Christiane Alberti, Membro AME dell’ECF e Presidente dell’Associazione Mondiale di Psicoanalisi

Conferenza al Seminario Clinico di Cochabamba1

Accolgo con favore la nascita della Sezione Clinica di Cochabamba. Gli auguro una lunga vita.

Sono molto felice e onorata di prendere la parola oggi in occasione dell’inaugurazione. L’apertura di una Sezione Clinica è sempre un evento importante per la presenza della psicoanalisi in un luogo del mondo e per la psicoanalisi stessa. Vi spiego perché.

All’inaugurazione della Sezione Clinica di Tel-Aviv, Jacques-Alain Miller ha definito cos’è una Sezione Clinica: “È composta da insegnanti, dal loro sapere, dalla loro disponibilità pedagogica. Non è nulla, però, senza i partecipanti, per indicare il ruolo attivo loro assegnato. Ha bisogno di molti amici, nell’ambiente psicoanalitico, tra gli psichiatri e gli psicologi negli ospedali e nelle istituzioni. Ha bisogno solo di insegnanti, partecipanti, amici? No, una Sezione Clinica è anche un concetto”2.

È un concetto elaborato intorno alla presentazione dei malati di Jacques Lacan. È stato sperimentato presso il Dipartimento di Psicoanalisi dell’Università di Parigi VIII. Da allora è stato sviluppato in Francia, Europa e America Latina, prima di essere affidato a voi. In cosa consiste questo concetto? A questo proposito è necessario fare una distinzione.

Una parte viene insegnata secondo le forme classiche di insegnamento. Ma quando si parla di psicoanalisi, c’è un limite a questa modalità. Cosa fare, dunque? C’è la soluzione clinica. L’insegnamento è incentrato sull’esperienza soggettiva, singolare e nel presente, e si svolge, per quanto possibile, a contatto con il paziente. La clinica in questione è innanzitutto la clinica di Freud. Ed è anche la clinica psichiatrica classica franco-tedesca su cui la psicoanalisi ha fatto molto affidamento; è la formalizzazione datale da Lacan, senza alcun dogmatismo, che segue le variazioni del discorso del paziente. Ecco perché la presentazione dei malati è il cuore dell’esperienza clinica.

Quindi, dalla mia esperienza nella Sezione Clinica, posso anche dirvi che tra le sue condizioni è importante che tra coloro che insegnano ci sia una certa solidarietà e un lavoro comune. Lo spirito di una Sezione Clinica, in questo senso, è quello di lavorare nella direzione del legame sociale tra gli insegnanti, ma anche tra i partecipanti: è un luogo in cui il lavoro in piccoli gruppi è essenziale, tanto più essenziale in quanto il legame sociale oggi va male! Per questo considero davvero fortunato il fatto che abbiate scelto questo tema per l’apertura della vostra Sezione Clinica.

Il legame (lien) tra coloro che parlano

Siamo invitati a fare il punto sui cambiamenti attuali nella civiltà. In passato, l’ideale era il fondamento delle comunità. Oggi, le identificazioni tradizionali di nazionalità, classe sociale, professione, famiglia, non tengono più e così si produce uno sradicamento. Ogni soggetto è ridotto al suo piccolo godimento, alle sue dipendenze, ai suoi consumi; gli vengono offerti falsi oggetti plus-godere che annullano le solidarietà.

Il nostro tempo è testimone della messa in discussione delle strutture e delle istituzioni sociali. I discorsi dominanti non creano un legame sociale, al contrario, si assiste a una disintegrazione della convivenza. Eppure, questo argomento è essenziale per la vita di istituzioni, stabilimenti, servizi e dispositivi. Gli spazi che accolgono le persone in difficoltà creano un legame sociale, pongono la questione del legame per un soggetto oppure lo riducono a un corpo da adeguare alle regole di comportamento senza porre la questione del legame sociale propriamente detto?

L’ordine simbolico è in piena riorganizzazione, stanno cambiando le tradizioni, i costumi e le strutture fondamentali della società come la famiglia. I dispositivi che permettevano l’integrazione, l’assimilazione degli individui in una società sono andati in frantumi. Il declino di ciò che è comune a tutti è accompagnato da una spinta verso il “noi” delle masse, una crescente influenza di un gran numero anonimo: una spinta planetaria alla segregazione. Questa spinta è particolarmente marcata in quella che è stata definita società di massa.

