fronte al pessimismo della natura perduta, l’invincibile allegria dell’immagine, della metafora, della sostituzione, del sovrannaturale, di ciò che chiamiamo anche “sintomo” .
L’amore nel XXI secolo, l’amore nei tempi del sembiante generalizzato, è l’invenzione di un nuovo sintomo che rende sopportabile, “sostenibile” – possiamo dire ora con un tono ecologista, l’impossibile relazione tra i sessi.

D.    Il transfert e il corpo parlante legano i lavori del recente Convegno della SLP con il prossimo Congresso dell’AMP, che si terrà a Rio de Janeiro nel 2016. Su quali versanti della clinica e della teoria psicoanalitica ci dovremmo confrontare, secondo lei, per orientare e aggiornare la ricerca e la pratica psicoanalitica?

R.    In effetti, il tema del prossimo X Congresso dell’AMP, così come lo ha proposto Jacques-Alain Miller, sarà Il corpo parlante. Sull’inconscio nel XXI secolo. Il corpo parlante è un nome dell’inconscio nel XXI secolo. Di fatto, è oggi un nome ancora più enigmatico dello stesso termine  di inconscio. Che cos’è un corpo parlante? Nessuno lo sa definire molto bene, è veramente un mistero, come diceva Lacan. Nulla a che vedere, in ogni caso, con l’idea di un organismo, per quanto lo supponiamo molto vivo e complesso, così come lo concepiscono per esempio la biologia e le neuroscienze del nostro tempo. D’altra parte, ciò che vive, ciò che fa la specificità della vita, è un enigma anche per la stessa biologia che non è ancora arrivata a definire  cosa distingua un essere vivente. Fin dall’Antichità, il Bios non si lascia acchiappare tanto facilmente senza rinviarlo alla morte, che gli è consustanziale, una morte che ha un posto solo in un mondo simbolico, prodotto del linguaggio. Parafrasando Heidegger, possiamo dire che solo l’essere che parla giunge a morire, gli altri esseri periscono, cosa molto diversa.
L’ironia del nostro tempo è che il termine Bios, che ha designato la vita a partire dalla Grecia antica, è arrivato a designare il Basic Input / Output System, il programma firmware dei computer. Sembra così che la scienza si trovi a un passo dal confondere definitivamente l’essere vivente con un programma genetico, una complessa Macchina di Turing che sarebbe finalmente riducibile a una serie di algoritmi. È il sogno – incubo piuttosto – dello scientismo del nostro tempo: ridurre l’essere che parla a una serie di algoritmi oggettivabili e maneggiabili in modo computazionale. Da qui sono derivati una serie di trattamenti più o meno degradanti, per esempio nel caso dell’autismo, quando si pensa che il corpo parlante soffre di qualche disordine nel suo Bios.
Nulla di tutto ciò tiene in conto la specificità di ciò che chiamiamo “il corpo parlante”.
La cosa curiosa è che lì dove supponiamo che qualcosa parli supponiamo anche una vita, e non necessariamente il contrario. Come abbordare questo mistero che a volte è un’evidenza, un indizio piuttosto dell’essere che parla? La nostra clinica è una Evidence Based Clinic solamente in questo senso. Per abbordarla, abbiamo bisogno del termine e del campo del godimento introdotti da Lacan che riattualizzano tale clinica. “Là où ça parle, ça jouit, et ça sait rien” : lì dove qualcosa parla, – l’Es freudiano – qualcosa gode, e non sa nulla di ciò. Solo a partire da questa supposizione, credenza inclusa, possiamo situare la specificità del corpo parlante, un corpo che è in primo luogo parlato dalla lingua dell’Es.
Dunque, esiste in entrata questa supposizione che è già un transfert, un soggetto supposto sapere, lì dove qualcosa parla, dove qualcosa gode, senza sapere nulla di ciò.
Il sintomo è il luogo privilegiato che ha incontrato la psicoanalisi per ascoltare tale sapere che non conosce se stesso nel corpo parlante. Non c’è corpo parlante senza sintomo. E la clinica attuale ci mostra una grande varietà di nuove forme con cui il corpo parla ed è parlato, forme che dobbiamo studiare alla luce di questo nuovo termine che viene al posto dell’inconscio freudiano: dai nuovi sintomi di conversione, passando per l’angoscia, proseguendo per le costruzioni fobiche e ossessive, alle forme di psicosi che chiamiamo ordinarie, fino alle più floride nello scatenamento e nel delirio. In ogni caso, la pratica e l’esperienza della psicoanalisi parte da questo mistero che abita nel cuore del sintomo e che chiamiamo “corpo parlante”, altro nome del parlessere lacaniano, dell’essere che parla sotto transfert.

[Intervista rilasciata dopo il Convegno nazionale della SLP tenutosi a Roma il 14 e 15 giugno 2014, nel quale si è affrontato il tema del transfert nel suo rapporto strutturale tra e amore e godimento. Pubblicata in Appunti, settembre 2014]

Traduzione di Stefano Avedano