Éric Laurent
Membro AME dell’ECF e dell’AMP – Parigi, 21 settembre 2022

Articolo pubblicato, in francese, in preparazione alla Giornata di studio dell’Institut de l’enfant, Parents exaspérés, enfants terribles, e disponibile qui: “https://institut-enfant.fr/zappeur-jie7/parentalites-apres-le-patriarcat/

Di che tipo di oggi parliamo quando parliamo di genitorialità contemporanee? Di che tipo di contemporaneità stiamo parlando quando parliamo di genitorialità? A questa domanda si può rispondere in modo descrittivo, demografico oppure psicoanalitico. Da un punto di vista descrittivo, un recente studio ci permette di comprendere profonde trasformazioni1. Il caso francese è certamente specifico e non può essere generalizzato a tutto il mondo, ma indica delle tendenze in atto a livello globale. Il punto fondamentale è l’articolazione tra la scienza e le modalità di costituire una famiglia, che si sono evolute grazie alle nuove libertà aperte dalle leggi sulla parità e sull’uguaglianza di genere.

I progressi della medicina hanno fatto aumentare l’aspettativa di vita di 11 anni in cinquant’anni, raggiungendo gli 82,5 anni con un divario ridotto tra uomini e donne. Quindi la popolazione sta invecchiando. Solo un quarto della popolazione ha meno di 20 anni. Ci sono meno bambini e nascono più tardi. L’età media in cui le donne hanno il primo figlio è aumentata di 4,5 anni, arrivando a 28,7 anni in media, e il tasso di fertilità è leggermente diminuito, anche se superiore alla media europea. Un terzo delle donne diventa madre dopo i trent’anni. Questi cambiamenti sono dovuti all’uso diffuso della contraccezione. L’obsolescenza della forma di unione rappresentata dal matrimonio tradizionale è più marcata. I bambini nati fuori dal matrimonio sono la maggioranza con il 58,6%. Questi bambini sono massicciamente riconosciuti dai padri, solo il 4% non lo sono. La paternità rimane quindi uno strumento giuridico che funziona. Ci sono meno matrimoni, molti dei quali sono seconde nozze, e il numero dei divorzi si è moltiplicato per 3,5. D’altra parte, il matrimonio è completato da altre forme di unione che includono le coppie omosessuali, il patto civile di solidarietà (Pacs) dal 1999 e il matrimonio per tutti dal 2013.

L’articolazione della famiglia con la scienza e le nuove finzioni giuridiche ha spostato le questioni sui bambini e sui loro genitori. Non si parla più di famiglia, per la difficoltà di qualificarla, ma di genitorialità. In Francia, la genitorialità è un neologismo della fine del XX secolo che ha molti campi di utilizzo. È un significante-padrone della nostra civiltà. Nel campo dell’azione politica e sociale verso le famiglie (“aiuti materiali e finanziari alla genitorialità”), la genitorialità è un equivalente della parola “famiglia”.

“Nella legislazione, genitorialità e co-genitorialità sono termini utilizzati nel campo della condivisione legale della potestà genitoriale. La Commissione consultiva nazionale per i diritti umani definisce la genitorialità nei suoi aspetti giuridici, con i doveri dei genitori e i loro diritti relativi all’autorità genitoriale e alla filiazione.

In ambito sociologico, essa descrive nuove forme di coniugalità e di vita familiare. È quindi da intendersi più nel senso di strutture familiari. Oggi si parla di famiglie monoparentali, di famiglie omosessuali e persino di famiglie multigenitoriali nel caso di famiglie allargate. Può anche riferirsi a una modalità di filiazione (genitorialità adottiva, ecc.) o alla situazione dei genitori quando arriva un figlio (genitorialità tardiva)”2.

Genitore è uno statuto giuridico, uno statuto simbolico. La genitorialità va oltre lo statuto. È dalla parte del reale. Parlare di genitorialità non significa lasciarsi affascinare dallo statuto, ma sottolineare l’interazione del bambino con i suoi genitori, nella loro varietà.