Società di massa

La modernità significa folla, città sovraffollate e stracolme. È una questione di numeri. L’effetto dei numeri è un tema molto discusso nella modernità politica: la folla rende i soggetti più attivi o passivi? Ad esempio, in una manifestazione, è il numero che conta più del confronto. Abbiamo bisogno di stare insieme, di essere numerosi per essere attivi. E quando ognuno prende la parola, il numero è uno, il sociale è uno.

Ma, soprattutto, la massa traduce l’ingresso di una persona nella quantificazione e nel disincanto che l’accompagna. Questo è ciò che i pensatori della post-modernità, in particolare Charles Taylor, hanno descritto così bene. Robert Musil, ne L’uomo senza qualità, ha descritto magnificamente il disincanto che la statistica impone a una persona: “L’operatore seziona la sua persona in elementi insignificanti”. Ma questa scomposizione elementare, se realizzata sui molti, ha un effetto sulla libertà. “Più il numero di individui è grande”, dice Quetelet, “più la volontà del singolo viene cancellata e permette alla serie di fatti generali di predominare”. Il destino statistico ha l’effetto di sostituire l’unico con il tipico, come ha detto Jacques-Alain Miller.

L’impatto di un governo con i numeri: soggetti ridotti a cifre e dati scritti la cui gestione avviene senza parole, senza margine di interpretazione. Si tratta di modalità di gestione delle masse umane che, con la comparsa del sistema informatico numerico, offrono l’opportunità di un controllo sociale che nemmeno Orwell osò immaginare. Nessun acquisto che non sia identificato, nuovi annodamenti tra pubblico e privato.

C’è un reale delle masse che permea la soggettività contemporanea. Musil scrive che la crescente influenza delle masse, del grande numero, rende l’umanità sempre più comune. L’ascesa dell’uomo medio. Le identificazioni sono prese in massa (cfr. Virgin Suicide) a scapito della singolarità.

Oggi i soggetti chiedono di fare un’analisi. Non è che le identificazioni non funzionino, ma sono prese in massa e senza riferimento alla trasmissione. In un simile contesto, l’esperienza di un’analisi offre l’opportunità di una fuga: estrarsi dalla massa per situarsi in un rapporto con un sapere, un sapere sulla propria esistenza, che fa sì che non siamo come nessun altro, “i nostri piccoli segreti”, come dice Lacan.

Questo è caratteristico di un’epoca in cui il fare e l’avere hanno la precedenza sull’essere, in cui il soggetto è costantemente rivolto verso l’oggetto che può acquisire, secondo il modello di mercato che gli viene offerto. È liberato da una parte di interiorità tanto elementare quanto preziosa. In questo modo viene meno la funzione stessa del sintomo, attraverso la quale, con il suo disagio e la sua inadeguatezza, aveva potuto rivolgersi all’altro e aprire le vie del transfert. Era la Gioventù disadattata, come Aichhorn ha saputo farci cogliere nel suo lavoro. Freud lo gratificò con una prefazione straordinariamente precisa sui tre impossibili: “governare, curare, educare”.

Come ascoltare “non c’è altro che questo, il legame sociale”?

Ho scelto questa citazione di Lacan perché ogni volta che la sentiamo ci sorprende, va contro un tenace pregiudizio che consiste nel pensare che, in una divisione dei territori, la psicoanalisi si occupi di questioni private e che sarebbe più pura se fosse indipendente dal sociale, se non mettesse in relazione le condizioni del sociale con la sofferenza privata. Voglio quindi considerare questa citazione per darle una lettura, una possibile interpretazione.

Lacan considera continuamente lo stato del legame (lien) sociale in un dato momento, fino a inscriverlo nella sua teoria come un reale di cui bisogna tener conto.

Partiamo da questo reale: non viviamo mai soli

Anche su Marte, se crediamo al film di Ridley Scott, Sopravvissuto – The Martian, dove vediamo l’eroe… a 225 milioni di chilometri dalla terra, che cerca di trovare un modo per contattarla. Non possiamo vivere senza gli altri. L’essere parlante è, per dirla con Aristotele, un animale politico o sociale. È una questione vitale. Tutta l’esperienza umana lo dimostra in ogni momento. Conosciamo l’estrema dipendenza dall’Altro che può causare angoscia anche nei neonati.

