Il disagio dei bambini e degli adolescenti, nel mondo contemporaneo, cambia a grande velocità. Non solo è sempre più in primo piano, all’interno delle famiglie, nelle scuole, nei luoghi di aggregazione, sulle pagine dei giornali. Le sue forme risentono anche – e non potrebbe essere altrimenti – “della messa in questione di tutte le strutture sociali a opera del progresso della scienza”[1].

I bambini e gli adolescenti di oggi sono confrontati e testimoniano degli effetti maggiori del discorso dominante: la caduta degli Ideali e l’evaporazione delle figure di autorità, il predominio degli oggetti che tendono a saturare la domanda e a impedire il sorgere del desiderio.

In assenza dell’orientamento dato dalla cultura, dalla tradizione, da quella che si chiamava (buona) educazione, dalle residue forme di ritualità ancora operanti fino a non molti anni fa nelle nostre società, insomma, da una “incarnazione della Legge nel desiderio”[2], che costituiva una direzione per il bambino e l’adolescente in relazione all’uso del corpo e alla sessualità, oggi bambini e adolescenti manifestano il proprio disagio sempre più nella forma dell’agito. Che si tratti dell’iperattività infantile, o dei passaggi all’atto sempre più dirompenti che incontriamo nell’adolescenza (pensiamo alle violenze contro l’altro o al crescere dei suicidi), si constata la difficoltà crescente nel trovare appoggio in un sintomo che permetta un legame con l’Altro. L’oggetto, specie quello tecnologico, diventa allora l’unica risorsa, appiglio precario e fagocitante, volta a volta per incanalare la pulsione e per stabilire una forma di legame, ancorché virtuale.

Gli adulti, anch’essi alle prese con le impasse della nostra civiltà, manifestano uno smarrimento crescente. Perduti i punti di riferimento, caduta l’illusione di un Altro della garanzia, sono alla costante ricerca di un’autorità che fondi la legittimità del proprio atto “educativo”. E lo trovano nei protocolli e nelle “linee guida”, statisticamente fondati, che sempre di più la psicologia, la pedagogia (diventata nel frattempo “scienza pedagogica”) e la medicina, offrono. “Ciò che non va” con un bambino o un adolescente è immediatamente considerato patologia, da affidare agli esperti, affinché si trovi la cura e si ripristini la normalità. La relazione con il minore diventa anonima, cancellata la dimensione della parola: l’adulto fatica a mettersi all’ascolto del minore, a leggere i suoi comportamenti o le sue difficoltà, a intervenire nella relazione considerandosi parte in causa.

L’adeguamento sociale e la performatività sembrano i soli ideali che gli adulti che se occupano propongono ai bambini e agli adolescenti. Iperstimolati, con l’idea che debbano accostarsi presto e bene a ogni possibile campo del sapere, attraverso l’ausilio di esperti specializzati, si manifestano poi spesso refrattari a ogni curiosità. Iperprotetti, con l’idea che debbano essere tutelati dal reale dell’esistenza, possono manifestare in seguito una ferocia senza limite, in cui spicca l’assenza di senso di colpa e di responsabilità. Ipervalutati, nel loro sviluppo fisico e psichico, in base a criteri standard dove ogni deviazione dalla norma corrisponde alla necessità di un intervento terapeutico quando non preventivo, possono manifestare in seguito difficoltà di entità spesso molto importante.

Con la psicoanalisi affermiamo che ogni bambino incontra nella propria esistenza delle difficoltà, e che non esiste lo sviluppo “normale”. Ogni individuo venendo al mondo si trova nella necessità di inventare il proprio modo, singolare, di accordare la parola e il corpo, il simbolico e il godimento, in un bricolage che, sempre, avrà degli zoppicamenti.

Inoltre, affermiamo che quel che costituisce l’impasse degli adulti nel rapporto con le nuove generazioni è un fatto di struttura: la garanzia dell’atto non c’è. La nostra epoca, in cui le figure di autorità mostrano la loro consistenza di sembianti, mostra che ogni atto, incluso l’atto “educativo”, deve essere necessariamente un atto inventivo e creativo. Se non c’è un’autorità, quello che può esserci è però un soggetto che si fa responsabile dei propri atti, adulto o minore che sia.

Si tratta dunque per lo psicoanalista, dovunque operi, nel proprio studio oppure in un’istituzione di cura, educativa o scolastica, anzitutto di fare spazio alla singolarità, all’uno per uno del bambino, dell’adolescente o dell’adulto che se ne occupa che viene a incontrarci, rompendo l’uniformità delle categorie e delle “problematiche” che oggi sempre più sono presentate come universali. Si tratta di restituire la parola al soggetto, alla particolarità della trama significante, intessuta dalle contingenze, che costituisce la sua storia, con i suoi “segreti triviali e impareggiabili”[3]. Si tratta di consentire che si istituisca un transfert, di cui l’analista si farà supporto con la sua presenza non anonima. Si tratta infine di offrire la possibilità della costruzione di un sintomo che possa costituirsi come un appiglio per il soggetto nella sua relazione all’Altro, spingendolo, qualsiasi sia la sua età, a farsene responsabile.

Paola Bolgiani

[1] J. Lacan, Allocuzione sulle psicosi infantili [1967], in Altri Scritti, Torino, Einaudi, 2013, p. 358.

[2] J. Lacan, Nota sul bambino [1969], in Altri Scritti, cit., p. 367.

[3] J. Lacan, Discorso ai cattolici, in Dei Nomi-del Padre seguito da Il trionfo della religione, Torino, Einaudi, 2006, p. 66.

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