Potremmo anche dire che il bambino di oggi nasce in un mondo che non è più strutturato sull’a priori dell’amore del padre; con il suo doppio versante così particolare nella costruzione del ruolo del padre nel mondo occidentale: colui che è amato e, allo stesso tempo, colui che priva del godimento. Questa particolarità rende la sua costruzione ancora più fragile, in quanto il bambino contemporaneo si confronta con le forme del godimento che crea dipendenza, di cui la clinica è testimone. Il bambino si confronta senza mediazione con ciò che non cessa di ripetersi sia sul versante del troppo pieno che su quello del vuoto, come le dipendenze che toccano tutti i circuiti pulsionali: quello orale (anoressia/bulimia, cibo spazzatura, sostanze), quello anale (ritenzione/espulsione, aggressività), quello scopico (videogiochi e schermi) e quello vocale (intolleranza ai comandi della legge).

Aggiungiamo la clinica legata all’impossibilità di abitare un corpo e di fissarlo a un’immagine: tutto ciò che viene raggruppato nella definizione onnicomprensiva di disturbo da deficit di attenzione con o senza iperattività (ADHD). Si consideri anche l’impossibilità di abitare un sesso corrispondente al genere assegnato. Infine, c’è tutta una serie di sintomi che è difficile considerare come nevrotici senza poter essere qualificati come psicotici. Questi nuovi sintomi definiscono una clinica che sottolinea la fragilità del padre. Essa ha spinto alcuni psicoanalisti ad abbandonare il suo statuto alla pattumiera della storia e a decidersi alla società senza padre, variamente qualificata. Questo non è il caso di Lacan, che ha trasformato radicalmente lo statuto del padre freudiano abbandonando il riferimento edipico e situandolo non in relazione alla madre e all’incesto materno, ma in relazione a una donna.

Il superamento del padre universale freudiano

Fin dall’inizio della sua opera, Freud mette al centro il padre: “Il principe regnante si chiama «padre della patria», e il padre è la più antica, la prima, e, per il bambino, l’unica autorità, dalla cui onnipotenza hanno avuto origine, nel corso della storia delle civiltà umane, le altre autorità sociali (trascuro i limiti che il «matriarcato» impone a quest’affermazione)”3. Il padre è alla base di Dio e della relazione fondamentalmente conflittuale che lega il soggetto al suo Dio. A partire dalla tragedia edipica, Freud mostra l’irriducibile discordanza al centro di qualsiasi teoria della religione: “Il tentativo di conciliare l’onnipotenza divina con la responsabilità umana è destinato naturalmente a fallire”4.

In un certo senso, non appena Freud ha visto il posto del padre come portatore del divieto di incesto nell’economia psichica, ne fa il perno della costruzione dell’edificio sociale e religioso, indistinguibile a un primo approccio. È la sua prima parola5, ma anche l’ultima, visto che la riprenderà nel 1939 nel Mosè e il monoteismo. L’antropologia politica di Freud è inseparabile dalla secolarizzazione della sua teoria delle religioni.

Il primo testo a formulare una teoria generale dell’organizzazione sociale è Totem e tabù. Il testo espone una teoria della religione presentata come un contributo all’etnologia (völkerpsychologie)6. Egli si propone che la sua teoria possa “gettare un ponte tra gli studiosi di etnologia, linguistica e folklore da un lato e gli psicoanalisti dall’altro”7. L’ultimo capitolo, “Il ritorno del totemismo nei bambini”, esamina i contributi dei teorici delle più solide religioni del tempo: James Frazer, Salomon Reinach, Émile Durkheim, William Robertson Smith. La grande dimostrazione totemica porta a una teoria generale della religione:

“A questo punto accettiamo come un dato di fatto che anche nell’evoluzione successiva delle religioni i due elementi propulsori, il senso di colpa del figlio e la sua ribellione contro il padre, non si estinsero mai. […] Con chiarezza sempre maggiore emerge l’aspirazione del figlio a prendere il posto del dio-padre. […] Nascono le figure divine di Attis, Adone, Tammuz, e così via… […] Ma il senso di colpa, non alleviato da queste creazioni, si esprime nei miti, che a questi giovani amanti delle dee-madri destinano una vita breve e una punizione mediante evirazione o provocata dall’ira del dio-padre che assume sembianze animali. […] C’era un’altra via per alleviare questo senso di colpa, e fu la via che imboccò per primo Cristo. Egli venne e sacrificò la propria vita, redimendo così la schiera dei fratelli dal peccato originale”8.