Ognuno porta l’impronta indelebile di questa prima esperienza ed è forse per questo che la forma della coppia, il soggetto e il suo altro, è soggettivamente essenziale, come sottolinea Miller. È una comunità irriducibile, che può essere sufficiente per socializzare. La coppia rimane la comunità irriducibile e, allo stesso tempo, quella che può bastare per socializzare: “In questa ricomposizione comunitaria, dettata dallo sradicamento imperante, la coppia è di certo la comunità fondamentale. Almeno, la forma della coppia è soggettivamente essenziale”3.

In che senso Lacan rinnova la questione del vivere insieme? La risposta è chiara: attraverso la sua inedita categoria del legame (lien) sociale. Questa invenzione è congruente con la sua diagnosi del disagio contemporaneo a partire dagli anni Settanta, diagnosi che prolunga e rinnova il famoso “disagio della cultura” di Freud.

La diagnosi freudiana

Conosciamo la diagnosi di Freud sul disagio dell’uomo nella civiltà. In quello che Freud ha diagnosticato come “disagio” si possono distinguere diversi registri, ma soffermiamoci su questo, relativo alla nostra tendenza all’aggressione indistruttibile che costituisce, secondo lui, “il fattore che turba i nostri rapporti con il prossimo”. Egli afferma: “È sempre possibile riunire un numero anche rilevante di uomini che si amino l’un l’altro fin tanto che ne restino altri per le manifestazioni di aggressività”4. C’è quindi una tendenza allo scontro tra noi e loro. Gli eventi recenti hanno dimostrato che alcuni programmi politici esacerbano le tendenze che portano a questo scontro e sono progettati per infiammare l’odio, per ripristinare l’identità del “noi”. Quindi la forma sociale più perniciosa della pulsione di morte potrebbe essere chiamata “pulsione segregativa”.

Ma per Freud esiste il legame sociale che è l’ideale comune (la legge del padre pacificatore), che è il fondamento del legame sociale. Anche se “… l’illimitato dell’esigenza pulsionale” non lascia intravedere in alcun modo un processo con risultati stabili, vale a dire un discorso stabile.

Quale estensione dà Lacan alla diagnosi freudiana?

“Non c’è altro che questo, il legame sociale”

Con un’elegante e inedita teoria del legame sociale, Lacan formalizza le relazioni fondamentali che il linguaggio stabilisce tra gli esseri parlanti: governare, educare, curare, analizzare. Lo chiama “discorso” per designare il legame sociale in quanto è fondato sul linguaggio e non può essere basato su altro (esso sovverte o sublima i legami naturali: la procreazione – maternità e paternità – e ne crea altri ex nihilo). È certamente una categoria mutuata dai sociologi, in particolare da Durkheim, per rispondere alla questione etica su come vivere con gli altri, e anche per indicare che il legame sociale può essere portato solo con le condizioni del linguaggio: non c’è legame naturale, né legame gregario, ma solo legame sociale. Lo definisce come un vincolo (lien), cioè come ciò che assicura la coesistenza sincrona di due o più termini, e non come una relazione. I legami sociali sono modalità di organizzazione del vincolo tra i soggetti e una specifica forma di vita: un principio di autorità che governa il godimento, la sessualità.

Perché si parla di legame sociale? È un’espressione che sembra un pleonasmo. Se lo si chiama legame sociale e non semplicemente legame di linguaggio è perché si tratta di due corpi parlanti, che sono implicati, e non di semplici significanti.

“In fin dei conti non c’è che questo, il legame sociale. Io lo designo con il termine discorso perché non c’è altro modo di designarlo una volta che ci si è accorti che il legame sociale si instaura unicamente ancorandosi nel modo in cui il linguaggio si situa e si imprime, si situa su ciò che brulica, ovvero l’essere parlante”.5

Il discorso è il legame tra coloro che parlano, è il legame che tiene insieme i corpi.

