Aurora Mastroleo
Partecipante della SLP – Milano, 15 novembre 2022

La propaganda giovanilistica della destra italiana è riuscita nel proprio intento: tanti giovani l’hanno votata; questo dato merita di essere interrogato con gli strumenti della psicoanalisi.

Nella campagna elettorale la Meloni è riuscita ad appropriarsi del significante “giovane”? Durante la campagna elettorale si è schierata a favore della militanza giovanile e una volta guadagnato il posto più eminente della Camera dei Deputati, si è proposta come esempio, modello di militanza precoce che promette successo. La scintilla che ha dato avvio alla brillante carriera politica sarebbe scoccata nel luglio ’92, dopo l’ennesima strage di mafia. Si legge a pagina 12 del primo discorso programmatico pronunciato il 25 Ottobre: “Ho iniziato a fare politica a 15 anni, il giorno dopo la strage di Via D’Amelio, nella quale la mafia uccise il giudice Paolo Borsellino, spinta dall’idea che non si potesse rimanere a guardare, che la rabbia e l’indignazione andassero tradotte in impegno civico. Il percorso che mi ha portato oggi a essere Presidente del Consiglio nasce dall’esempio di quell’eroe.

La propaganda dell’estrema destra si serve della rabbia e dell’indignazione sociale, e nel suo discorso d’insediamento la ripropone in chiave personale, riecheggiando il suo esordio, potremmo dire la sua chiamata politica, facendola entrare in risonanza con gli effetti sociali della ferita più profonda inferta da Cosa nostra allo Stato. È dunque l’adesione a rabbia ed indignazione che il discorso intenderebbe convogliare come fattore promettente della politica giovanile? Il discorso prosegue incedendo sulle violenze mafiose, ma omettendo l’annuncio di concrete misure di contrasto al crimine organizzato, come invece il ruolo ricoperto le avrebbe imposto e come sarebbe stato lecito attendersi dalla trama discorsiva. La neo Presidente ha preferito una diversa china, affermando: “Da questo Governo, criminali e mafiosi non avranno altro che disprezzo e inflessibilità”.  Trascurando il simbolico di cui era stata appena investa, si è pronunciata da leader della destra capace di parlare dritta alla pancia dei giovani, alle loro emozioni. Intendo soffermarmi però sull’espressione “criminali e mafiosi”, allineati insieme. Ricordando il successo di pubblico scaturito dall’uscita del pluripremiato film di Marco Bellocchio, “Il traditore” del 2019, credo che molti in Italia possano avere memoria del fatto che il Pool antimafia di Palermo, ideato da Rocco Chinnici (anch’egli ucciso dalla mafia), ha consentito la celebrazione del Maxi Processo, istruito da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, grazie all’ideazione e realizzazione di uno specifico apparato normativo, processuale e sostanziale, che ad oggi è riconosciuto come modello internazionale per il contrasto alla mafia. Si tratta di un complesso sistema di strumenti di indagine, con apposite autorità che le coordinano, disegnato specificatamente per la lotta a quelle mafie che poi decisero l’uccisione di tutti gli artefici di tale straordinaria innovazione. Dunque, la Premier si rifà a Borsellino e poi elenca i nomi illustri della tradizione antimafia, i numerosi “Giganti”, salvo poi oscurare i loro insegnamenti e collocare “il mafioso” alla stessa stregua di qualsiasi altro comune “criminale”. Un piccolo dettaglio? Non direi, giacché così si colma quel valico simbolico che è l’insegnamento del Pool circa le consorterie mafiose.

Possiamo affermare quindi che questa costruzione sia paradigmatica dello scarto che sussiste tra quanto viene espresso e quanto si coglie nel discorso nel suo intero. Non si tratta solo di un controsenso. Dapprima si cavalca un immaginario che gode di un solido credito e si suscita commozione, poi si dispende l’indiscussa originalità del contributo storico e giudiziario che si radica proprio nella netta distinzione tra mafia e qualsiasi altro crimine. È tale distinzione ad aver consentito di ritagliare la specificità del tessuto mafioso per strapparla dalle pieghe del tessuto sociale in cui germina, per questo livellare la differenza tra mafia e crimini ordinari corrisponde ad una logica che compiace l’organizzazione mafiosa, certamente non la contrasta; ed in effetti pure l’innalzamento della soglia per i pagamenti con denaro contante, inevitabilmente favorisce i traffici illeciti e il riciclaggio.

L’immaginario sugli eroi prosegue poi con la commemorazione di altri morti, i giovani militanti fascisti dello scontro degli anni di piombo, proposti come vittime delle violenze antifasciste. Cito: “Ho conosciuto giovanissima il profumo della libertà, l’ansia per la verità storica e il rigetto per qualsiasi forma di sopruso o discriminazione proprio militando nella destra democratica italiana. Una comunità di uomini e donne che ha sempre agito alla luce del sole e a pieno titolo nelle nostre istituzioni repubblicane, anche negli anni più bui della criminalizzazione e della violenza politica, quando nel nome dell’antifascismo militante ragazzi innocenti venivano uccisi a colpi di chiave inglese”. Nuovamente il discorso fa leva sull’indignazione per la violenza liberticida e la comunanza per il rimpianto delle vittime intende colmare i valichi simbolici, volgendosi ad accomunare empaticamente il dolore attorno a tutti i morti… martiri. Come per la denuncia delle violenze mafiose che si conclude però nella riduzione della mafia a crimine tra gli altri – anche per la denuncia delle violenze degli “anni più bui” si intendono livellare le differenze tra fascismo e antifascismo che consentirebbero di distinguere le responsabilità individuali e sociali?

Quando la valutazione politica, storica, persino giuridica, come pure quella clinica – che la psicoanalisi contrasta – è relegata a mero pregiudizio cosa succede? Sappiamo che le nuove generazioni risentono delle profonde trasformazioni che hanno investito l’ordine simbolico in questo secolo e che recentemente i giovani hanno iniziato a radicalizzare una specifica esigenza di rispetto che combatte qualsivoglia discriminazione e testimonia una decisa preferenza giovanilistica per le “identità fluide”. Mi domando dunque se con l’ascesa dell’estrema destra in Italia non si stia facendo strada una nuova costruzione identitaria, anch’essa piuttosto fluida rispetto allo spartiacque della storia. Come spiegare allora il consenso giovanile per la “sfavorita promettente”?  Arroccandosi nell’immagine narcisistica proposta, si liquida la responsabilità soggettiva e si guadagna la circolazione di una quota di godimento preciso, quello che possiamo intercettare nella commozione empatica per le vittime dell’Altro tirannico, brutale, liberticida … che si ripete con insistenza.