Freud conclude il suo saggio capitonando Totem e Tabù con il complesso di Edipo, definendo così la causalità psichica dell’edificio sociale: “Giunto al termine di questa ricerca condotta con estrema concisione, mi sia consentito enunciarne il risultato: gli inizi della religione, della moralità, della società e dell’arte convergono nel complesso edipico”9.

Il padre universale è all’orizzonte di tutto e il complesso di Edipo lascia una traccia indelebile nella vita affettiva. La convergenza di amore e odio sulla stessa persona è all’origine delle sorprendenti trasformazioni di questi sentimenti che legano e slegano gli uomini nella loro vita sociale. Lacan, dal canto suo, dà prima una versione logica di questo padre universale, isola la “funzione paterna”. E questa operazione sembrava essere una restaurazione del padre, il cui posto nella psicoanalisi stava scomparendo in quel periodo. Il padre mitologico del divieto dell’incesto edipico diventa colui che dice no al godimento, “colui che dice no, liberando il bambino dalla sua sottomissione alla madre e al godimento che questa relazione comporta”10. Ma poi Lacan passa dalla funzione del padre al padre in funzione, al padre uno per uno.

Il padre in funzione

In un secondo tempo, lo sforzo di Lacan consiste nel pensare il bambino, il legame con i genitori e la passione amore-odio al di fuori del legame con il padre universale, che egli chiama anche quello dell’eternità. Come ha mostrato J.-A. Miller, questo non significa fare a meno del padre, ma piuttosto mettere l’accento sul padre come esistenza particolare. Ha fatto un uso radicale della disgiunzione operata dalla logica moderna, che si separa dalla logica di Aristotele distinguendo la definizione di un termine dalla sua esistenza. Da un lato, afferma il paradosso che “Ogni padre è Dio”, che deve essere accompagnato dalla condizione che, nella sua esistenza, nessun padre sia Dio. Si verifica che “Ogni padre è Dio” a condizione che si verifichi l’inesistenza di un tale padre. D’altra parte, verifica l’esistenza del padre nella misura in cui essa “rifiuta ogni norma, ogni standard, tutto per ogni x11.

Questa messa in tensione tra i due livelli fa parte della svolta radicalmente antihegeliana di Lacan, dal momento in cui rifiuta di ridurre le esistenze particolari a una parte di un tutto. Lo afferma radicalmente l’unica lezione del suo Seminario sui Nomi-del-Padre: “Tutta la dialettica hegeliana è fatta per colmare questa faglia e mostrare, in una prestigiosa trasmutazione, in che modo l’universale possa arrivare a particolarizzarsi attraverso la scansione dell’Aufhebung12.

Questo allentamento continua quando si impegna a definire il Nome-del-Padre a partire da una funzione. Il grande vantaggio di una funzione è che non definisce un tutto. Una funzione definisce solo il suo dominio di applicazione. Inoltre, poiché la logica moderna considera la questione degli insiemi infiniti, non si può mai enumerare totalmente l’insieme dei casi. La funzione è quindi definibile solo dalle realizzazioni delle variabili che ne costituiscono lo sviluppo. Lacan parte quindi dai casi particolari per parlare del padre. Essere un padre significa essere uno dei modelli di realizzazione, uno dei valori (a, b, c, d) della funzione P(x). Quindi dire: “il padre come agente della castrazione può essere solo il modello della funzione” significa dire che l’accesso che Lacan sceglie alla questione del padre è quello dell’uno per uno di coloro che sono diventati padri. Per definire un padre, Lacan parla allora di “père-versione”13, di versioni del padre, una per una.