Come si stabilisce il legame sociale? È legato alla produzione di parole. È costituito da resti archeologici sulla base di un accumulo di materiali linguistici, frammenti di discorso, terra, rifiuti, residui che costituiscono l’humus umano. Tutti questi strati successivi risuonano nella cultura (o nella cultura che la generazione successiva non riconosce come propria “la nostra cultura”, poiché siamo al di sotto di essa). Questo indica che il discorso, nella sua stratificazione, si basa sulla mortificazione delle parole.

Questo è “il sostegno del legame sociale”. È un discorso che ci tiene uniti di più di quanto noi lo teniamo insieme. Il discorso è ciò che ci tiene insieme, nel senso di sostenere il corpo e di far sì che i corpi stiano insieme.

Quindi, se Lacan aggiunge “sociale” al legame e definisce il legame sociale come “il legame (lien) tra coloro che parlano”, è per il fatto che il legame sociale designa il linguaggio, e non che il linguaggio è il linguaggio come struttura, come combinatoria di significanti che snaturano l’intero ordine naturale, ad esempio: maschi e femmine, categorie di uomini e donne. Passiamo quindi da un’immagine del corpo (come forma) a una categoria di discorso. La coppia di significanti, invece, ricopre l’immagine ed ecco che abbiamo l’intrusione dell’ideale sempre irraggiungibile.

Il legame è la parola, le parole prodotte nella loro contingenza e in una temporalità, servono delle bocche per parlare. Il legame è l’incontro di parole.

Il discorso definisce luoghi, nomina luoghi (identificazioni), ma prescrive anche un modo di vivere, un modo di soddisfarsi nell’esistenza, una modalità di godimento. Il legame sociale in Lacan non si riferisce a una legge o a una norma, ma a un uso valido in un dato momento in una data società. Non ci sono istruzioni al di fuori del discorso. Così, i discorsi prescrivono i luoghi, i ruoli e anche le modalità di soddisfazione.

Non c’è identità al di fuori del linguaggio e non ci sono istruzioni al di fuori del discorso; discorso in cui siamo immersi e di cui siamo l’effetto. Quindi, esso prescrive i luoghi e anche le istruzioni: donne, sorelle, mogli.

Come si entra nel legame sociale?

Non entriamo direttamente nel legame sociale, è necessaria una mediazione: è necessaria una parola, una parola che promette. Solo la famiglia permette questa mediazione. Introduce il soggetto nel simbolico. I genitori sono le porte del mondo per il bambino; attraverso di loro il mondo si incanta, si colora, diventa attraente. La famiglia rimane il luogo dell’emergere di un soggetto; tutti i tentativi di sostituzione sono destinati a fallire.

La psicoanalisi è stata inventata da un solitario

Lacan qualifica l’operazione freudiana come solitaria: la psicoanalisi è stata inventata da un solitario; lo dimentichiamo perché è gestita, discussa da un intero popolo.

In un momento storico molto particolare, Freud ha inventato la psicoanalisi assolutamente da solo. È stato ed è tuttora un vero e proprio trauma, che realizza un taglio nella concezione dell’umano. Ciò che costituisce la fonte di tutti i suoi mali è che vive nell’ignoranza di ciò che lo spinge ad agire per amare in questo o quel modo: l’uomo non è più padrone di se stesso. L’analisi gli permette di trovare la sua verità nascosta.

E in quel momento è assolutamente solo. Solo nel suo rapporto con l’inconscio: è solo in questa esperienza di sé, mette al lavoro la propria esistenza per interrogare ed estrarre un sapere su di sé. È avanzato nel secolo con punte di spillo, con piccole cose, cose di finezza che smentiscono ciò che si propone apertamente: dimenticanze, sogni, atti mancati.

E, come disse Lacan, questa psicoanalisi, inventata da un solitario, si pratica in coppia. Due si mettono insieme per operare: il solitario ha dato l’esempio. Ha inventato un legame senza precedenti: parlano insieme, senza giudicare. Si tratta di un tipo speciale di conversazione con lo scopo di sapere. Ha inventato una particolare modalità di legame sociale, il cui principio è quello dell’associazione libera, senza giudizio morale.

