Membro SLP e AMP, AME

Restringendo il fuoco sul particolare il punto risalta con maggiore intensità. Si può attribuire all’interpretazione la stessa qualità di cui conviene che lo sviluppo di un caso testimoni: “il racconto del caso in futuro non varrà, mi sembra, che nella misura in cui si sentirà che si fa sul fondo, diciamo, dell’incomprensibile. [….]. Il racconto del caso durerà, o qualcosa del caso durerà, nella misura in cui lo psicoanalista potrà lui stesso presentare la sua operazione con la parte di opacità che questa operazione comporta per lui”[1]. Una dimensione è messa in rilievo in queste notazioni di J.-A. Miller a proposito del caso clinico e della sua trasmissione, e non è da ricondurre al senso che il racconto libera e offre alla comprensione. Al di là di esso, è il fatto di percepire che si svolge su un fondo di incomprensibile opacità. Ma non solo. Se tale aspetto riguarda il caso colto nella sua ampiezza, al contempo può essere riferito anche a “qualcosa del caso”, alcuni suoi passaggi o scansioni, le funzioni in gioco, l’azione stessa dell’analista, che per Freud è in primo luogo quella di interpretare.

Dunque poniamo il punto: l’interpretazione opera su un fondo di opacità.

Lacan ci ha ben avvertiti a tal proposito. Per esempio quando, rievocando una volta di più la potenza dell’oracolo nei presocratici, a cui conviene che l’interpretazione analitica si accordi, rimarca il carattere non calcolabile di ciò che segue: “Quand’anche l’interpretazione fosse giusta, i suoi effetti sono incalcolabili”[2]. Detto altrimenti, non si può trattare adeguatamente la questione dell’interpretazione analitica senza considerare il capitolo fondamentale degli effetti e principalmente senza tener conto della loro imprevedibilità. Un imponderabile di cui prendere atto, innanzitutto situandolo sul lato del godimento. Il godimento infatti, così come lo elabora Lacan, il reale del godimento non è proprio ciò che sfugge a ogni legge del calcolo?

Dunque poniamo di nuovo il punto ma ampliandolo: l’interpretazione opera su un fondo di opacità che si manifesta nei suoi effetti imponderabili e questo nella misura in cui, al di là del senso, mira al godimento. Ecco un computo essenziale.

Spetta così all’analista, a partire dalla logica emergente in ciascun caso, cogliere l’“occasione unica” che a un certo momento si presenta[3]. Riconoscere in quel che accade una contingenza favorevole da non mancare. Fare di un accadimento, di una formazione dell’inconscio o di qualcosa che scivola tra le libere associazioni, una congiuntura propizia, quella che serve per aprire una breccia nella ripetizione e dirigersi, per la via del significante, sul reale. E però quando si arriva ad avvicinarlo, la replica non è scontata.

Come risponde il soggetto? Non si sa in anticipo, se gli effetti di godimento sono incalcolabili è perché mobilitano il corpo, il corpo parlante, è perché riproducono in esso un evento che non c’è modo di prevedere, ma solo si verifica nell’après-coup[4]. Il nesso causale è in disordine. E l’analista, a sua volta, è pronto a sostenere l’enigma che corrisponde alla sua azione? È sempre il caso di chiederselo, perché è quel che si presenta nel momento dell’interpretazione, in particolare quando si regola sul modo dell’atto. Anche qui non c’è sapere in anticipo che assicuri nulla. Però si può aggiungere che se qualcosa permette di sostenere il confronto con l’enigma, è da cercare sul lato della propria esperienza, va trovato nel fatto che in realtà lui stesso vi si è confrontato nel corso della propria analisi.

In altre parole, non c’è maniera di sostenere il salto incalcolabile dell’interpretazione se non prendendo appoggio sul reale opaco che l’analisi ha permesso di scovare e circoscrivere tra le pieghe del sintomo: è a tale condizione che l’analista, a sua volta, può dirigere la sua azione sull’opacità che abita il dire dell’analizzante.

D’altronde, considerando che il dato essenziale dell’opaco si è ugualmente imposto a chi ha fatto della scrittura la propria arte, possiamo anche prestare orecchio alle sue parole. “Dal fondo dell’opaco io scrivo”[5], chiosa Italo Calvino sul finire di una poetica riflessione tesa tra il mondo che descrive – battuto dalla luce, l’aprico – e il suo rovescio nascosto. E così, una leggera variazione del detto dello scrittore scopre quello che più concerne l’analista: dal fondo dell’opaco, interpreta.

Si riesce a trasmetterlo? È quanto occorre far sentire nella trasmissione della pratica analitica, nella sua stessa formalizzazione. Ragion per cui, se un’interpretazione varrà, soprattutto se varrà come esemplare, non è tanto in funzione di una dimostrazione, la dimostrazione di una relazione causale di tipo lineare. Semmai è per le velature opache che lascia trasparire in tale relazione, per il carattere imprevisto di quel che segue, per l’imprevedibilità degli eventi di corpo che produce, da leggere come il segno che un reale è stato toccato. Ovvero come un accusare ricevuta da parte del destinatario. Allora possiamo anche scorgere in tutto ciò qualcosa dell’irripetibile, l’emergere di un tratto di unicità sul lato dell’analizzante. Magari da estrarre, da affinare, da tratteggiare ma pur sempre lì. Quali che siano i detti interpretativi dell’analista, c’è il fatto che l’analizzante assume questo dire[6]. E lo assume in un modo che è solo suo, singolare, da rintracciare nelle conseguenze che comporta per il proprio godimento.

Il punto fa ora obiezione. Nessuna standardizzazione della pratica interpretativa analitica è in realtà possibile. Ogni tentativo di codificazione è impresa vana e se un’interpretazione si rivelerà esemplare, lo sarà in quanto esempio unico.

[1] J.-A. Miller, Il disincanto della psicoanalisi (Lezione del 12 dicembre 2001), in La Psicoanalisi n. 37, Astrolabio, Roma 2005, pp. 189-190.
[2] Cfr. J. Lacan, Introduzione all’edizione tedesca di un primo volume degli Scritti, in Altri scritti, Einaudi, Torino 2013, p. 550.
[3] Cfr. J. Lacan, La direzione della cura e i principi del suo potere, in Scritti, vol. II, Einaudi, Torino 1974, p. 628 e il commento di J.-A. Miller in Il disincanto della psicoanalisi (Lezione del 5 dicembre 2001), in La Psicoanalisi n. 36, Astrolabio, Roma 2005, pp. 227-228. Cfr. inoltre la ripresa di tale punto nel testo di avvio dei lavori del nostro Convegno di L. Storti e O. Battisti in https://www.slp-cf.it/xixconvegnoslpcf28-29-maggio-2022/.
[4] Cfr. J.-A. Miller, L’inconscio e il corpo parlante, in Scilicet. Il corpo parlante. Sull’inconscio nel XXI secolo, Alpes, Roma 2016, p. XXXI.
[5] I. Calvino, Dall’opaco, in La strada di San Giovanni, Mondadori, Milano 2019, p. 91.
[6] E. Laurent, in J.-A. Miller, Il disincanto della psicoanalisi (Lezione del 5 dicembre 2001), in La Psicoanalisi n. 36, op. cit., pp. 226.