“Un padre ha diritto al rispetto, se non all’amore, solo se questo amore, questo rispetto, è […] pèreversamente orientato, cioè fa di una donna, oggetto a che causa il suo desiderio. Ma ciò che una donna ne a-colga in questo modo non ha nulla a che vedere con la questione. Ciò di cui lei si occupa sono altri oggetti a, che sono i bambini”14.

Essere padre, quindi, è aver avuto la particolare perversione di attaccarsi agli oggetti a di una donna: “Può essere un modello della funzione solo realizzandone il tipo. Non importa che abbia dei sintomi se ad essi aggiunge quello della père-versione paterna, cioè che la causa sia una donna, che gli sia acquisita per fargli dei figli, e che di questi, che lo voglia o no, si prenda cura paternamente”15.

Notiamo il chiasmo. In linea di principio, secondo la struttura del desiderio maschile, l’uomo si lega agli oggetti a che causano il suo proprio desiderio. Ad esempio, il feticista ha la particolare perversione di attaccarsi al fallo che manca alla madre realizzandolo in un particolare feticcio: la scarpa, lo “sfavillio sul naso”16, ecc. Lacan definisce il padre a partire da un feticcio particolare. Non è un oggetto che non è al suo posto, che ex-siste, ma un oggetto che una donna ha prodotto. Il bambino è un oggetto a della madre. Di questo oggetto a, il padre deve avere una cura particolare che chiamiamo paterna. Questa cura lo lascia a un posto di sintomo. Questo è l’unico punto in cui un uomo può diventare il sintomo di una donna, se questa è madre.

Il padre perverso si colloca al livello della particolarità del sintomo, della particolarità del suo godimento: “È essenziale che il padre non sia Dio. Se Freud ha messo in relazione l’illusione religiosa con il padre, Lacan sottolinea quanto il miraggio divino sia propriamente mortifero o psicotizzante quando è supportato dal padre. […] La perversione paterna è per l’appunto che il desiderio del padre sia legato a una donna tra tutte, a una donna in quanto unica. È nella misura in cui questo unica […] lo marca, che si rivela non essere Dio”17. In un mondo in cui ognuno può diventare padre, ognuno può credere di poter essere un valore di questa funzione eccezionale. Quando l’“ognuno” pensa di essere Dio, il custode degli ideali o il padre della norma ideale, allora si verifica l’effetto psicotizzante: “chiunque raggiunga la funzione di eccezione che ha il padre, sappiamo con quale risultato, quello della sua verwerfung nella maggior parte dei casi attraverso la filiazione che genera, con il risultato psicotico che ho denunciato”18.

Questo padre non garantisce l’accesso al godimento, come il padre-Dio, nel modello freudiano, faceva per tutte le donne. Proprio per questo Lacan insiste sul “senza garanzia”, secondo il quale si tratta ora di fare di una donna la causa della perversione paterna. Attraverso questa particolare mostrazione, il padre può dare al soggetto accesso al reale del godimento in gioco: “Papà non è affatto, necessariamente, colui che è – è il caso di dirlo – il padre nel senso reale, nel senso dell’animalità. Il padre è una funzione che si riferisce al reale, e non è necessariamente il vero del reale. Ciò non impedisce che il reale del padre sia assolutamente fondamentale nell’analisi”19.

Distinguendo il padre reale, nel senso dell’animalità, cioè il padre biologico, e separandolo dal padre che “tocca il reale”, cioè il godimento, abbiamo un’indicazione preziosa sul posto del padre nelle famiglie ricomposte o allargate. L’opposizione tra vero e reale risuona qui in modo particolare. L’articolazione del vero e del reale può essere avvicinata attraverso il movimento stesso della psicoanalisi, che procede innanzitutto da un sapere supposto, quello dell’inconscio. L’analizzante vi accede attraverso la via della verità, riformulazione di Lacan della regola detta della libera associazione, che significa liberata dai vincoli della menzogna sociale. Il risultato è infine interpretato in termini di reale, di godimento20.