E cosa scopre in questo modo? Freud colloca immediatamente il disagio privato con la civiltà del suo tempo. Fin dall’inizio si trattava di liberare il soggetto dagli effetti nocivi della società industriale che si stava sviluppando all’epoca, messa a confronto con gli imperativi morali. Nel contesto storico-politico dell’epoca vittoriana prevaleva, in materia di legge inconscia, la proibizione e quello che ne consegue, la censura e la repressione. L’inconscio del nevrotico è la conseguenza del processo di repressione della soddisfazione proibita. Sebbene Freud si presentasse come un borghese preoccupato di preservare i principi fondamentali alla base della società – cioè la legge edipica – il suo desiderio andava contro gli effetti del discorso dominante del suo tempo. Non cercò direttamente di rovesciare l’ordine costituito, ma di sovvertirlo, di usarlo per distoglierlo dal suo uso convenzionale.

C’è un significato sessuale, una dimensione semantica, è un essere del linguaggio e una funzione: “soddisfare psichicamente le esigenze della sessualità”. Da un lato, il sintomo è strutturato dal linguaggio e, dall’altro, la posta in gioco nel sintomo è un desiderio sessuale. È un modo di dire ciò che pensiamo della sessualità in modo sostitutivo e inconscio.

Così, la cura psicoanalitica è stata inizialmente proposta come una interpretazione del sintomo, cioè come una rivelazione del desiderio sessuale.

La relazione tra sintomo e sessualità, se intendiamo la sessualità come relazione con l’Altro sessuale, rende evidente che questa relazione fallisce sempre, non è mai pienamente soddisfatta o è aberrante dal punto di vista dello scopo della vita. Il sintomo si inscrive nel luogo di quello che si presenta come errore, l’errore della coppia sessuale “naturale” è una metafora del non rapporto sessuale, è una mediazione che viene al posto del non-rapporto. Nello spazio umano, questo impossibile si scrive nella forma del sintomo. Il sintomo è allora ineliminabile perché manifesta una sofferenza, una difficoltà che impedisce qualsiasi trasparenza del rapporto con se stessi.

La scoperta di Freud fu un vero e proprio trauma nel discorso universale. Poiché non si trova in nessun discorso precedente, Lacan lo ha definito un evento: l’evento Freud.

Esso isola il fatto che c’è una funzione del corpo che di per sé non crea legame. Solitudine assoluta: un’erotica, l’apparato del desiderio singolare per ciascuno; il godimento sessuale, una differenza assoluta. C’è in questo un difetto essenziale: non è adattato a se stesso per il funzionamento del corpo in relazione a se stesso, è plus-godere, godimento. Questo godimento è in noi più che in noi stessi. Lacan considerava l’esperienza analitica come l’approccio a questo godimento che fondamentalmente ci isola. Un godimento chiuso su se stesso. Nulla può soddisfare o curare la distanza tra un sesso e l’altro, ognuno dei quali, in quanto sessuato, è isolato da quello che è considerato il suo complemento.

La causa del desiderio di un soggetto. Se la psicoanalisi è l’esperienza che permette al soggetto di esplicitare il suo desiderio nella sua singolarità, può farlo solo rifiutando tutti i tentativi fondamentalmente inutili di normalizzare il desiderio per rendere il soggetto conforme agli ideali comuni, agli ideali di un “come tutti gli altri”. Infatti il desiderio comporta essenzialmente nell’essere che parla e che è parlato, l’essere parlante, un “non come tutti gli altri”, un allontanamento, una deviazione fondamentale, come sottolinea Jacques-Alain Miller.

Se la psicoanalisi rappresenta qualcosa, è il diritto, la rivendicazione, la ribellione di un “non come tutti gli altri”. La causa del desiderio come proprietà fondamentale dell’essere parlante è sempre contingente, mai normalizzata. Richiede sempre un incontro. È un’esperienza vissuta, un incontro che dà ad ognuno una figura singolare di godimento.

Quindi, definire il legame sociale come “il legame tra coloro che parlano” significa indicare un dispositivo che fa legame sulla base di questo difetto fondamentale. Non c’è fraternità tra coloro che parlano se non sulla base di un malinteso.

Perché? Perché il godimento (l’esigenza pulsionale) è in linea di principio a-sociale. Non si condivide, non c’è un godimento comunitario. Infatti, il godimento di ognuno non è complementare a quello di un’altra persona. Si ripete all’infinito da quando è stato incontrato per la prima volta in modo più o meno traumatico. C’è solo il godimento di un corpo. In quanto tale, esso ci isola. In questo senso, i discorsi scrivono come ogni soggetto, preso isolatamente, sia inscritto nel legame sociale (educazione, politica…). In effetti, il discorso fa sì che i corpi si mantengano uniti mentre il loro godimento genera segregazione. Siamo soli, insieme.

È a partire dall’esperienza dell’analisi che possiamo contare sulle risorse del discorso, che non è altro che “il legame tra coloro che parlano”. Ed è la nostra arma contro la pulsione di morte: “In fin dei conti non c’è che questo, il legame sociale”6. Quello che ci rende unici sono i nostri piccoli segreti, l’inconfessabile.

Questa considerazione del legame sociale è fatta a partire dal discorso analitico, cioè al rovescio della politica, al rovescio di un esercizio di dominio dei corpi. L’esperienza di un’analisi porta a prendere le distanze dalle identificazioni di massa (sempre segregative, non c’è né noi né loro, perché è un confine sempre in movimento) per considerare, invece, il molteplice delle scelte del desiderio e del godimento. La risposta della psicoanalisi è ovunque ed è sempre anti-segregativa. Porta il soggetto a prendere le distanze dalle identificazioni di massa, che spingono sempre gli individui a collocarsi in un gruppo contro un altro: loro o noi. Ci porta a scommettere su un collettivo che faccia spazio a questa pluralità: l’Uno dell’inclusione del molteplice e non l’Uno dell’esclusione del molteplice.

Questo perché nella cura si arriva a trovare il punto in cui l’Altro non esiste, il punto in cui ci si de-socializza: si scopre che “uomini”, “donne” sono parole che hanno lasciato il segno sul soggetto e sul corpo, che hanno isolato estratti; è una solitudine radicale quella che prende forma nella cura una volta messa in moto la nostra modalità di godimento assolutamente singolare, che tende a isolarci. Sovvertiamo il godimento con il desiderio la cui causa appare nuda. Ciò che ci rende unici è il desiderio che ci causa, non senza il linguaggio e le cicatrici.

Una volta raggiunto questo punto, c’è un ritorno al legame sociale, nella relazione con l’Altro, che avviene nel senso che si fa carico della responsabilità dell’Altro da inventare. A meno che non si opti per il più sterile cinismo. Ciò conferisce agli psicoanalisti una nuova responsabilità in un contesto di dissoluzione del legame sociale, di tutti i fondamenti del collettivo. Non si tratta di un punto di vista comunitario, ma di un collettivo fondato sulla solitudine di ciascuno. Porta con sé cose di finezza. La produzione del legame è un compito analitico. Attraverso il transfert, la cura fornisce a ciascun soggetto una risposta, nella sua differenza assoluta, alle impasse che incontra nel legame sociale.

Traduzione: Adele Succetti

[1] Ringraziamo Sofía Guaraguara che ha condiviso con noi questa conferenza, tradotta in spagnolo da Cinthya Estrada Plançon, e a Christiane Alberti che ci ha autorizzato a tradurla in italiano e a pubblicarla. Jacques-Alain Miller ha creato, sotto la propria direzione, la Sezione Clinica di Cochabamba il 17 maggio 2021, coordinata da Sofia Guaraguara, sotto la sua guida e quella di Jean-Daniel Matet e Christiane Alberti. Christiane Alberti ha tenuto questa conferenza inaugurale e di apertura il 17 maggio 2022.

[2] Lettera di Jacques-Alain Miller, in occasione dell’apertura della Sezione Clinica di Tel-Aviv, inedita.

[3] J.-A. Miller, “La teoría del partner”, La Psicoanalisi, n. 34, Astrolabio, Roma, 2003, p. 76.

[4] S. Freud, Il disagio della civiltà, Vo. 10, Opere, Bollati Boringhieri, 1989, pp. 601-602.

[5] J. Lacan, Il Seminario, Libro XX, Ancora, Einaudi, Torino, 2011, p. 51.

[6] Ibidem.