Il Padre del nome e il padre reale

Come toccare il reale del godimento? Al rovescio del percorso ideale, Lacan indica, nel Seminario … o peggio, un modo di realizzare il tipo della funzione in modo divertente, quello di “sbalordire la [propria] famiglia”21. Épater (sbalordire) significa produrre una sorta di ammirazione, fare impressione, ma soprattutto, giocando sul termine latino pater, è fare un passo a lato rispetto all’ideale del pater familias. È un’operazione in cui si tratta di produrre un effetto particolare che consiste nel prendere le distanze dalla credenza secondo cui un padre possa essere “per tutti”:

“Ci si è interrogati molto sulla funzione del pater familias. Occorrerebbe mettere a fuoco meglio quello che possiamo esigere dalla funzione del padre. Quanto ci si riempie la bocca con questa storia della carenza paterna! C’è una crisi, è un dato di fatto, non è assolutamente falso. Per farla breve l’é-pater non ci sbalordisce più. È questa l’unica funzione veramente decisiva del padre. Ho già fatto notare che non è l’edipo, che quella faccenda è andata a rotoli, che se il padre fosse un legislatore ne risulterebbe come figlio il Presidente Schreber, niente di più. Su qualsiasi piano il padre è colui che deve sbalordire la famiglia. Se il padre non sbalordisce più la famiglia, si troverà naturalmente di meglio. Non deve essere per forza di cose il padre carnale, ma ci sarà sempre uno che sbalordisce la famiglia […]. Ci saranno altri che la sbalordiranno”22.

Si tratta di un’ulteriore disconnessione tra il “padre carnale” e colui che può venire ad “agire” come padre. Un’ulteriore indicazione per le genitorialità. La prima indicazione è che “sbalordire la propria famiglia” è il contrario di fare il legislatore. Non si tratta nemmeno di voler fare l’uomo, è qualcos’altro. Nel mondo del #Metoo, Lacan nota che è dalla parte delle donne che si collocano sia la denuncia delle vecchie forme di machismo sia l’appello a nuove forme di mascolinità che desiderano nel modo giusto: “Se l’uomo è tutto ciò che volete nel genere virtuoso, vira a babordo, pronto a virare, vira quello che vuoi, il virile si trova dalla parte della donna. È l’unica a crederci. Lei pensa. È esattamente quello che la caratterizza”23. Questo può essere accostato a ciò che dice poco più avanti nello stesso Seminario: “L’Uno fa l’Essere come l’isterica fa l’uomo. […] È questo a supportare una certa infatuazione creativista”24.

È quindi necessario distinguere nel padre, da un lato, ciò che rientra nel nome e che sta dalla parte del simbolico e, dall’altro, ciò che rientra nel rapporto del padre con il reale. Questa opposizione si sovrappone alla distinzione tra la famiglia come reale e il Nome-del-Padre come simbolico. È proprio questo che Lacan evidenzia nella sua “Nota sul bambino”, traendo la lezione dal fallimento delle utopie comunitarie degli anni Sessanta:

“La funzione di residuo che la famiglia coniugale sostiene (e al tempo stesso mantiene) nell’evoluzione delle società valorizza l’irriducibilità di una trasmissione che è di un ordine diverso rispetto alla trasmissione della vita basata sulla soddisfazione dei bisogni. Essa è infatti di costituzione soggettiva, in quanto implica la relazione con un desiderio che non sia anonimo. È sulla base di tale necessità che si giudicano le funzioni della madre e del padre. Della madre in quanto le sue cure portano il marchio di un interesse particolareggiato, se non altro per via delle mancanze a lei proprie. Del padre in quanto il suo nome è il vettore di un’incarnazione della Legge nel desiderio”25.

Questa formulazione ha dato origine a molte confusioni. In particolare, come se questo padre avesse tutto da dire sull’articolazione della Legge e del desiderio, come se ne avesse l’ultima parola.

Il padre dopo il patriarcato

Nella sua lezione del 1975 alla Columbia University, Lacan conclude con un punto in cui accentua il reale del padre, come colui che non è lì per fare la legge o per dare senso, ma che è lì per segnare il posto del suo godimento come praticabile: “Il modo di esistenza del padre attiene al reale. Questo è l’unico caso in cui il reale è più forte del vero”26. Altrove, nel discorso sociale, è la disgiunzione tra godimento e il “dare senso”: “Una volta entrati nel registro del vero, non se ne esce più. Per minimizzare la verità così come essa merita, bisogna essere entrati nel discorso analitico. Ciò che il discorso analitico fa sloggiare mette la verità al suo posto, ma non la fa vacillare. Essa è ridotta, ma indispensabile”27.

Il padre deve mantenere le distanze dal prendere se stesso come Dio o come il suo rappresentante nella famiglia, e limitarsi ai suoi legami con il reale. Si tiene a metà strada, tra due consistenze. È ciò che Lacan chiama, sul modello del “semi-dire”28 della verità, o giusto mezzo, il “semi-dio”29: “Ciò di cui [una donna] si occupa sono altri oggetti a, che sono i figli, con i quali il padre tuttavia interviene – eccezionalmente nel caso giusto – per mantenere nella repressione, nel giusto semi-dio, la versione che gli è propria della sua père-versione. Père-versione, sola garanzia della sua funzione di padre, che è la funzione di sintomo, come l’ho scritta. […] La normalità non è la virtù paterna per eccellenza, ma solo il giusto semi-dio, […] cioè il giusto non-detto. […] È raro che ci riesca, questo giusto semi-dio”30.

Al di là della giusta repressione, è il padre tiranno che fa del suo godimento una legge insopportabile e arbitraria. Al di qua, è il padre senza godimento particolarizzato, il padre che si riduce all’ideale del padre di famiglia, che varia a seconda dei tempi, e oggi può essere il padre compagno di giochi. Colui che funge da padre non schiaccia la famiglia sotto il proprio godimento, né con la sua pretesa di accedere al godimento che ci vorrebbe. Spetta a lui aiutare i membri della sua famiglia a dire no all’aspetto mortifero del godimento e a dire qualcosa su un godimento che sia praticabile. Il padre non è colui che può dire tutto, compreso il vero sul vero o il vero sul reale del suo godimento. Mantenere nella repressione la versione del suo godimento è la condizione per mantenere qualcosa del desiderio, che sarebbe da decifrare tra le righe di ciò che può enunciare. In ogni caso, questa giusta repressione è l’opposto dell’interdetto, che indica solo le vie della trasgressione: “Il padre è inoltre colui che non dice tutto, colui che preserva così la possibilità del desiderio. Egli non pretende di ricoprire il reale, ossia di essere ontologico”.31 L’ontologia del padre sarebbe quello/quella che vorrebbe dare un senso agli incontri contingenti, nella genitorialità, di ciascuno con il godimento.

Un programma di lavoro

A volte si dice che è difficile dare forma a problemi precisi in psicoanalisi, o addirittura trovare i “Problemi cruciali per la psicoanalisi”32, come recita il titolo di uno dei Seminari di Lacan, ed è per questo che vorrei proporre qui un programma di ricerca. Si tratta di cercare, caso per caso, nelle genitorialità di oggi e nei problemi clinici che queste famiglie si trovano ad affrontare, il che è sufficientemente eccezionale sul lato donna e sul lato uomo per poter definire ciò che impressiona la famiglia. Cercatelo, da entrambe le parti, femminile e maschile, e troverete ciò che funge da padre nella configurazione dei godimenti di oggi.

Traduzione: Adele Succetti

[1] Cfr. G. Pison, “1968-2018: Quatre surprises démographiques en France depuis cinquante ans”, Populations & Sociétés, n. 553, marzo 2018, citato da A.-A. Durand, in “1968-2018: espérance de vie, mariage, enfants… ce qui a changé dans la population française”, Le Monde, 13 maggio 2018, disponibile online.

[2] Voce “Genitorialità” su Wikipedia, l’enciclopedia libera online, disponibile sul sito web di Wikipedia.

[3] S. Freud, L’interpretazione dei sogni, Opere, vol. III, Bollati Boringhieri, Torino, 1989, nota a p. 204.

[4] Ivi, p. 245.

[5] Già nel 1897 Freud racconta a Fliess le prime intuizioni della sua cosiddetta autoanalisi. Nelle sue note alla Standard Edition per Totem e Tabù, Strachey annota la lettera del 4 luglio 1901 a Fliess in cui Freud, leggendo i giornali, commenta le scoperte a Cnosso: “Hai letto che gli inglesi hanno scavato un vecchio palazzo a Creta (Cnosso) e pensano che sia l’originale labirinto di Minosse? Sembra che Zeus sia stato originariamente un toro. Anche il dio dei nostri padri, prima che avesse luogo la sublimazione promossa dai persiani, sembra che sia stato adorato come toro. Ciò suscita una quantità di pensieri che è ancora prematuro porre sulla carta…”. (S. Freud, Lettere a Wilhelm Fliess, 1887-1902, Boringhieri, Torino, 1968, p. 254).

[6] S. Freud, Totem e tabù, in Opere, vol. VII, op. cit., pp. 3-164.

[7] Ivi, p. 7.

[8] Ivi, pp. 155-156.

[9] Ivi, p. 159.

[10] J.-A. Miller, « L’outrepasse ou la passe dépassée », Quarto, n124, mars 2020, p. 10.

[11] Ibid., p. 11.

[12] J. Lacan, “Introduzione ai Nomi-del-Padre”, Dei Nomi-del-Padre seguito da Il trionfo della religione, Einaudi, Torino, 2006, pp. 36-37.

[13] J. Lacan, Le Séminaire, livre XXII « R.S.I. », leçon du 21 janvier 1975, Ornicar ?, n3, mai 1975, p. 108.

[14] Ivi, p. 107, sottolineiamo il termine «rispetto».

[15] Ibid., p. 108.

[16] Il termine è quello dell’Uomo dei lupi: Glanz auf der Nase, tradotto come “sfavillio sul naso” (S. Freud, “Feticismo”, Opere, VOL. X, op. cit., p. 491).

[17] J.-A. Miller e A. Di Ciaccia., L’Uno-tutto-solo, Astrolabio, Roma, 2018, p. 143.

[18] J. Lacan, Le Séminaire, livre XXII, « R.S.I. », leçon du 21 janvier 1975, op. cit., p. 107.

[19] J. Lacan, « Conférences et entretiens dans des universités nord-américaines. Columbia University. Auditorium School of International Affairs. 1er décembre 1975 », Scilicet, n6/7, 1976, p. 45.

[20] Cfr. J.-A. Miller, in J. Lacan, Il mio insegnamento e io parlo ai muri, testo stabilito da J.-A. Miller, Roma, Astrolabio 2014, quarta di copertina.

[21] Lacan J., Il Seminario, libro XIX, …o peggio, testo stabilito da J.-A. Miller, Torino, Einaudi, 2020, p. 204.

[22] Ibid.

[23] Ibid., p. 201.

[24] Ibid., p. 220.

[25] J. Lacan, “Nota sul bambino”, Altri scritti, op. cit., p. 367.

[26] J. Lacan, « Conférences et entretiens dans des universités nord-américaines. Columbia University… », op. cit., p. 45.

[27] J. Lacan, Il Seminario, Libro XX, Ancora, Einaudi, Torino, 2011, p. 102.

[28] J. Lacan, “Lo stordito”, Altri scritti, op. cit., p. 485.

[29] In francese, milieu (mezzo, ambiente), suona come il mi-dieu, il semi-dio.

[30] J. Lacan, Le Séminaire, livre XXII, « R.S.I. », leçon du 21 janvier 1975, op. cit., p. 107-108.

[31] J.-A. Miller e A. Di Ciaccia., L’Uno-tutto-solo, op.cit., p. 143.

[32] Lacan J., Le Séminaire, livre XII, « Problèmes cruciaux pour la psychanalyse » (1964-1965), inédit.